Il caos di Trieste è figlio del metodo Draghi

Errare è umano, perseverare è diabolico. E certo lo pseudo ministro (apocrifo) dell’Interno, Lamorgese, continua a perseverare nel dimostrare di essere totalmente incapace a gestire l’ordine pubblico. I fatti di Trieste, che mentre scriviamo sono in ancora in divenire, sono l’ennesima, clamorosa dimostrazione della sua inadeguatezza. Checché se ne dica della protesta, e del merito (si può essere pro o contro), tutti devono riconoscere che la decisione dello sgombero nel porto giuliano non era tale da provocare una guerriglia in città: le forze dell’ordine non sembrano in grado di fare fronte né al primo né alla seconda. Ed è troppo comodo scaricare tutto sul prefetto di Trieste. La responsabilità politica è del ministro dell’Interno. E poi, ovviamente, di Draghi, che deve rispondere di tutto essendo presidente del consiglio, non solo dei soldi del Recovery.

Ebbene il fatto che Draghi guidi un governo che ha provocato i più grandi disordini sociali negli ultimi anni è spiegabile in questo modo: l’ex banchiere non conosce il paese. E non lo conosce perché non ha mai intrapreso una campagna elettorale in vita sua. Quando illustrò una delle ragioni della opposizione al governo Draghi nel fatto che non fosse stato eletto, molti hanno ironizzato: è la forma che in democrazia conta, e Draghi ha la maggioranza in parlamento. Cosa volete di più?

Appunto, ha una maggioranza schiacciante nel paese legale, ma del paese reale nulla sa. Anche a questo servono le elezioni: a far si che chi i candidati interagiscono con il paese che intendono governare se le vinceranno. Ma se chi guida l’esecutivo non è mai passato da questo lavacro, la sua immagine della nazione sarà astratta, i problemi saranno considerati solamente tecnici, i cittadini dei numeri: e non avrà neppure la decenza di comunicare con gli italiani, come invece fanno tutti i premier di tutti i paesi.

Quindi, a crollare nel lunedì triestino non è solo quel poco di autorevolezza del ministro dell’Interno, che a questo punto sarebbe davvero scandaloso che rimanesse. E anche, e soprattutto, il “metodo Draghi” (e diciamo pure le sue ambizioni quirinalizie)

Qualche commentatore avventato nei giorni scorsi ha paragonato l’ex Super Mario a Thatcher o a Reagan. Ma per le botte ai portuali, a noi ricorda più che altro il capo del comunismo polacco di fronte ai cantieri navali di Danzica.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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