Immigrazione, Africa e Ong. È in gioco il futuro dell’Italia.

La questione dell’ e delle Ong tiene banco su tutti i grandi media, ennesimo terreno di scontro in cui il mondo della stampa nostrana, dominata dal “politicamente corretto”, cerca di accusare il nuovo governo senza lasciare spazio a dibattiti costruttivi, realistici e profondi. Per prima cosa, sarebbe ora di riconoscere che la questione non investe dinamiche temporanee o semplici temi di accoglienza, ma è un campo su cui si gioca il futuro stesso dell’Italia e dell’Europa, in cui la parola «identità», dipinta troppo spesso sbrigativamente quale sinonimo di razzismo, si configura invece come un valore imprescindibile per i popoli e le Nazioni. Come scrisse nel 2017 l’attuale ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, «la crisi dell’Occidente e dell’Europa sta innanzitutto in questo: di fronte a popoli e culture sempre più convinti dei propri modelli e delle proprie idee, l’Occidente sta perdendo non solo le ragioni della propria storia e delle propria identità, ma soprattutto gli strumenti per difendersi e quindi per affermarsi». 

Senza amore per la storia, per la Patria e per il proprio territorio non può esistere d’altronde un confronto maturo e proficuo con altri popoli, non possono esistere processi migratori controllati, umani che rispettino sia la cultura di chi arriva quanto quella di chi ospita. Le migrazioni ci sono sempre state e sempre ci saranno, gli scambi culturali sono fondamentali ed esempi virtuosi di “nuovi arrivati” che arricchiscono le Nazioni sono molto frequenti. Ma bisogna allo stesso tempo essere realisti: pensare che si possa accogliere chiunque indiscriminatamente è un’utopia che non tiene conto della delicatezza di certi processi e dell’esplosione del tessuto sociale che l’ senza freni può comportare (il mondo no border è anche un mondo no welfare, ha chiarito lo storico tedesco Rolf Peter Sieferle). Le proiezioni numeriche, d’altronde, raccontano una storia senza precedenti: nel 2065 gli immigrati in senso lato (includendo le cosiddette «persone con retroterra migratorio») saranno il 41,5 % degli abitanti in Italia, nel 2001 erano l’1%. Una dinamica che si registra in quasi tutti gli Stati europei. Proporzioni mai viste prime, neanche ai tempi delle «invasioni barbariche» e del crollo dell’Impero Romano. Non a caso, lo storico Michel de Jaeghere ha formulato alcuni parallelismi tra la fine dell’Antica Roma e le difficoltà dei nostri tempi: in entrambi i casi, oltre a scontri tra diverse culture e popolazioni, ci furono anche crisi  economiche e demografiche devastanti, gli stessi mali che affliggono l’Europa. 

Dal passato, sembra quasi emergere un avvertimento per tutti noi: urge al più presto liberarsi dall’«oicofobia», termine coniato dal filosofo Roger Scruton per designare un’ideologia che ripudia la propria cultura elogiando indiscriminatamente le altre. È la precisa ideologia delle oligarchie culturali e accademiche che dominano la comunicazione e impongono il “pensiero unico politicamente corretto”, tacciando di razzismo qualsiasi voce dissonante rispetto all’accoglienza indiscriminata e dall’idolatria dei diritti dell’uomo, attaccando quindi la storia e le peculiarità nazionali. Descrivendo questo mondo progressista, Daniele Scalea nel suo libro Immigrazione. Le ragioni dei populisti ha scritto che «il suo progetto è la realizzazione di una società nuova, multiculturale, e di un uomo nuovo, sradicato da tradizioni e nazioni. Quest’ideologia è intrinsecamente anti-occidentale: essa identifica nell’Occidente l’incarnazione di “imperialismo”, “razzismo” e “patriarcato”, triade malefica all’origine di tutte le ingiustizie che affliggono oggi come ieri il mondo e la società. La decostruzione della tradizione occidentale è un obiettivo dichiarato e passa anche per la diluizione della sua civiltà in una realtà multiculturale, entro cui siano impiantati segmenti extra-europei integrandoli solo superficialmente e di certo non assimilandoli, bensì mantenendoli chiaramente distinti dagli autoctoni». Paolo Becchi ha aggiunto: «Masse di diseredati vengono spinti ormai da anni verso le nostre coste per immettere sul mercato forza-lavoro a bassissimo costo, ridotta in condizioni di schiavitù, utilizzata per lavori sottopagati se non addirittura illegali, alimentando così una guerra tra poveri che sfocia in episodi di violenza. Armi di migrazioni di massa, come titola il libro di Kelly M. Greenhill». L’“esercito industriale di riserva” di marxiana memoria che alimenta guerre tra poveri, penalizzando i lavoratori (autoctoni in particolare) e non i ceti “parassitari” e benestanti, amanti dell’internazionalismo ma lontani anni luce dalle esigenze del popolo: la grande “bomba sociale” del nostro tempo. Non stupisce che le battaglie contro confini e identità nazionali sono riuscite spesso a unire la sinistra no border con l’alta finanza e le grandi multinazionali. Il fine di questo variegato fronte sembra essere quello descritto ancora da Becchi nel testo Italia sovrana, cioè «la creazione di «individui “astratti”, sostituibili, intercambiabili, senza una storia, una cultura, una lingua. In assenza di legami identitari forti non ci saranno più stranieri, perché in fondo lo saremo diventati tutti». 

