Il Mein Kampf di Amnesty International. L’ultimo rapporto della ong criminalizza Israele per il suo “apartheid verso i palestinesi”. Molto odio, poca storia.

Beninteso. Chi scrive, come tutti, auspica la pacificazione, l'agognata “Two-State solution” di un conflitto politico lungo e dolorosissimo, per la Terra Santa, Israele, il popolo ebraico e le popolazioni arabe. Chi scrive crede che per capire la questione israeliano-palestinese bisogna fare i conti con la teologia. Anche solo per immaginarne una conclusione, secolare, laica e , bisogna fare i conti con le “religioni del Libro”. Ma per essere affrontata nel qui e ora del nostro tempo, dobbiamo partire dalla realtà tangibile delle cose e dei fatti, oltre ogni pregiudizio ideologico.

Amnesty International, di sicuro, non si è avvalsa né della Bibbia, né dei libri di storia, per redigere il suo ultimo rapporto di 278 pagine dedicato a “Israel's apartheid against Palestinians. Cruel system of domination and crime against humanity“. La sua non è una critica a strategie, prassi, sistemi giuridici, politici, economici e militari. La sua è la narrazione di una “realtà alternativa”, un luogo tenebroso e onirico in cui Israele è il Grande Carnefice e tutto il resto è il puro “mondo dell'innocenza”.

Amnesty non è la sola a raccontare un mondo talmente parziale e manicheo da non esistere. Già l'Assemblea generale dell'Onu, il 10 novembre del 1975 aveva votato la famosa risoluzione 3379 per la quale “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale”; anche la Conferenza di Durban del 2001, convocata “contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l'intolleranza”, naufragò nelle stesse tesi anti-israeliane, argomentate, tra i materiali diffusi, anche con i “Protocolli dei Savi di Sion”; e ancora, nel 2009, il giudice sudafricano Richard Goldstone, chiamato a presiedere la Commissione Onu per indagare su eventuali violazioni dei diritti umani a Gaza, accusò Israele di gravi crimini di guerra, salvo poi riconoscere, qualche anno dopo, che Israele aveva eseguito ordinarie procedure militari in risposta alle aggressioni di Hamas.

Amnesty va giù pesante contro Israele dicendone peste e corna. Per il solo fatto di autodefinirsi “Stato ebraico”, nella sua costituzione del 1948, Israele indicherebbe “di per sé l'intenzione di opprimere e dominare”; “i palestinesi israeliani godono di maggiori diritti e libertà rispetto a quelli dei Territori palestinesi occupati”; “il trattamento dei palestinesi da parte di Israele persegue lo stesso obiettivo: privilegiare gli ebrei israeliani nella distribuzione delle terre e delle risorse”; “Amnesty International può dimostrare che le autorità israeliane trattano i palestinesi come un gruppo razziale inferiore, definito dal loro status non-ebreo e arabo”; “ad esempio, ai palestinesi residenti in Israele viene negata la nazionalità e ciò costituisce una differenziazione giuridica rispetto agli ebrei israeliani…”.

A parte la retorica da CSOA Intifhada o magari degna di qualche vecchio salotto radical-destro, i dati riportati da Amnesty sono incompleti e tutti da verificare. L'analisi complessiva e le tesi di fondo sono da respingere in blocco. Amnesty dichiara lo Stato ebraico come Stato di “apartheid”, il noto sistema di segregazione razziale presente in Sudafrica fino all'inizio degli anni '90. Il suo rapporto mette in discussione l'origine stessa di Israele come il “peccato originale” da cui deriverebbero tutti i mali del Medio Oriente.

Ma questo è un falso storico. Tralasciando l'aspetto giuridico internazionale, i principi di autodeterminazione e sopravvivenza, i diritti alla autodifesa e alla sicurezza nazionale, alla base della nascita di uno Stato libero, indipendente e sovrano, prima di Israele, il popolo ebraico ha sempre vissuto nella sua terra.

Il popolo ebraico, al netto di un integralismo minoritario a cui una religione “nazionale” non può che essere esposta per la sua natura formale, – male, l'integralismo, che investe ogni religione, comprese quelle universali come cristianesimo e – è sempre esistito. Tra diaspore e persecuzioni, ha sempre abitato nella Terra Santa. E nonostante il fanatismo delle minoranze ortodosse, lo Stato di Israele è uno Stato di diritto, laico e plurale. Gli arabi, musulmani e non, come i cristiani e i fedeli di altre religioni, gli atei e gli agnostici, hanno libero accesso a qualsiasi spazio, incarico, ufficio e servizio pubblico.

E proprio in ordine alle accuse di Amnesty, di una presunta discriminazione “razziale” dei palestinesi, gli arabi israeliani sono presenti nel Governo come nella Corte Suprema, nella Knesset, nelle scuole, nelle università, negli ospedali, nel sistema di informazione, a tutti i livelli. Israele è una democrazia che accorda diritti ad arabi e a palestinesi più di qualsiasi altro Stato nell'area, uno Stato in cui i diritti umani si rispettano, eccome, a differenza di Egitto, Siria, Iran e Turchia. Si occupasse di loro Amnesty e delle violazioni sistematiche che avvengono in quei Paesi. E nei Territori palestinesi farebbe bene a occuparsi dell'egemonia di Hamas, organizzazione terroristica che persegue per statuto l'uccisione di ogni ebreo “ovunque si trovi”, la vera responsabile della oppressione e della miseria in cui da troppo tempo giace il popolo palestinese.

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