Il 20 e 21 settembre il Governo rosso-giallo farà i conti con il Popolo

L’incrocio politico del 21 settembre per il governo Conte presenta all’orizzonte un semaforo giallo pronto a sbarrargli la strada – tutt’altro che fatalmente – sul rosso.

Stavolta, però, questo non rappresenta il “soccorso rosso” del Pd: quello che gli ha permesso il ribaltone clamoroso con cui il M5s, il partito di cui è espressione, ha svenduto nel settembre scorso anni di fantomatica opposizione al “partito di Bibbiano” e al sistema che continua a rappresentare. No. Stavolta si tratta di uno stop destinato – se i sondaggi dovessero essere confermati – a mettere politicamente la parola fine a un’esperienza nata non per governare l’Italia ma proprio per fermare i sovranisti: evitando in tutti i modi – questo il corollario – di fare i conti con il popolo. È questo, per Conte, Di Maio e Zingaretti, l’unico modo per continuare ad esercitare il potere nell’esclusivo interesse di due minoranze. Rissose e disorganiche per giunta.

Eppure le elezioni Regionali, nonostante la tentazione di palazzo Chigi di rinviarle sine die, alla fine stanno per arrivare e rappresentano, con tutta evidenza, il redde rationem non solo e non più per ciò che concerne le amministrazioni territoriali: sono, al di là delle formule di rito dei politici coinvolti, il voto su un anno di spericolata guida giallorossa. Stagione a cui si è aggiunto il carico di una gestione pandemica dove l’oscuro “ex” avvocato del popolo ha trovato l’occasione d’oro per legare mani e piedi il destino dell’Italia nelle mani dell’asse franco-tedesco.

Certo, quello che andrà in scena domenica e lunedì prossimo è un appuntamento elettorale che riguarda solo sette regioni, Ma è un test altamente indicativo, dato che coinvolge circa 18 milioni di italiani: quasi un terzo della popolazione. Non solo. La tornata di Regionali è l’ultima di una serie, iniziata con la vittoria di Nello Musumeci in Sicilia, che ha consegnato al centrodestra tutte le regioni (10 a 2) e che ha legittimato ancora di più il primo posto della coalizione alle Politiche e l’affermazione del destra-centro alle Europee.

È del tutto evidente, insomma, che dal “tasso” di affermazione di quest’ultimo voto – a maggior ragione nelle regioni targate Pd, Marche, Puglia e Toscana, dato che quelle amministrate da Toti e Zaia sono date per riconfermate senza alcun problema – non si potrà non prendere plasticamente atto di una legislatura formale che non rispecchia più, nemmeno lontanamente, la volontà popolare.

Che ciò per Conte & co. non rappresenti un problema lo hanno spiegato, mettendo le mani avanti con l’ormai proverbiale faccia tosta, tutti i giallo-fucsia interpellati sull’argomento. Discorso diverso, stavolta, dovrebbe essere invece dalle parti del Quirinale. lo ha spiegato con rispetto («Non voglio dare alcuna lezione al capo dello Stato») ma puntando i riflettori sulle prerogative di Sergio Mattarella: «Il presidente della Repubblica non è un notaio delle maggioranze parlamentari. È il garante della Costituzione, dei principi che vi sono iscritti. A partire dal primo: che la sovranità appartiene al popolo».

Per la leader di Fratelli d’Italia lo è a partire da un principio cardine della fisiologia democratica – l’aderenza fra ciò che il popolo ha stabilito e ciò che vuole il Palazzo – ma anche rispetto a un governo giallo-fucsia che ha più volte disatteso le raccomandazioni, le indicazioni, lo “stile” stesso che il Colle ha chiesto nell’affrontare la crisi pandemica e prima ancora la difficile transizione verso la Terza Repubblica.

E se è vero, come hanno fatto filtrare i quirinalisti, che il presidente Mattarella non ha alcuna intenzione di assecondare un terzo “ogm” – dopo i gialloverdi e i giallofucsia – e che qualunque sia il responso del referendum costituzionale delegittimerà o la legislatura (nel caso prevalesse Sì) o il governo (in caso di No), si comprende bene perché davanti a un exploit del destra-centro nelle sette regioni chiamate al voto non ci sarebbe più alcun appiglio formale con cui Conte possa ancora incollarsi a palazzo Chigi.

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