Il turismo ai tempi del Covid: primo a fermarsi e ultimo a ripartire.

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In tempi di COVID il settore del turismo è stato il primo a fermarsi e sarà l’ultimo a ripartire.

Per rendere l’idea della portata del fenomeno, è bene evidenziare come questo settore del terziario coinvolga in senso stretto una serie di attività economiche riconducibili a operatori turistici (tour operator), agenzie di viaggi, agenzie di organizzazione congressuale, incentive ed eventi, strutture ricettive d’ogni tipo fornenti servizi di ospitalità, professionisti autonomi come guide turistiche e accompagnatori turistici. Occorre poi aggiungere tutto il settore dei beni culturali, quindi, musei, siti e parchi archeologici; tutta la quota destinata al turismo sia del comparto della ristorazione che del comparto dei trasporti, aerei, marittimi e di terra, quindi anche pullman turistici, autonoleggi e noleggi con conducente (N.C.C.). Infine bisogna tener conto di tutto un indotto dal quale non possono sottrarsi parchi divertimento e diverse attività commerciali.

L’intero settore del turismo, in tutte le sue tipologie, ha riportato gravi perdite economiche, ma se quest’ultime vengono analizzate in termini di introiti nazionali, qualche distinzione è d’obbligo.

Il turismo in uscita (outgoing) può generare benessere ai nostri connazionali in vacanza all’estero, ma pur sempre sposta quote della nostra ricchezza verso altre nazioni. Il turismo domestico può produrre lo stesso genere di benessere semplicemente spostando la nostra ricchezza all’interno del nostro territorio, ossia da una regione all’altra, tenendo in moto i consumi. Ma è il turismo in entrata (incoming) rappresentato dall’afflusso di stranieri in Italia e suddivisibile in individuale e di gruppo, la tipologia di turismo che genera vera ricchezza economica sul nostro territorio facendola affluire dall’estero.

L’incoming di gruppo, in Italia, costituisce un turismo in entrata di tipo fortemente organizzato che necessita di tempi non brevi per la sua messa in moto e che la situazione dettata dal COVID ne ha cancellato al momento qualsiasi traccia, lasciando incerta qualunque prospettiva di ripresa. Molti tour operator, accompagnatori turistici, guide turistiche e aziende di pullman puntano alla primavera 2021… Ma se per una seconda ondata di COVID e occorresse attendere almeno fino alla prossima estate, di quale entità sarebbero i danni per questo settore e per le famiglie che ci sono dietro?

L’incoming individuale, rappresentato da individui e famiglie che dall’estero si recano nel nostro Bel Paese, costituisce certamente una tipologia di turismo in entrata più flessibile, con tempi di risposta più brevi rispetto a quella di gruppo, e che perciò, COVID permettendo, potrebbe riprendersi più rapidamente.

Oggi, cosa sta facendo lo Stato italiano per una ripresa del turismo in entrata nel nostro Bel Paese? Sta creando i presupposti per una ripartenza, dando all’estero l’immagine di un’Italia sicura e organizzata?

Linee guida chiare su tutto il territorio nazionale sono necessarie a rassicurare i Paesi stranieri e a invogliare i loro cittadini a scegliere l’Italia quale meta turistica. Procedure e regole uniformi sulle modalità di visita ai nostri monumenti, musei e siti archeologici, sono auspicabili allo scopo sia di infondere sicurezza che di semplificare il soggiorno a chi desidera recarsi nel nostro Paese con l’intento di visitare siti d’attrazione che possono trovarsi in regioni differenti.

A tal proposito, occorre però fare i conti, da un lato, con la realtà delle singole Regioni, e dall’altro, con una governance troppo frammentata del nostro patrimonio storico-artistico.

Le Regioni, pur forti di una certa autonomia conferita dal Titolo V della costituzione, da sole, fanno fatica a interfacciarsi con stati e nazioni, e lo si è potuto costatare a livello di promozione turistica. Pensare poi, che una singola Regione, da sola, possa essere chiamata a infondere sicurezza in era COVID, anche solo a livello turistico, è impresa assai ardua. Un Ministero del Turismo sarebbe auspicabile.

