Inverno demografico o estinzione? Il Presidente dell’Istat Blangiardo conferma la diagnosi: gli italiani stanno scomparendo.

E la terapia? Politiche per la natalità e cultura della famiglia.

2048 Odissea in Italia. Non è fantascienza, né una parodia del colossal di Kubric. È lo scenario tratteggiato dal presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, in occasione dell’ultima Conferenza Nazionale di Statistica. Insomma, ragione scientifica pura, fatta di ipotesi concrete, evidenze empiriche e modelli matematici coerenti. I margini di errore sono minimi. “Nel 2048, in base alle previsioni, avremo circa 835 mila morti e 390 mila nati, con i primi che saranno il doppio dei secondi. Sostenere che questo non sia un grave problema vuol dire negare l’evidenza”.

Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Blangiardo segnala numeri davvero preoccupanti. Tra il 2014 e il 2020 l’Italia ha perso oltre un milione di residenti, fenomeno con precedenti che non hanno bisogno di commenti: la Grande Guerra e l’epidemia “spagnola”. Solo un secolo fa, nel triennio ’15-’18, si era raggiunto un simile saldo naturale negativo. Furono 600 mila i morti.

Già nel 2018, i morti avevano superato i nati di 214 mila unità; la pandemia Covid ha drammaticamente peggiorato il saldo con 342 mila morti in eccesso. A questi dati si devono aggiungere l'”invecchiamento della popolazione”, la discesa del tasso di fecondità totale e l’aumento dell’età media delle mamme italiane. L’età media della popolazione italiana ha superato i 45 anni e gli over 65 sono oltre il 23% della popolazione; i “grandi anziani”, gli over 90, passeranno dagli attuali 800 mila a 2 milioni.

Gli indicatori demografici del 2020 confermano il crollo della natalità: se nel 2019 i nati erano stati 420 mila, nel 2020 si è scesi a 404 mila e il 2021 potrebbe chiudersi senza superare i 400 mila. L’impatto psicologico del Covid è stato importante, ma la tendenza negativa era già ampiamente consolidata. Il tasso di fecondità totale è passato dall’1,27 figli per donna del 2019 all’1,24 dello scorso anno, con leggere variazioni tra un Nord più fecondo, con 1,27 figli per donna, a un Sud appena al di sotto con 1,23 e il Centro con 1,17. E l’età media al parto ha raggiunto i 32,2 anni con incrementi regolari che vanno dai 30,8 del 2003 ai 31,1 del 2008.

In sostanza, ci dice Blangiardo, “siamo di fronte a una malattia con la diagnosi conosciuta e la terapia nota”. Già, quale? L’immigrazione? “Non è la soluzione ma un contributo”. Una gestione rigorosa dei flussi migratori può certamente aiutare demografia ed economia italiane. Ma serve altro: la leva fiscale, gli assegni di sostegno, i sussidi di maternità e il supporto alle donne che lavorano. Serve un poderoso rilancio delle politiche per la natalità “con il coinvolgimento di privati e non più soltanto dello Stato”. In Europa, la Germania e alcuni paesi dell’Est hanno arrestato e invertito la tendenza. C’è poi il “modello francese” con uno Stato sociale virtuoso che ha sostenuto le famiglie francesi anche durante l’emergenza sanitaria. Sono stati 700 mila i nati in Francia nel 2020.

Ma in Italia serve anche una “svolta culturale”, una ricostruzione della cultura della famiglia nella sua migliore tradizione giuridica, naturale, laica e civile, una tradizione che non rinuncia alle ispirazioni religiose, a cominciare dal grande patrimonio spirituale e istituzionale cattolico.

Se tra le cause di denatalità una grande quota spetta ai motivi economici, d’altra parte non si hanno figli anche per motivi psicologici, come l’incertezza del futuro e la paura delle grandi responsabilità. Oltre alla crisi economica, c’è un sentimento negativo diffuso. In tutto l’Occidente la famiglia è il luogo che più di ogni altro soffre la desolazione e l’infelicità del nostro tempo, un tempo di grandi stravolgimenti culturali e antropologici. L’esasperazione individualistica dei desideri, la riduzione dei rapporti umani a mera “democrazia delle emozioni” e l’illusione di poter dominare il mondo, la vita e la morte, attraverso il solo progresso tecno-scientifico, hanno portato le nuove come le vecchie generazioni a un disincanto profondo.

In Italia, più che altrove, l’individualismo moderno si salda con un’ancestrale cultura della famiglia in cui padri e figli stringono una strana solidarietà, un tacito accordo di mutua assistenza per il quale gli uni approfittano delle altri, senza considerare il tempo è le responsabilità che ne conseguono, personali e collettive.

La rimozione delle cause economiche e culturali che impediscono alla famiglia di guardare al futuro con fiducia deve essere al centro dell’agenda politica italiana. Il patrimonio umano, sociale e storico dell’Italia è a rischio di estinzione.

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