Israele colpisce una base iraniana ad Esfahan: la risposta dello Stato ebraico non si è fatta attendere

Dopo gli attacchi iraniani organizzati contro Israele sabato scorso, oggi è arrivata la risposta dell'offensiva militare ebraica nei confronti di Teheran: una base militare ad Isfahan sarebbe stata colpita in pieno, il Governo degli Ayatollah, ha tuttavia specificato che per il momento non ci sarà nessuna ritorsione immediata.

Differentemente dall'Iran, sembra che lo Stato ebraico avesse bene a mente quale obiettivo colpire, ma soprattutto ha preferito agire cautamente e senza avvisare, rispetto al Governo di Teheran, che ha puntato più sugli  “effetti speciali” che sull'efficacia dell'azione.

D'altronde, nonostante la grande quantità di droni Shahed e missili d'ogni genere, sembra che il sistema IRON DOME israeliano non abbia avuto alcun problema a neutralizzarli, a differenza della contraerea “Persiana”, che ha dimostrato di essere impreparata durante il raid odierno.

L'immagine che l'Occidente e che l'Europa hanno della realtà teocratica iraniana, è quella di una dittatura repressiva piuttosto pericolosa, dotata peraltro di basi nucleari altrettanto strategiche: sia chiaro, Teheran è sicuramente un problema a livello continentale, ma l'impreparazione, la crisi crescente e la mancanza di un'organizzazione militare ben strutturata, non possono essere accomodate dal semplice controllo sociale a livello .

D'altro canto, il Governo di Gerusalemme sembra avere una coordinazione capillare sia nell'ambito offensivo che in quello difensivo: gli investimenti compiuti fino a questo momento sembrano quasi emulare le tattiche e le strategie dei paesi occidentali.

Sebbene la dimostrazione odierna sia soltanto minima, rispetto ad un attacco ad ampio raggio, sarebbe possibile attestare che i BRICS non sono così inespugnabili, spesso le apparenze ingannano e probabilmente la loro potenza bellica è dovuta ad una ramificazione nell'interscambio di approvvigionamenti mancanti, per l'uno e l'altro paese.

Nel frattempo, per coprire il “buco nell'acqua” degli ultimi attacchi missilistici ed aerei, Ali Khamenei ha esaltato la potenza delle forze armate, l'immancabile volontà popolare e l'autorità della Repubblica islamica. Anche Ebrahim Raisi, Presidente iraniano, ha definito come “necessaria” l'azione perorata nei confronti di Israele.

Piuttosto improbabile che adesso il regime iraniano possa essere ben felice di aver inflitto solamente l'1% dei danni allo Stato ebraico, infatti l'amministrazione nazionale di Teheran  sembra voler spostare il proprio baricentro, verso una “Terapia di conservazione” momentanea, forse anche per recuperare le forze dopo le ultime incursioni.

Il motivo di questa scelta è da ricercare evidentemente nelle difficoltà economiche dell'Iran dopo le innumerevoli sanzioni ricevute, che hanno portato lo Stato islamico in un baratro di crisi piuttosto lampante. Questa però potrebbe non essere una motivazione valida per abbassare la guardia per Israele, che si trova momentaneamente accerchiata da molte avversità sul campo mediorientale.

Teheran sta continuando a smentire le notizie sui vertici per il “Consiglio di Sicurezza”, servendosi di apparti d'informazione come Tasnim: quest ultimo è piuttosto vicino alle “Guardie rivoluzionarie”. 

Come ben noto in questi casi, governi di stampo totalitario islamico, cercano in ogni modo di controllare le apparenti “fughe di notizie”, in nome di un fondamentalismo religioso che di certo non disdegna “Guerre sante” contro il nemico, in parte anche per cercare di recuperare una credibilità popolare messa a dura prova come nel caso dell'Iran.

Negli ultimi tempi sono state rese note le immagini dei fondamentalisti iraniani che manifestavano in piazza per gli attacchi balistici contro Israele: questo però non vuol dire che l'intera popolazione sia favorevole alle politiche d'aggressione nei confronti degli altri stati limitrofi. D'altronde è storicamente risaputo che le azioni militari, se utilizzate come armi di distrazione, siano del tutto limitate per la ricostruzione di un consenso nazionale, specialmente se adoperate da un regime che fatica ad affrontare le proprie sfide politiche.

Gabriele Caramelli
Gabriele Caramelli
Studente universitario di scienze storiche, interessato alla politica già dall’adolescenza. Precedentemente, ha collaborato con alcuni Think Tank italiani online. Fermamente convinto che “La bellezza salverà il mondo”.
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