La governance, quindi la gestione del nostro patrimonio storico-artistico, dovrebbe ricondursi a un insieme di principi, regole e procedure uniformi su tutto il territorio nazionale; invece essa è sempre più spesso lasciata in concessione, anche per tempi molto lunghi, a enti privati, come società, spesso cooperative, che si ritrovano a mettere radici nella gestione di pezzi importanti del nostro patrimonio storico-artistico pubblico. Lo Stato ne perde così il contatto e il controllo diretto al punto di non essere in grado in tempi brevi di valutare, decidere e intraprendere azioni in merito alle regole e alle procedure che si ritengono necessarie su tutto il territorio nazionale. Così, proprio in momenti di emergenza, quando tempi di risposta brevi sono necessari e auspicabili, il governo impatta con gli ingranaggi di un sistema frammentario di governance, e prima di poter fare il punto della situazione, è costretto a interfacciarsi con i diversi interlocutori privati che gestiscono componenti importanti del patrimonio storico-artistico pubblico.

Il patrimonio pubblico appartiene al popolo italiano, che è rappresentato da quel soggetto di diritto pubblico chiamato Stato. Musei, monumenti, parchi e siti archeologici, dovrebbero e potrebbero essere gestiti dallo Stato, o dalle Regioni, con dipendenti pubblici di diverso livello e formazione professionale a prestarvi il loro servizio; con controlli di gestione e obiettivi prefissati che, se non raggiunti, giustifichino il sollevamento dall’incarico del personale preposto. Sollevare da un incarico o rimuovere da una posizione un lavoratore statale poco efficiente, anche al solo fine di ricollocarlo, si è dimostrata già in passato una procedura del tutto impraticabile, anche di fronte all’inefficienza più totale, e allora si sono fatte avanti le privatizzazioni o si è lasciata in concessione a privati la gestione di beni e settori strategici. Ciò non ha per forza significato maggiori introiti per lo Stato, e tanto meno condizioni contrattuali migliori di quelle statali per i lavoratori, considerato che al privato, nel nome della competitività, è concessa una maggiore flessibilità nel rimuovere i lavoratori poco efficienti dal loro incarico.

Il lavoro statale non dovrebbe essere concepito come un ammortizzatore sociale, e lo Stato dovrebbe gestire al meglio il proprio patrimonio, dettando linee guida certe nel nome del bene pubblico nazionale.

Turisti da tutto il mondo giungono sul nostro territorio per ammirare un patrimonio storico-artistico, culturale e ambientale unico al mondo, ma la nostra politica non sembra in grado di gestirlo in modo oculato e di coglierne la reale strategicità percepita invece all’estero. Un’incapacità e inconsapevolezza politica che hanno permesso l’imporsi di un turismo sempre più di massa e sempre meno eco sostenibile sul nostro territorio, lasciando diversi spazi alla speculazione. Diversi aspetti del turismo incoming sono stati sottovalutati, e con essi la vera portata del suo stesso fenomeno.

Spesso, sul nostro territorio, si è cercato solo di far coincidere l’offerta con una domanda turistica estera preconfezionata, come a voler scongiurare l’eventualità che questa potesse rivolgersi altrove. La concentrazione, la qualità e l’unicità del patrimonio storico-artistico-culturale italiano rendono invece il nostro Paese turisticamente appetibile in modo unico ed esclusivo. Proprio per questo l’offerta turistica italiana potrebbe e dovrebbe essere rimodulata e orientata verso l’ecosostenibilità, con una politica attenta alla tutela ambientale del nostro territorio e alla preservazione e conservazione del nostro patrimonio storico-artistico e culturale. Quel turismo fortemente di massa, mal gestito e che, per fare un esempio, ha portato al decadimento di città come Venezia, andrebbe sicuramente ripensato.

La regola prima dovrebbe essere “di meno ma buoni”, accogliendo nuovamente una domanda turistica qualitativamente più alta, sia in senso economico che culturale. Un’Italia meno congestionata, dotata del patrimonio storico-artistico e culturale che sappiamo, può sicuramente offrire a un turista “di qualità” in grado di assaporare e vivere a pieno l’autenticità del territorio, la sua storia e la sua cultura, l’opportunità di un soggiorno memorabile. In ambito poi di viaggi istruttivi, i cosiddetti educational tours, il nostro Paese non è sostituibile con nessun altro. Per studenti d’ogni livello e d’ogni età, la scelta di viaggiare a scopo d’istruzione in Italia, piuttosto che in un altro Paese, è da considerarsi al pari della scelta che si fa per una scuola ritenuta migliore o esclusiva rispetto ad altre.

