Il beneficio torbido della vittima

L’immagine proposta è un ritratto da foto in cui si scorge Anna Magnani ma dove c’è anche un po’ di Silvana Mangano, entrambe simboli del neorealismo italiano, da De Laurentiis a De Sica a Rossellini. Per l’autrice, Daniela Toschi, “Tra Medea e Medusa, mi pare esprima il ‘torbido’ di cui parla Recalcati, che nasce dall’esperienza della tragedia inascoltata, e diviene tragedia”. A me ricorda il neorealismo del personaggio popolano rosselliniano vittima della brutalità dei nazisti, e trovo sia perfettamente calzante con il tema di questo scritto.
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L’altro giorno sono diventata ‘complottista’

È accaduto dopo aver letto sulla solita Repubblica un articolo di Recalcati. Uno che sa come usare le parole, essendo di educazione lacaniana, che parla di “beneficio torbido della vittima” in riferimento a chi si lamenta dei disastri sociali provocati dal Covid. Il resto dell’articolo ha un senso che sarebbe condivisibile; rifugiarsi nei lamenti non fa certo bene e andrebbe evitato. Tuttavia usare questa espressione così dispregiativa nei confronti delle vittime di qualcosa, di qualunque cosa – “beneficio torbido della vittima”, “torbido” lo chiama – mi fa pensare che vi sia una cospirazione tesa a strozzare le parole in gola a chi ha avuto danni, traumi, a causa del Covid. Invita gli altri a disprezzarli, disincentiva la funzione sociale di ascolto e di “testimonianza” del dolore altrui che tanto aiuta, nel superare traumi sociali.

Insomma, la cospirazione è questa: vi sono e vi saranno tanti traumatizzati, persone che se la passeranno proprio male. Facciamo dunque in modo che non disturbino coi loro lamenti, ché poi potrebbero diventate proteste e rivendicazioni. Non si sa mai e non sia mai. E così immagino questo dialogo:

«Massimo, tu che sai usare le parole, trova un’espressione che diventi virale in modo che le vittime stiano zitte e si vergognino se aprono bocca. Che non ci ammorbino coi loro lamenti insomma, e che non vengano ascoltate, che siano isolate.»
«Sarà fatto, sir. Uhmm avrei pensato…il lamento, beneficio torbido della vittima. Mi pare possa andare. Metto questo meme in un articolo generico e innocente che parla, che so, di scuola…»
«Bravo, sei il migliore. Butta giù che lo mando subito in stampa».


Ed eccolo qui, questo il pezzo carino costruito sull’orribile meme:

A proposito di scuola, Massimo Recalcati, La Repubblica, 23/11/2020

«Se i nostri ragazzi non hanno potuto beneficiare di una didattica in presenza nel corso di quest’anno, se hanno perduto una quantità di ore e di nozioni significative e di possibilità di relazioni, questo non significa affatto che siano di fronte all’irreparabile. Il lamento non ha mai fatto crescere nessuno, anzi tendenzialmente promuove solo un arresto dello sviluppo in una posizione infantilmente recriminatoria. A contrastare il rischio della vittimizzazione è il gesto etico ed educativo di quegli insegnanti che spendono se stessi facendo salti mortali per fare esistere una didattica a distanza.

Insegnare davanti ad uno schermo significa non indietreggiare di fronte alla necessità di trovare un nuovo adattamento imposto dalle avversità del reale testimoniando che la formazione non avviene mai sotto la garanzia dell’ideale, ma sempre controvento, con quello che c’è e non con quello che dovrebbe essere e non c’è. Si tratta di una lezione nella lezione che i nostri figli dovrebbero fare propria evitando di reiterare a loro volta la lamentazione dei loro genitori. Non ci sarà nessuna generazione Covid a meno che gli adulti e, soprattutto, gli educatori non insistano a pensarla e a nominarla così lasciando ai nostri ragazzi il beneficio torbido della vittima: quello di lamentarsi, magari per una vita intera, per le occasioni che gli sono state ingiustamente sottratte.

Coraggio ragazzi, siete sempre in tempo anche se siete in ritardo! È, in fondo, nella vita, sempre così per tutti: siamo sempre ancora in tempo anche se siamo sempre in ritardo»
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Inorridisco, ogni volta che sento far riferimento alla “durezza del reale”, e Recalcati l’ha fatto ben tre volte, nel testo della “lezione” che ha voluto trasmettere agli studenti (http://www.flcgil.it/…/no-alla-generazione-covid.flc).
Personalmente ritengo che siano, questi, gli effetti di un neo/post strutturalismo da rifiuto e negazione dell’ontologico, quello per cui non esiste il pensiero ma solo relazioni materiali. Per il post/neo strutturalismo non solo non esiste nessun piano metafisico ma è lo stesso uomo, a non esistere. Lacan diceva che non c’è un “io penso” kantiano ma un “si pensa” inter e sovrastrutturale. In comune col kantismo lo strutturalismo ha questa inconoscibilità – e inconsistenza materiale – dell’essenza e la limitatezza della conoscenza umana, che percepisce solo la fenomenologia dei rapporti umani – e di produzione, ricordando il marxismo strutturalista – ma non l’individuo, che gli strutturalisti qui intendono incredibilmente come il noumeno kantiano. Relativismo assoluto trovo che sia il termine più calzante, dove sola realtà è la derivata prima del rapporto sociale, e cioè la sua mutazione, e dove l’uomo non solo, non può conoscere nulla, ma di fatto non esiste. Costanzo Preve diceva che: «con l’avvento e col dominio delle grandi scienze della natura si è cominciato a pensare che la filosofia basata sul rapporto soggetto oggetto fosse soggettivistica, fantastica, idealistica in senso negativo, che respingesse la durezza del reale e così via. Negli anni sessanta i difensori del materialismo dicevano “il materialismo è giusto contro l’idealismo perché ci richiama alla durezza del reale”. Ora, qui è interessante come il reale venisse paragonato a un metallo duro. Nel linguaggio di Timpanaro la durezza del reale era la malattia e la morte. Nel linguaggio di Geymonat la durezza del reale era il reale scientifico oggettivo. Nel pensiero della storia la durezza del reale era la resistenza storica della borghesia e degli sfruttatori ai progetti di emancipazione. Si era dimenticato che il reale era duro in quanto non-io, non era duro in quanto esistente indipendentemente dall’io. In Fichte si ha alienazione quando l’io dimentica di essere lui stesso il positore del non-io e lo concepisce come un oggetto autonomo e a sé stante.».


Ecco, lo strutturalismo è uno dei tanti modi in cui l’alienazione ha modo di esprimersi. È un modo per vendersi quell’anima che non si possiede, allo scoperto, a babbo morto. Quell’anima che secondo il Galimberti, anch’egli noto neostrutturalista e filosofo del materialismo astratto, non esiste. Tutto ciò è ontologicamente inesistente, come il non-io che si pone in sostituzione dell’io altrui e se non sbaglio a intuire, questo sentimento di rifiuto dell’ontologicamente inesistente, inconsistente e insussistente, è proprio ciò che codesto neostrutturalismo vuol che si intenda per negazionismo. Una cosa da cui prendere le distanze pena la non accettazione da parte della comunità normotica.

Giovanni Moretti
Giovanni Moretti è nato a Torino nel 1963. Specialista in architetture informatiche e servizi ICT, ha studiato e lavorato per più di trent'anni per grandi multinazionali del settore per trovarsi ora in un percorso a ritroso che era iniziato in giovinezza con l'algebra di George Boole, poi proseguito in direzione di Gottlob Frege raccogliendo, strada facendo, una profonda passione per la filosofia

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