Il cambia nome, ma il in rimane

Molte testate annunciano trionfanti la “fine del ” in seguito all’adozione da parte del Governo di Parigi del disegno di legge che abolirebbe la francese in uso in molti stati africani sin dagli accordi di Bretton Woods del 1944. Ma è davvero così? Andiamo a vedere nel dettaglio come funziona la “nuova” e quali sono gli scenari politici nel contesto di riferimento.

La decisione di oggi del Governo fa seguito all’annuncio del 21 Dicembre 2019, quando il Presidente francese e il Presidente della Costa d’Avorio Ouattara hanno pubblicamente dichiarato che il verrà sostituito da una nuova unica, l’. Il nuovo progetto monetario vedrà coinvolte 8 delle 14 nazioni che utilizzano il , e sono le nazioni dell’ dell’Ovest che oggi utilizzano il CFA sotto l’area valutaria UEOMA. Per le nazioni dell’area valutaria CEMAC ( Centrale) le cose rimarranno invariate: già questo fatto smentisce l’abolizione del , che rimarrà vivo e vegeto con tutte le caratteristiche che conosciamo, in molti stati africani.

 

UEOMA ( Occidentale) CEMAC ( Centrale)
PASSERANNO ALL’ MANTENGONO IL
·        Benin ·        Camerun
·        Burkina Faso ·        Ciad
·        Costa d’Avorio ·        Gabon
·        Guinea-Bissau ·        Guinea Equatoriale
·        Mali ·        Rep. Centrafricana
·        Niger ·        Rep. del Congo
·        Senegal
·        Togo

 

Da dove nasce il progetto ?

Di una unica in un mercato comune nell’ Occidentale se ne parla sin dal lontano 1983, il progetto nasce nel 2009, quando i 6 Stati della Zona Monetaria dell’Africa Occidentale (West African Monetary Zone – WAMZ) progettano di creare una unica, gli stati sono tutte ex colonie inglesi (con l’eccezione della Guinea): Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria, Sierra Leone.

Gli Stati WAMZ fanno parte della Comunità Economica dell’Africa Occidentale ( sigla in inglese – sigla in francese). La particolarità di questa Comunità è che riunisce le ex colonie francesi con le ex colonie inglesi.

Nell’ troviamo infatti le 8 nazioni della zona franco UEOMA e le 7 nazioni anglofone dell’Africa Occidentale (le nazioni aderenti al WAMS con l’aggiunta di Capo Verde).

Il progetto , così come fu pensato dai 6 stati anglofoni WAMS nel 2009, doveva vedere luce nel 2015, ma dissidi e resistenze da parte dei Presidenti delle ex colonie francesi ne hanno sempre rinviato l’attuazione.

La sede dell’ è ad Abuja, capitale della Nigeria, lo Stato più popoloso e più ricco dell’Africa Occidentale che da solo vale il 67% del PIL di tutto l’.

Dopo anni di discussioni e continui “sabotaggi” da parte della Francia che controlla le economie delle nazioni della zona Franco UEOMA, a Giugno del 2019 in una riunione dell’ ad Abuja, viene lanciata la road map per arrivare a istituire la nuova divisa entro il 2020.

 

EX COLONIE FRANCESI STATI WAMZ
  •  Benin => FRANCO CFA
  •  Burkina Faso => FRANCO CFA
  •  Costa d’Avorio => FRANCO CFA
  •  Guinea-Bissau=> FRANCO CFA
  •  Mali => FRANCO CFA
  •  Niger => FRANCO CFA
  •  Senegal => FRANCO CFA
  •  Togo => FRANCO CFA
  •  Gambia
  •  Ghana
  •  Guinea (ex colonia francese che non ha Franco CFA)
  •  Liberia
  •  Nigeria
  •  Sierra Leone
  •  Capo Verde (dal 1976) (ex colonia portoghese)

 

 

Cosa prevedeva il progetto partito dagli Stati WAMZ?

 

Nella riunione di Abuja del Giugno 2019 vengono tracciate le linee guida per i parametri d’accesso alla nuova ECO:

 

  • il deficit non deve essere superiore al 3%
  • il tasso d’inflazione annuo inferiore al 10% con un obiettivo a lungo termine di non oltrepassare il 5%
  • i paesi dovranno disporre di riserve primarie in grado di finanziare almeno tre mesi di importazioni
  • il rapporto debito/Pil non dovrà superare il 70%, mentre il deficit di bilancio delle banche centrali non dovrà esser superiore al 10% delle entrate fiscali dell’anno precedente e la variazione del tasso di cambio nominale di più o meno del 10%.