L’Italia, essendo una nazione dell’Unione Europea, cede a quest’ultima una parte della propria sovranità. Per l’accordo di mutuo riconoscimento che vige all’interno dell’U.E., i cittadini dei Paesi membri vedono le professionalità acquisite nella loro nazione d’origine, riconosciute anche all’interno degli altri Paesi membri. Ciò riguarda anche quelle professionalità che in Italia, fino a pochissimo tempo fa, erano riconosciute solo localmente in considerazione della specificità territoriale. Accade così, che una guida turistica di una Provincia d’Italia sia divenuta oggi una guida nazionale, come se fosse in grado di conoscere e spiegare nel dettaglio ogni singola piazza, sito, monumento e museo di quel patrimonio storico-artistico immenso, disseminato sull’intero territorio italiano. Per di più, questo mutuo riconoscimento, così com’è stato recepito dal nostro Stato, permette a guide turistiche di un Paese dell’U.E., diverso dal nostro per territorio e per tutt’altra entità di patrimonio storico-artistico, di avvalersi del loro titolo e, con l’integrazione di qualche misura compensativa che il nostro Paese può richiedere, di esercitare la professione di guida turistica qui in Italia. Ciò sminuisce l’alto grado culturale da sempre attribuito alla figura professionale delle nostre guide turistiche locali. Lo Stato italiano dovrebbe proteggere la specificità a l’alto livello di tutte quelle professionalità legate a un patrimonio storico-artistico unico al mondo come quello italiano. Nella fattispecie il mutuo riconoscimento dovrebbe limitarsi a dare a ogni cittadino europeo il diritto di poter sostenere sul nostro territorio quegli stessi esami che localmente, una volta superati, danno l’abilitazione all’esercizio della professione.

Purtroppo il turismo incoming non passa sempre attraverso l’intermediazione di tour operator italiani o con sede legale in Italia, tra l’altro penalizzati dalle aliquote fiscali alte imposte dallo Stato italiano.

Diversi tour operator stranieri, che pur non percependo redditi sul territorio italiano, in qualche modo vi operano e sono presenti con sedi di rappresentanza, hanno sedi legali e pagano le imposte in quei Paesi caratterizzati da regimi fiscali con aliquote basse, come ad esempio l’Irlanda. Questi Paesi permettono, da un lato, una maggiore competitività ai tour operator che vi risiedono, e dall’altro, di far affluire nelle proprie casse erariali quel gettito fiscale di cui potrebbe invece beneficiare l’Italia. Il tutto si traduce in una perdita di gettito fiscale per il nostro Paese, sia per il minor fatturato prodotto dai nostri tour operator meno competitivi, sia per i mancati tributi versati ad altri Paesi.

Le soluzioni potrebbero essere due. La prima, di auspicabilità discutibile e al momento pressoché impraticabile, cioè, uscire dall’Europa facendo decadere il mutuo riconoscimento e favorendo sul territorio italiano il lavoro  di quei tour operator, guide turistiche e accompagnatori turistici che in Italia pagano imposte e tasse. La seconda, assolutamente praticabile e auspicabile, far leva su aliquote fiscali basse create ad hoc per il settore turismo in senso stretto; ad esempio rendendolo completamente esente IVA, come già avviene per le guide turistiche, e dedicandogli un’aliquota d’imposizione fiscale sui redditi pari al 10% o 12%. Così facendo si creerebbero le condizioni atte a motivare lo spostamento in Italia da parte di quei tour operator con sede legale all’estero, ma anche da parte di quei liberi professionisti del settore del turismo, come ad esempio accompagnatori o tour director, con residenza all’estero anche solo per motivi fiscali. Le casse erariali dello Stato italiano potrebbero beneficiare di un cospicuo incremento di gettito fiscale e i tour operator con sede legale in Italia vedrebbero salire la loro competitività. Tutto il settore del turismo farebbe aumentare il nostro PIL nazionale, contribuendovi per un’aliquota percentuale ben maggiore di quella attuale pari a poco più del 13%.

Fabrizio Bianco
Fabrizio Bianco
Ha frequentato scuole cattoliche fino alla secondaria di I grado e scuola statale per la secondaria di II grado. Ha espletato il servizio militare nell'Arma dei Carabinieri prestando servizio anche presso il Comando Generale Si è laureato in Economia e Commercio presso l'Universita La Sapienza di Roma. Ha lavorato per quella che è stata una delle più grandi società di cambia valute in Italia Conosce bene l'Europa e gli Stati Uniti d'America, Guida turistica di Roma e accompagnatore turistico in Italia e in Europa di gruppi principalmente statunitensi e canadesi; é anche in possesso della qualifica di direttore tecnico di agenzia di viaggi e turismo. Scrive e pubblica articoli su argomenti economici e storici,  e per quest'ultimi anche in inglese.

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Massimiliano Francia

Ottimo articolo, chiaro e pienamente illustrativo di quanto stia perdendo l’Italia nel comparto turistico, a causa dell’incompetenza e della miopia di chi ci governa

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