Ideologia del lockdown: verso il nuovo Stato bio-securitario.

Il lockdown non è né di destra né di sinistra ma certo la sinistra gode nel metterlo in pratica perché vi vede la “transizione” verso un mondo migliore (per i ceti parassitari che difende).

Il governo Draghi-Speranza che, eliminando la zona gialla, chiude più del predecessore, con la sua protervia tecnocratico-socialista ne è un esempio. Nessun conservatore serio potrebbe sostenere misure del genere e anche se in Uk il governo Johnson le pratica, numerosi deputati e soprattutto opinionisti le stroncano da sempre.

Prima di tutto, perché è il metodo caratteristico del dirigismo “socialista soft” della Ue, come annota Janet Daley sul “Telegraph” del 27 marzo. Come ogni socialista, il lockdownista è dirigista e razionalista e pianificatore: il suo modello, scriver Fraser Nelson sul quotidiano inglese del 25 marzo, è la creazione di un “new biosecurity state”.

Come ogni socialista, il lockdownista immiserisce le condizioni reali della classe operaia, dei e dei ceti medio bassi: il lockdown, scrive Mario Loyola sulla statunitense “National Review” del 25 marzo, “colpisce soprattutto le minoranze etniche e la classe operaia”.                   Come ogni socialista, il lockdownista è ostile alla : e un editoriale del “Telegraph” dello stesso giorno spiega che le chiusure inglesi interferiscono con la di culto e di fede.

La “” aggiunge Philip Johnston sempre sul quotidiano inglese del 23 marzo, “potrebbe concludere che il lockdown è stato un devastate errore” e in ogni caso, secondo Tom Sasse (“Telegraph, 24 marzo), una nazione impaurita e abituata a essere comandata prenderà tempo per uscire e ritornare a essere veramente libera.  Sempre che non si ricominci con la prossima pandemia, e magari con una influenza normale (Annabel Denham, “Telegraph”, 23 marzo). Quanto alla “resilienza”, una delle parole chiavi del vocabolario del lockdownista, secondo il sociologo francese Thierry Ribault (“Le Monde”, 22 marzo), essa “intende prepararci al peggio senza mai spiegarci le cause”.

E se le proteste montano? Niente paura, come ci mette in guardia il “Wall Street Journal”, del 25 marzo, i Ceo di Twitter, e Google sono stanti convocati dai deputati dem per chiedere loro di accentuare le censure, contro i o in ogni caso i non allineati al regime progressista lockdownista. Possiamo però sempre accontentarci della virtualità di un mondo che tende sempre più assomigliare a un film porno, cioè a uno società “ingiusta, atomizzata e inumana”, scrive Mary Harrington su “Unheard” del 25 marzo.

In tutto questo chi gode? La prima di tutto, anche da un punto di vista culturale. Come nota Gerard Baker sul “Wall Street Journal” del 22 marzo, le élite occidentali stanno perseguendo la propria autodistruzione ed è questa, più ancora che quella economica e militare, l’arma che il regime di Pechino intende usare.

E poi l’Islam. A Strasburgo il sindaco, ovviamente di sinistra, vuole chiudere in casa tutti ma costruire anche la più grande moschea europea, con i fondi turchi: l’attacco più potente, scrive su “Le Figaro” del 26 marzo il teologo e storico Jean-François Colosimo, contro l’identità europea e soprattutto contro il cristianesimo. Mentre a un docente è stato cacciato per avere mostrato in classe le vignette satiriche contro Maometto pubblicate da “Charlie Hebdo” e costata la ai suoi redattori. Poche reazioni, e il governo è in teoria conservatore. , liberali ma chiunque sia interessato a difendere la , scrive Matthew Syed sul “” del 28 marzo, dovrebbero ergersi contro gli “zeloti”, che albergano soprattutto tra gli intellettuali di sinistra e nel partito laburista, completamente assuefatto all’Islam-leftism, variante inglese dell’islamo-gauchisme.

Siamo cosi lontani qui? Mica tanto: Draghi e Speranza chiudono mentre Lamorgese apre, ai porti e allo ius soli. O vogliamo aspettare che si faccia crescere la caratteristica barba maomettana per capire?

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.
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