 

A differenza del Franco CFA, l’ECO- doveva godere di un tasso di cambio flessibile per stimolare la domanda interna e la crescita delle economie nazionali.

Il progetto ECO nato in seno all’ è stato accolto con riserva dai vari movimenti panafricanisti, che da anni si battono per liberare le ex colonie francesi dal tallone dell’Eliseo. L’ECO potrebbe rappresentare il superamento del Franco CFA, anche se il modello simile all’Euro viene contestato dai panafricanisti, che sottolineano come una mancanza di una politica comune sia il vero vulnus della nuova , a tal proposito ha dichiarato il leader Kemi Seba:

“L’abbandono del Franco Cfa in Africa occidentale è il risultato della storica mobilitazione iniziata dal fronte anti cfa nel gennaio 2017”, tuttavia “la scomparsa del Franco Cfa (parziale di inoltre, visto che questa moneta cancerogena è ancora in vigore nell’Africa centrale) non significherebbe per nulla la scomparsa della françafrique finché le basi militari francesi e le grandi imprese francesi continueranno ad occupare in maniera immorale il nostro continente. Ricordiamo anche che il mal governo e la corruzione endemica delle nostre élite costituiranno, finché esiteranno, un freno inesorabile all’avanzato dei nostri paesi.”

Sull’ECO ha poi aggiunto che “lo schema economico che le nostre élite hanno scelto, sia la copia quasi conforme del Sistema monetario dell’euro. Un sistema zoppo già in Europa, che ovviamente non sarà migliore in Africa. Infatti, una zona monetaria senza federalismo di bilancio è destinata alla sconfitta. Creare una moneta unica senza una politica comune nei settori dell’economia, dell’occupazione e della politica sociale rischia di provocare danni significativi per i nostri paesi.

Il progetto ECO dell’ECOWAS metterebbe al centro le economie più forti di Ghana e Nigeria, che – come accade in Europa con Francia e Germania – fagociterebbero le altre nazioni.

Secondo molti economisti le profonde differenze tra i paesi dell’Africa Occidentale renderebbero impossibile la stabilità del nuovo progetto monetario, soprattutto se questo viene svincolato da una divisa forte come l’Euro. Considerato l’attivismo cinese in tutto il Continente Nero, c’è chi vede la longa mano del Dragone dietro questa operazione: per subentrare alla Francia nelle ex colonie, la Cina potrebbe garantire l’Eco con lo Yuan. In questo quadro la partita monetaria dell’Africa Occidentale va letta come un conflitto per il controllo delle risorse minerarie e delle terre rare presenti nell’area geografica tra la Francia e la Cina.

L’INTERVENTO A GAMBA TESA DI : ANNUNCIA LUI L’ECO

 

Per la Francia il controllo delle ex colonie è di vitale importanza, c’è chi sostiene che la sua economia dipenda fortemente dal controllo delle ricche risorse dell’Africa Occidentale, tra tutte basta citare i giacimenti di uranio del Niger (primo produttore africano e quarto a livello mondiale) che oggi vengono controllati dalla multinazionale di Stato Orano (ex Arleva, per l’80% di proprietà del Tesoro francese). Così come ha dimostrato l’episodio venuto alla luce con lo scandalo di wikileaks dell’assassinio di Gheddafi per difendere il Franco CFA dal progetto della moneta unica africana, la Francia è pronta a difendere con le unghie e con i denti la propria presenza nelle ex colonie.

In quest’ottica, per frenare il progetto ECO-ECOWAS, insieme al presidente della Costa d’Avorio ha annunciato lo scorso 21 Dicembre l’introduzione di un’altra moneta ECO.

Con questa mossa, fatta per dividere il fronte ECOWAS, il Presidente francese ha fatto una vera e propria operazione di maquillage per tentare di scrollarsi di dosso l’infamante etichetta del neocolonialismo. L’annuncio della fine del Franco CFA suona da un lato come un’ammissione del pluridecennale dominio monetario francese in Africa, dall’altro come un’apparente rinuncia alla presenza transalpina nelle ex-colonie. Nei fatti però viene stravolto il progetto nato in seno all’Ecowas, perché l’ECO annunciato da continua a mantenere il cambio fisso con l’euro, con la Francia a fare da garante, e ad essere stampato nelle tipografie parigine. Il fatto che la “nuova” moneta continui ad essere agganciata all’euro grazie al cambio fisso, sotto il monitoraggio della Francia, ci dice che i proclami sulla presunta definitiva decolonizzazione non trovano riscontro nella realtà. Non è chiaro se il deposito del 50% delle esportazioni sarà ancora depositato presso un conto corrente del Tesoro francese in cambio della stabilità sul tasso di cambio, ma già anche solo per il fatto che il Franco CFA rimarrà in vita nelle ex colonie dell’Africa Centrale nell’area CEMAC si ha la dimostrazione che non c’è nessuna intenzione da parte dell’Eliseo di mollare la presa. Se davvero poi il Tesoro francese non terrà più il 50% delle riserve in valuta estera, ci si aspetta che gli Stati che finora hanno versato l’obolo a Parigi vengano lautamente rimborsati. Cosa che immaginiamo non accadrà mai…

