Il teatro, il paese del vero.

Siete mai stati su un palco poco prima dell’apertura del sipario? Quello è il momento più vero e vivo di ogni rappresentazione.

“Andrà bene? Mi applauderanno? Quella battuta devo dirla così. Mi devo ricordare quel gesto.” oppure se si è, come chi vi scrive, un po’ autodistruttivi “ma chi me l’ha fatto fare? E se fischiano? O, peggio ancora, ci trovano banali e noiosi?” e poi però c’è il rito propiziatorio “Merda, merda, merda!” e allora l’ansia sparisce e diventi il tuo personaggio.

E poi si apre il sipario e si crea quella magia che fa sì che ogni spettatore veda se stesso in scena o sia con la schiena un po’ in avanti come per ascoltare e vedere meglio quello che accadrà.

Perché il sudore in scena, la battuta con un piccolo intoppo – a chi è che non è mai capitato? -, una risata spontanea o un pianto che non era previsto così torrenziale trasforma un testo inventato nella realtà di chi la interpreta e di chi l’osserva.

Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.

(Victor Hugo)

Oggi è la giornata mondiale del teatro. Istituita nel 1961 è il momento in cui si dovrebbe ricordare l’importanza di quest’arte che, dalla Grecia antica ad oggi, racconta, per dirla con Gigi Proietti è là “Dove tutto è finto ma niente è falso.”

Però oggi se aprissimo il sipario non ci sarebbe pubblico.

Tutti a casa a vedere Netflix o qualche film e i teatri sono vuoti.

Purtroppo non è solo triste. E’ una tragedia.

Teatro non lo fanno solo gli amatoriali ma anche migliaia di attori, tecnici, scrittori, registi che vivono di questo e che oggi sono soli – loro come troppi altri – senza incassi, senza sapere quando tornare su quel palco, fisicamente o con le proprie parole, che è vita. Passione di vita e per vivere.

E anche a loro, non solo in questa giornata, dobbiamo pensare. Non soltanto perché è giusto aiutare anche questa categoria di lavoratori, non solo per poter tornare a godere quando si apre il sipario ma anche perché la crisi del 29 negli USA, e anche in Italia, fu sconfitta anche mandando tantissime compagnie teatrali, e musicali, in giro per le piazze, nelle campagne, ovunque fosse possibile trasformando ogni tappa in un momento di festa e speranza – anche perché gli spettacoli portano un grande indotto alle altre categorie -. E forse quando potremo di nuovo festeggiare, sognare, commuoverci insieme riscopriremo quanto il teatro sia non uno svago ma, forse, una delle soluzioni per uscire dalla crisi e per migliorare la nostra vita.

L’attimo in cui si spengono le luci sul palco è il momento più drammatico per noi. Perché non sappiamo mai con certezza cosa accadrà. Sono pochissimi secondi, che durano un’eternità, sospesi tra successo e fallimento.

Oggi siamo al buio ma domani se sapremo scoprire quel che siamo davvero in grado di fare potremo alzarci in piedi e applaudire gli attori, che poi siamo noi stessi, che hanno affrontato questa pandemia senza mai arrendersi.

“Pronti? Si va in scena!”

“Nervosi? Tutti qui presto. Facciamo un cerchio, stringiamoci le mani e gridiamo insieme”

“Merda! Merda! Merda!”

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