Il “poeta” di Grillo insulta la Meloni. Buonisti e femministe del PD non pervenuti.

Stava per passare inosservato un vero talento, il poeta dialettale Franco Ferrari, amico personale di Beppe Grillo e fermo sostenitore dei pentastellati. Sarebbe stato un peccato se il genere umano non fosse stato messo nelle condizioni di godere delle rime di questo genio italico, ma fortunatamente, con un sonetto in rima, ha ottenuto il successo che meritava.

Abbiamo gustato le velenose e salaci rime contro i romani ingrati “gente de fogna”, abitanti di una città “zoccola” e che non ha apprezzato a sufficienza le alte doti politiche e amministrative del sindaco Raggi. Ma il Sommo aveva avuto già dato prova delle sue mirabolanti capacità, perché con una poetica avanguardista, pur con un occhio (strabico) alla tradizione folk dialettale, aveva pennellato un soave carme all’indirizzo della Meloni, ricoprendola di insulti gratuiti e senza alcuna attinenza con le posizioni politiche.

L’ha chiamata carciofara, tappa, sbeffeggiandola per l’aspetto fisico e vomitando irripetibili improperi, naturalmente senza che alcuna “pseudo femminista a fasi alterne senonoraquandista metooista” abbia trovato nulla da ridire. Quanta povertà di linguaggio e quanta poca dimestichezza con le parole.

E non è naturale che la politica si serva di questi mentecatti della comunicazione, che pensano di essere dei novelli epigrammisti e invece hanno lo spessore del guappo di cartone che ha appena avuto il permesso tacito da mamma e papà di dire le parolacce.

Se poco conta tuttavia che “il poeta” abbia deciso di riempirsi la bocca di improperi, perché del tutto evidentemente non possiede altri mezzi per stare al mondo, ciò che lascia stupefatti è quanto parte della politica si sia inabissata nel grottesco, facendo di questi imbelli un punto di riferimento.

Ma questo accade perché la politica senza orizzonti e priva di un progetto o di bagagli valoriali si sposa felicemente con questa approssimazione linguistica e la meschinità di quei versi sembra scrivere il manifesto sguaiato di un movimento in inarrestabile declino.

Tutto ciò mentre tra le anime belle della sinistra imperversa un furore censorio senza precedenti e si creano commissioni conto il linguaggio d’odio, si presentano progetti di legge liberticidi e pericolosi per mettere in galera chi si macchia di discriminazione omofobica, ci si inginocchia in parlamento per sostenere cause antirazziste lontane mille miglia dai nostri schemi, difendendo imbrattatori di statue e monumenti indicati inapellabilmente come simbolo di repressione o razzismo.

Ma in questa dinamica disfunzionale il cortocircuito si innesca se la violenza è rivolta a destra: perché se sei di destra puoi essere denigrato, offeso e deriso, se sei di destra non meriti il rispetto dovuto agli altri uomini ed alle altre donne, sei feccia i cui diritti sono declassati ad aspirazioni frustrate.

E allora Grillo fa proprio il furore di un improvvisato Pasquino de noantri che insolentisce senza ritegno la Meloni, ma il PD, momentaneo alleato di governo, con i suoi alfieri del buonismo a senso unico tace, colpevole, perché è solo Giorgia, non vale la pena farsi carico di battaglie a perdere. Sessismo e body shaming sono concetti validi solo per chi li merita.

Così si consuma una piccola vergogna, ai danni dell’unico presidente di partito donna della storia italiana, che dalla sinistra ben pensante dovrebbe essere indicata a modello di emancipazione femminile, invece è vista come una dolorosa spina nel fianco, perché testimone quotidiana dei loro fallimenti e della loro ipocrisia.

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