LA REAZIONE DELLE NAZIONI ANGLOFONE DELL’ECOWAS

L’annuncio di dello scorso dicembre ha provocato la prevedibile reazione dei paesi anglofoni dell’Ecowas, provocando una frattura in seno alla Comunità Economica dell’Africa Occidentale:

ROMA (agenzia DIRE) Un gruppo di Paesi anglofoni dell’Africa occidentale, assieme alla Guinea, ha “espresso preoccupazione”
per la “decisione unilaterale” di cambiare il nome al franco CFA da parte di alcuni Paesi dove la moneta è in vigore. Il significato del CFA, all’origine, nel 1945, era di “Franco delle Colonie Francesi d’Africa”, poi divenuto acronimo di Comunità Finanziaria Africana; è il nome di una valuta comune a 14 Paesi africani, che ha orbitato nell’area dell’ex Franco Francese, oggi dell’Euro. Sul ruolo di questa strumento di scambio economico si accendono, di tanto in tanto anche recentemente, diverse polemiche – a volte strumentali – ma che comunque alludono a dati di fatto concreti, e cioè con le ancora molto diffuse influenze economiche post coloniali, da molti considerate all’origine della disarmonica crescita sociale e civile e delle stridenti disuguaglianze che persistono in quasi tutte le 54 nazioni africane.

Il programma di trasformazione. La dichiarazione di Nigeria, Guinea, Sierra Leone, Ghana, Gambia e Liberia (tutti Paesi anglofoni) è stata diffusa da Abuja – capitale della Nigeria – a margine di un incontro della Zona monetaria dell’Africa occidentale. Il 21 dicembre scorso, il presidente della Costa d’Avorio Alassane Ouattara, assieme all’omologo francese Emmanuel , aveva annunciato il programma per trasformare il CFA in ECO in tutti i Paesi membri della Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale. Questi ultimi sono il Benin, il Burkina Faso, la Costa d’Avorio, il Mali, il Niger, il Senegal e il Togo, tutte ex colonie francesi, e la Guinea Bissau, già colonia portoghese. Il vecchio acronimo, che oggi sta per “Comunita’ finanziaria africana” o “Cooperazione finanziaria in Africa centrale”, ricorda a molti il suo significato originario: “Colonie francesi in Africa”.

Si allontanerebbe il progetto di “Moneta unica”. Ma il cambio di nome da parte delle nazioni francofone “non è in linea” con il programma per una moneta unica, da chiamare anch’essa ECO, che dovrebbe interessare tutti i 15 Paesi dell’Ecowas, la Comunita’ economica degli Stati dell’Africa occidentale. Altri critici della ECO dell’Africa francofona sottolineano come il suo valore resterebbe agganciato a quello dell’Euro, proprio come è stato per il franco CFA. Per discutere del cambio di moneta nelle ex colonie francesi, atteso per luglio, i firmatari della dichiarazione hanno chiesto un incontro straordinario dei leader dell’Ecowas.

CONCLUSIONI

 

La “guerra valutaria” in atto nell’Africa Occidentale rispecchia le dinamiche geopolitiche in atto in quell’area del Continente Nero, con la Francia disposta a tutto per difendere la propria presenza nelle ex colonie e con la Cina che insedia questo primato francese confermando la sua strategia geoeconomia di controllo dei giacimenti di metalli, metalli rari e terre rare, che sono il vero core business di quella che in Occidente viene chiamata “green economy”, “transizione energetica” o “era digitale”.

Il controllo di materiali rari indispensabili alla produzione di batterie, circuiti elettronici, pannelli solari, schermi e hard disk, è la grande posta in gioco ed è alla base dell’assidua presenza cinese in Africa, essendo diventata la Cina produttore globale di telefonini e componenti per i computer.

La mancanza di una cultura dell’indipendenza da parte delle popolazioni africane e l’elevato tasso di corruzione tra le classi dirigenti, rendono l’Africa oggetto di conquista.

Non è tollerabile lo sfruttamento neocoloniale francese, così come desta enorme preoccupazione l’iper-attivismo cinese in Africa. Ancora una volta è l’Europa la grande assente, incapace di avere una visione strategica comune perché troppo impegnata nel non ostacolare l’egoismo nazionalista francese.

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