Un interessante articolo del Financial Times analizza la (vera) natura del bilancio di emergenza.  L’autore dell’articolo afferma infatti che “l’Europa non può farsi strada verso un futuro federale. L’aumento del bilancio di emergenza dell’UE non è come sembra e la Germania non si è ancora convertita in un’unione fiscale”. Di seguito, viene riportata la traduzione del testo:

“Alcuni celebrano l’aumento del budget di 750 miliardi di euro della Commissione europea come un “momento hamiltoniano“, in riferimento al primo segretario al Tesoro americano che nel 1790 ha mediato un compromesso storico affinché il governo federale americano si assumesse il debito degli Stati. Altri lo liquidano come “troppo poco, troppo tardi”. Nessuna di queste opinioni coglie la sua vera natura. I commentatori e i giornalisti di Bruxelles spesso si innamorano di grandi numeri, confondendo categorie come sovvenzioni, prestiti e capacità di spesa. La Commissione è volontariamente complice di questa confusione. Il documento ufficiale che accompagnava l’annuncio della scorsa settimana elencava l’investimento totale che potrebbe essere generato pari a 3,1 trilioni di euro. Numeri come questi hanno lo scopo di impressionare i più ingenui. È il classico imbroglio statistico tipico delle campagne elettorali poco affidabili. La commissione afferma che dei 750 miliardi di euro proposti, 500 miliardi siano erogati sotto forma di finanziamenti e 250 miliardi come prestiti. I prestiti sono economicamente irrilevanti, dal momento che non vi è carenza di prestiti a basso tasso di interesse per il settore privato. I finanziamenti sono ciò che conta. Ma attenzione. Non tutto ciò che viene definito finanziamento costituisce una transazione fiscale. Alcuni di questi finanziamenti sono utilizzati per generare prestiti.

Secondo i calcoli (effettuati dall’autore dell’articolo, ndr), la parte rilevante del pacchetto, dal punto di vista fiscale, supera di poco i 400 miliardi di euro. Di questo, la parte principale è il recovery fund, per un valore pari a 310 miliardi di euro in quattro anni, a cui aggiungere 11,5 miliardi in più quest’anno. Dividendo in parti uguali il recovery fund da 310 miliardi spalmato in quattro anni, si arriva ad un impulso fiscale annuo dello 0,6% del PIL dell’UE del 2019. Questo non è niente. Se tuttavia siamo alla ricerca di un momento Hamiltoniano, bisognerà guardare altrove. Il pacchetto contiene altre misure di circa 100 miliardi di euro per fondi strutturali, cambiamenti climatici, agricoltura, protezione civile e salute. In questo modo, una parte del denaro va ai paesi dell’Europa centrale e orientale – che non sono stati pesantemente colpiti dal Covid-19 come l’Italia e la Spagna. Tali pagamenti costituirebbero un ulteriore 0,4% del PIL dell’UE in ciascuno del anni 2021 e 2022. Comunque lo si calcoli, non si avvicina neanche lontanamente ad un bazooka fiscale. Inoltre, in questa fase il pacchetto è solo una proposta. Tutti e 27 gli stati membri dell’UE devono essere d’accordo, dunque è più probabile che i numeri finali siano al ribasso. Per prima cosa, il denaro del recovery fund verrà fornito a determinate condizioni. La spesa dovrebbe essere in linea con le priorità di investimento dell’UE, è quindi possibile che non tutto il denaro venga speso. In secondo luogo, i cosiddetti Frugal Four (i Quattro Frugali, ndr) – Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca – potrebbero riuscire a ridurre l’impatto fiscale complessivo del pacchetto. Probabilmente non metteranno il veto, ma è necessario il loro sostegno affinché il bilancio dell’UE venga approvato. Ci sono modi molto subdoli per ridurlo. Bisogna innanzitutto ricordare che Svezia e Danimarca non sono membri dell’Eurozona, e potrebbero sostenere che il fondo debba essere solo per l’Eurozona. Oppure, i Frugal Four potrebbero chiedere una riduzione. Poiché gli Stati membri dell’UE alla fine devono contribuire al rimborso del denaro preso in prestito, una riduzione per alcuni paesi significa un onere più elevato per altri, inclusi l’Italia e la Spagna. Ciò compenserà parzialmente le dimensioni del trasferimento fiscale netto che stanno per ricevere. Infine, bisogna considerare che la spesa extra a livello di UE potrebbe essere compensata da una minore spesa a livello nazionale. L’UE non ripeterà l’errore catastrofico dell’austerity che ha accompagnato la precedente crisi. Ma le regole fiscali sono ancora in vigore. Si presume che gli Stati membri dovranno ricorrere al pareggio di bilancio alla fine. Non è intenzione dell’autore respingere ciò che Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha fatto la scorsa settimana. Si è infatti spinta al limite di ciò che è politicamente e legalmente possibile. I Frugal Four avrebbero posto un veto ad un fondo più grande. Nessuno sa davvero quanto tutto ciò sia legalmente possibile. L’Unione europea non dovrebbe indebitarsi. Per ovviare a questo problema, la Commissione ha richiamato l’articolo 311, in cui si afferma che “l’Unione si doterà dei mezzi necessari per raggiungere i suoi obiettivi e portare a termine le sue politiche“. Questo è l’equivalente legale di “whatever it takes” (faremo tutto il necessario, ndr). Senza dubbio, qualcuno intraprenderà un’azione legale contro la Commissione, e probabilmente la questione finirà in tribunale. La proposta di bilancio della scorsa settimana è il massimo che si possa ottenere nell’attuale regime. L’architettura dell’Eurozona non consente di andare oltre. Per avere trilioni disponibili, bisognerà prima di tutto cambiare i trattati europei. Non si può passare così ad un futuro federale. È vero che la posizione di Angela Merkel si è ammorbidita, ma attenzione: il cancelliere tedesco non si è ancora convertito ad un’unione fiscale. L’UE in apparenza sta facendo grandi sforzi, ma nel complesso è sempre la stessa”.