Italia insufficiente anche nella produzione alimentare?

La Coldiretti l’ha messo nero su bianco: dalla Germania e dalla Slovenia ci mandano il latte. Dalla Polonia e dalla Francia arriva la carne bovina refrigerata. Quasi la metà del grano che ci serve arriva direttamente da oltreoceano, più che altro dal Canada, però un bel po’ ce lo dà anche l’Ucraina. Poi i pomodori e le arance che arrivano dal Marocco, e l’olio d’oliva, che praticamente tutti esportano qui, dalla Grecia in poi. Per non voler considerare il caffè che arriva dal Brasile – ma almeno per quello c’è la giustificazione “territoriale” -, le mandorle made in USA o crostacei e molluschi che ci facciamo arrivare da Pechino. Le uniche cose che dall’estero ancora non riescono a venderci sono gli ortaggi, carote, cipolle e zucchine, ma come abbiamo visto anche qui l’invasione sta iniziando dai pomodori.

E se vogliamo andare nel dettaglio… Specifica la ricerca Coldiretti: il 70% delle carni ovine e caprine, viene dall’estero contro il 40% delle carni bovine. Reggiamo meglio il colpo con la carne suina – forse perché sostenuti dagli insaccati italiani – e l’importazione si blocca al 30%. Così, in sintesi, l’Italia importa prodotti alimentari per 25,7 miliardi di euro da 140 Paesi, di cui solo il 25,4% è rappresentato da Paesi fuori dalla UE, percentuale che aumenta fino ad arrivare al 51% se ci si riferisce solo al pesce, ai crostacei e ai molluschi, e al 44,7% per Oli e grassi vegetali e animali. Insomma, giratela e voltatela come vi pare, ma anche nell’alimentazione siamo terra di conquista e, se prima della UE il colpo lo reggevamo un tantino meglio, con l’avvento dell’osannata Europa Unita le cose invece di migliorare sono peggiorate, perché ci siamo beccati direttive – leggi imposizioni – tipo la curvatura del cetriolo, il diametro di fragole e dei piselli, la lunghezza delle banane, fino alla sfericità delle albicocche. Tutte assurdità burocratiche che sommate a problemi ben più seri non fanno altro che affossare un settore che già di suo non viaggia a gonfie vele.

Ma cosa c’è alla base di questa incapacità a saturare il mercato alimentare italiano con prodotti autoctoni? Prima di tutto, la perdita dei terreni coltivati che in Italia sono diminuiti del 28% in 40 anni, con una perdita valutabile nei 5milioni di ettari, cioè 125mila ettari all’anno, di cui 35mila trasformati per uso urbano o industriale, mentre gli altri 90 mila addirittura abbandonati. E se a questo si aggiunge un aumento della popolazione e quindi del consumo, ecco il primo fattore problematico. Poi abbiamo i costi. In molti dei paesi da cui esportiamo, la manodopera costa poco o niente, non esistono le più elementari norme di sicurezza per gli addetti ai lavori che non godono di nessuna protezione, e spesso i prodotti vengono trattati con pesticidi che in Italia sono ormai banditi da decenni. Ecco così che non solo importiamo una grande quantità di agroalimentare, ma spesso si tratta di prodotti qualitativamente inferiori ai nostri che, in parte, finiscono per essere distrutti – vedi le arance, o gli stessi pomodori per poi importare il triplo concentrato dalla Cina.

Quello che realmente è mancato all’Italia nel secondo dopoguerra è stata una seria programmazione agricola che non doveva essere basata sulla quantità della produzione, ma sulla qualità. Prendiamo un esempio eclatante: il latte, un alimento che quasi tutti consumano e che a sua volta dà luogo a produzioni d’eccellenza, come formaggi (Parmigiano Reggiano, Grana Padano, mozzarelle, gorgonzola, taleggio ecc.). Ebbene oggi in Italia beviamo e utilizziamo latte straniero quando il nostro fabbisogno avrebbe potuto essere soddisfatto solo da produzioni locali. Invece, negli anni, si è fatto di tutto per affossare in comparto produttivo, così che le stalle sono state chiuse, e l’allevamento delle mucche da latte è diventato quasi di nicchia, per non voler parlare delle grandi centrali cedute ad aziende straniere che oggi sottopagano gli allevatori portandone sempre di più al fallimento o alla chiusura. Il problema lo abbiamo fatto nascere noi, negli anni ’80, con le famigerate “quote latte”, una stramba alchimia messa in campo dalle politiche europee per frenare alcune sovrapproduzioni di alimenti che si verificavano in quegli anni. Così, per poter produrre il latte, bisognava comprare le cosiddette quote. E per aumentare la produzione era necessario comprarne sempre di più, sottraendo così capitali che avrebbero potuto essere investiti nell’ammodernamento delle stalle o per nutrire al meglio le mucche, a tutto discapito della qualità del prodotto. Così alla prima crisi, chi non aveva delle riserve sufficienti, perdeva tutto e chiudeva. Almeno fino al 2015 quando finalmente ci si è accorti del problema, e le quote sono state rimosse quando però ormai il danno era fatto, così che ci si è ritrovati con una produzione insufficiente non solo nel consumo famigliare, ma anche per il mercato lattiero-caseario, tanto che oggi molte aziende “italiane” che producono formaggio sul territorio nazionale, sono di proprietà straniera. E così, a parte per le produzioni DOP – obbligate per fortuna al latte italiano – per tutto il resto importiamo e lo facciamo quasi sempre dai paesi dell’est che in materia riescono a contenere i costi tantissimo.

Insomma, caso mai servisse, un’altra fregatura.

RK Montanarihttps://www.lavocedelpatriota.it
Viaggiatrice instancabile, appassionata di fantasy, innamorata della sua Italia.
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