Inno di Mameli: Fulvio Creux meglio di Roberto Benigni

Non si è certo “bigotti della Patria” nel dire che l’Inno di Mameli ha luoghi, tempi e contesti adatti per essere lanciato, tantomeno si può dire che in tempi passati abbia trovato spazio in sedi esclusivamente istituzionali e che fosse giusto così. C’è però una questione fondamentale, ascrivibile al nostro tempo -che nell’accezione Baumaniana è liquido come liquida è la società attuale- ossia la critica indisciplinata concessa a tutti e su tutto. Per anni l’Inno d’Italia ed anche il Tricolore sono stati considerati appartenenti ad una precisa cerchia politica e quasi aborriti da altre: nella storia recente non c’è mai stato comune sentire e sentimento nei confronti dei simboli della Patria e questo potrebbe essere alla base di episodi che riempiono le pagine di cronaca politica nazionale oggi: se alla società fossero stati trasmessi, dalla politica in primis, l’amore e il rispetto per ciò che fa di noi una nazione, non saremmo qui a discutere di quanto sia giusto o meno recitare le strofe di Goffredo Mameli in una spiaggia affollata, con i bassi elevati ed il cocktail (nella migliore delle ipotesi) in mano. Dignità e sobrietà del contesto, prima di tutto. E allora l’Inno va consegnato alle mani e alle parole sapienti di chi può insegnarne la musica prima ancora che il testo: sarebbe popolare dire Roberto Benigni -che ne spiegò le parole al 150°anniversario dell’Italia unita- e invece no, è Fulvio Creux, direttore della Banda musicale dell’Esercito italiano dal 1997 al 2015 che, durante un concerto nelle Giornate Europee del Patrimonio del 2011, ebbe a celebrare il significato musicale dell’Inno di Mameli.
“In Italia uno dei requisiti fondamentali per parlare dell’Inno di Mameli, soprattutto in televisione, è non saperne niente”, esordì. E come dargli torto. Nel suo racconto l’esaltazione della tipicità di un Inno tutto italiano, sia nel testo sia nella musica, scritta questa dall’italiano Michele Novaro, cosa che non accade per gli Inni di diverse altre nazioni. Lo definì “pagina d’opera” perché nell’800 il linguaggio che unificava già l’Italia era quello della musica. In un concerto narrativo raccontò le immagini che Novaro visualizzava mentre componeva la musica e la solennità, oltre alla sacralità, dell’esecuzione.

DA PAGINA D’OPERA A ESECUZIONE DA SPIAGGIA

Se n’è detto su queste pagine: https://www.lavocedelpatriota.it/il-colonnello-paglia-inno-di-mameli-in-spiaggia-scena-che-disturba/
prescindendo da chi l’abbia mandato, l’inno di Mameli in spiaggia è una scena che disturba. Il decoro istituzionale non si può limitare al rispetto dell’obbligo di indossare la giacca varcata la soglia del Parlamento. Esiste una devozione intima -attiva e passiva- istituzionale: è quella che ogni rappresentante del popolo deve trasmettere e che ogni singolo cittadino deve ricambiare.

DISSACRAZIONE DEI SIMBOLI DELL’ITALIANITA’

Sia in passato sia in tempi più recenti abbiamo assistito alla dissacrazione dei simboli; nella storia della Prima Repubblica l’italianità e i suoi emblemi non erano contemplati: l’Inno di Mameli fu addirittura salvato dal tentativo di rimozione dallo statuto del PCI (ultimo congresso, 1989) che invece ne prevedeva l’esecuzione ad inizio congressi; il “miserabile mandolinista e nulla più” (Palmiro Togliatti, ndr) rinunciò alla cittadinanza italiana perché preferiva quella sovietica che “valeva dieci volte più” di quella del miglior italiano. Nella narrazione di sinistra l’utilizzo del tricolore (in forma un po’ più visibile, dato che fino al PCI era appena accennato sotto la dominante bandiera rossa falce e martello) e dell’inno si ha solo negli anni ’90 e per utilità: contrastare la nascita di una realtà politica di respiro non nazionale e poco avvezza all’italianità, al tricolore e ai simboli. E quindi per il PdS prima (1991) e per il PD poi (2007) fu sfoggio di verde-bianco-rosso. Ma fu Veltroni nella sua campagna elettorale delle Politiche 2008 contro Silvio Berlusconi -che dalla sua aveva un mondo che il tricolore l’aveva nel DNA- ad allentare le briglie e a serigrafare tricolore tutto il serigrafabile; qualcosa però andò storto: la sinistra, che il verde-bianco-rosso proprio non ce l’ha nel sangue, cambia strategia e assurge a vessillo bandiere rosse falce e martello, bandiere di sigle sindacali di “casa”, bandiere arcobaleno e bandiere dell’Europa. I più sofisticati, bandiere di altri Stati quando questi entrano in contrasto con l’Italia; per diversificare, bandiere anti-qualcosa e anti-qualcuno. Nessun tricolore, mai. Sullo sfondo le note di Bella Ciao e, per i più (radical)chic, l’Inno alla Gioia (indimenticabile la commozione dei sinistri italiani durante la sfilata di Macron al Louvre alla vittoria delle presidenziali del 2017).

ORGOGLIO PATRIO NELLE ISTITUZIONI – I CINQUESTELLE NON INSEGNANO

Una nuova generazione nelle Istituzioni avrebbe dovuto far ben sperare in un cambio di rotta ed infondere il senso del rigore e dell’amor patrio. Presentatisi come rappresentativi del nuovo, i Cinquestelle hanno invece mantenuto la buona tradizione o, se vogliamo, consegnato in eredità le vecchie maniere: giunti al governo non si sono fatti promotori di orgoglio patriottico, se non quando -ma solo per una fronda- necessario a tenersi buono l’alleato (anch’egli di tradizione non propriamente tricolore). In più occasioni è stato il presidente della Camera Roberto Fico a tracciare la rotta del non-orgoglio: l’abbiamo visto l’anno scorso con le mani in tasca durante l’Inno di Mameli al ricordo della strage di Capaci, col pugno chiuso alla parata del 2 giugno, e richiamare alcuni parlamentari che avevano esibito il tricolore durante una seduta d’Aula chiedendo di togliere “lo striscione”.

CREARE QUALCOSA AL DI SOPRA DI SE’

C’è una realtà politica, a destra, che conserva e preserva l’inviolabilità e la venerabilità dei simboli patriottici: nella creazione di un’identità e di contenuti “al di sopra di sé“ che siano incisivi nell’oggi e che durino nel futuro si può racchiudere velatamente uno degli interrogativi/inviti di nietzschiana memoria: “Tutti gli esseri umani hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo?”.

Francesca Avena
Francesca Avena, classe 1986, nata e cresciuta in Basilicata, rinata e ricresciuta in Puglia. Giornalista, appassionata di politica e di casi -talvolta umani, talaltra di cronaca- irrisolti. Amante, praticante e vittima dell'enogastronomia mediterranea, in eterno desiderio di scoperta delle tradizioni culinarie extra-meridione d'Italia. Tradizionalista, conservatrice e Diopatriafamiglista, con l'ambizione al radicamento e con la tendenza alla ramificazione. Paziente osservatrice della natura degli umani, dell'ambiente e degli ambienti; intrapresa di recente la buona pratica di scambio di energia (negativa convertita in positiva) in posti disabitati dagli umani e fitti di alberi, vegetazione, acqua sorgente. Romantica e ribelle, come padre mare pugliese e madre terra brulla lucana. Lucida e razionale per definizione propria, stakanovista e crumira per definizione altrui. Vita di ufficio stampa politico.

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