L’Africa, le Ong e il ruolo della politica

Per evitare questi foschi scenari, il compito della politica sarà fondamentale. Verso l’Africa in primo luogo bisognerà impostare politiche diplomatiche e di sviluppo di ampio respiro, capaci di favorire la crescita e impedire che masse di giovani si spingano nell’Europa in crisi di questi tempi, penalizzando in primis la propria terra. La Cina (e non solo) sta mettendo le mani sul continente nero con una penetrazione commerciale spietata, favorita anche dai passi indietro di molte Nazioni come la nostra, che dovrebbero invece moltiplicare gli sforzi e le collaborazioni in quell’area. L’idea di un “Piano Mattei” rivolto proprio verso questi scenari è un primo passo incoraggiante. Nel 2055, d’altronde, la sola Nigeria rischia di avere più abitanti dell’Europa. Come ha illustrato l’illustre demografo Gian Carlo Blangiardo: «Un Piano d’Azione va messo in campo con l’obiettivo di rendere inoffensivo anche questo nuovo ordigno innescato dalla forte crescita (+41 % nel Mondo negli ultimi quindici anni) e ancor più potenziale, del numero di migranti. La diagnosi è chiara. E sappiamo anche bene come la medicina per governare i flussi di mobilità, dall’Africa in primo luogo, sia inscindibilmente connessa tanto al miglioramento delle condizioni economiche e di vita dei Paesi d’origine, quanto al contenimento degli squilibri che, amplificati dalle antenne della globalizzazione, incentivano la fuga dalla miseria verso un mondo luccicante. Ben vengano dunque sia le vere e proprie politiche a supporto di un piano per lo sviluppo del continente africano, sia tutte quelle iniziative che favoriscono il fenomeno delle migrazioni “circolari”, capaci di trasformare la scelta migratoria da drammatico abbandono definitivo della propria terra a esperienza (temporanea) di formazione oltre i confini nazionali inserita in un progetto di rientro in patria da “promotori di sviluppo”». 

In questo senso, la politica avrà ancora una volta un ruolo fondamentale nel selezionare l’immigrazione (come avviene ad esempio in Australia o negli Emirati Arabi) in base alle proprie possibilità e alle caratteristiche culturali dei paesi di provenienza, contrastando allo stesso tempo le ingerenze di Ong private (spesso animate da intenti tutt’altro che limpidi, e basti qui rileggere la “critica dell’ideologia umanitaria” del professor Stefano Berni o l’ultima inchiesta di Fausto Biloslavo su “Panorama” n. 47) nelle scelte democratiche della Nazione. La questione centrale sta proprio qui, come ha rilevato l’On. Sara Kelany: «Noi abbiamo accolto 90.000 persone da gennaio, la Francia, in virtù dell’accordo per il ricollocamento, solo 34…ebbene se siamo così disumani noi, non so come definire chi non solo non condivide il carico della pressione migratoria, ma non vuol neanche vedere che il problema stia altrove: nel non farli partire. Perché è lì il vero nodo, è lì che la rotta del Mediterraneo si trasforma in una rotta dell’orrore: partire vuol dire ingrassare i trafficanti di uomini ed esporre persone al rischio concreto di morire in mare. E le Ong, che tentino di smentirlo o no, costituiscono un pull factor, un incentivo alle partenze e, il dubbio ferale, in alcuni casi, è che talvolta ci siano accordi più o meno taciti per il recupero dei barconi».

Il modello di una sana, proficua e realistica integrazione e di uno sviluppo condiviso nel Mediterraneo deve essere portato avanti al fianco di politiche per la natalità e per la valorizzazione del nostro patrimonio industriale, economico, sociale e culturale. La disattenzione, il “buonismo” e il fatalismo verso questi piani, strettamente collegati, potrebbero in futuro regalarci esempi come Molenbeek in Belgio e le tante località “islamizzate”,  covo di disagio sociale e radicalismo, che trovano spazio nelle no-go zones della Svezia, nelle banlieus francesi o nelle cittadine inglesi in cui si fa spazio la Sharia. Intere porzioni di territorio sottratte al controllo dello Stato e abitate da persone che non si sentono sostanzialmente parte della Nazione, e tanti attentati o arruolamenti per la “causa” jhiaditsa in Medio Oriente stanno lì a testimoniarlo. Uno dei diritti principali, quello dei popoli ad esistere con la propria storia e identità, impone di cambiare direzione. 

Francesco Carlesi
Francesco Carlesi
Presidente dell'Istituto "Stato e Partecipazione".

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