In Spagna la “cancel culture” sale in cattedra. È legge il nuovo piano studi che “corregge” la storia nella scuola dell’obbligo. Spazio a culture inclusive e “memoria democratica”.

In Spagna, il Consiglio dei Ministri ha approvato il “Real decreto de enseñanzas mínimas de Secundaria”, in sostanza il nuovo piano di studi della scuola secondaria inferiore, l'equivalente della nostra scuola media.

In scena è ancora una volta andato il “catechismo socialista” della sinistra spagnola che da Zapatero a Sánchez sta demolendo, senza soluzione di continuità, il sistema educativo spagnolo: un concentrato di correzioni linguistiche e ipocrisie concettuali, nella miglior tradizione progressista di quella “cancel culture” che in Spagna ha una dimensione propria, diversa tanto dal modello francese, come dal fenomeno “Black lives matter”.

Dicevamo della scuola media. In Spagna, l' obbligatoria dura sino ai 16 anni e l'ESO, l'”Educación Secundaria Obligatoria”, interessa gli adolescenti a partire dai 12. L'ultimo decreto ha introdotto novità importanti e coerenti con un processo di riforma/impoverimento del sistema educativo spagnolo avviato nel 2020 con la “Ley Orgánica de Modificación de la Ley Orgánica de Educación” (LOMLOE), meglio nota come “Ley Celaá”, dal nome della titolare del dicastero “Educación y Formación profesional”, la socialista María Isabel Celaá.

Il decreto, sostenuto dalla maggioranza rosso-gialla (i socialisti del PSOE e i “grillini” di Podemos) con il voto contrario di Popolari e Vox, prevede una svolta “competenziale”, “etica” e “inclusiva” dei programmi scolastici, a scapito di un sapere rigoroso e realmente utile nella vita personale e sociale, come nel futuro mondo del lavoro: e dunque materie tecnico-scientifiche, formazione digitale e audiovisuale, lingua spagnola – anzi, per non indisporre catalani e baschi, “castellana” – una lingua straniera e un po' di spazio anche alla storia, la geografia e l'educazione fisica, nei primi tre anni; e al quarto anno, con le stesse materie, si potranno aggiungere tre materie facoltative, tutte di ambito tecnico-scientifico, eccettuati il latino e una seconda lingua straniera.

Al di là della struttura complessiva del nuovo ordinamento didattico, nelle quasi trecento pagine del decreto colpiscono alcuni particolari, non da poco.

Innanzitutto l'esclusione della filosofia dalle materie opzionali, sostituita da “Valores Cívicos y Éticos”, una educazione civica in cui acquista una grande rilevanza lo studio della “memoria democratica”. Questa materia, per altro, non tratterà “ e sicurezza nazionale” come il Ministero della Difesa iberico aveva suggerito, con un focus sugli strumenti, tra i quali le Forze Armate, con cui lo Stato tutela “i diritti, le libertà e il benessere della cittadinanza”.

E ancora, l'introduzione nell'insegnamento della musica di una competenza specifica: la “prospettiva di genere”. Attraverso la musica e la danza, gli alunni dovranno studiare i significati di genere contenuti nei “miti”, negli “stereotipi” e nei “ruoli” per una migliore comprensione dell'immagine femminile.

Il decreto ha molto edulcorato il testo finale che originariamente, su proposta del Ministro per l'”Eguaglianza” Irene Montero, prevedeva uno studio dei testi musicali mirato all'identificazione “delle componenti maschiliste, della violenza di genere, delle forme LGTBQ-fobiche e razziste”.

Tra l'educazione civica, la storia e la geografia, spazio anche allo studio del terrorismo. Ma esclusivamente internazionale. Ragioni “inclusive” e di opportunismo politico escludono ogni riferimento all'ETA e al sangue versato dalle migliaia di vittime spagnole mietute dai terroristi baschi.

Infine, non pochi commentatori hanno notato che nel testo del decreto, la storia nazionale spagnola, la sua coscienza unitaria plurisecolare, viene sempre sminuita e sacrificata sull'altare della “differenza” culturale e linguistica così gradita ai partiti regionali, soprattutto ai catalani, in questa fase indispensabili alla stabilità del governo Sánchez.

Insomma, il correttore linguistico collettivo è all'opera anche in Spagna. A farne le spese è anche l'istruzione pubblica, sempre più indirizzata sulla cattiva strada dell'indottrinamento e della deculturazione. Scrisse Jean-François Revel: “Il professore può insegnare o indottrinare. Quando l'insegnamento prevale sull'indottrinamento, l'educazione compie la sua funzione principale, nell'interesse di chi la riceve e nell'interesse della democrazia ben intesa. Invece, quando a imporsi è l'indottrinamento, quella educazione diventa nefasta e alla cultura si sostituisce l'impostura.”

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