Kant sovranista? No, ma “Per la pace perpetua” gli Stati sovrani sono ancora indispensabili. Una rilettura del celebre saggio.

“Metteremo fine al genere umano o l'umanità saprà rinunciare alla guerra?”. Era la domanda che si ponevano Bertrand Russell e Albert Einstein nel 1955, quando apparve il loro manifesto per la pace. Era l'incipit della Guerra Fredda e gli scenari internazionali di allora, con la corsa agli armamenti nucleari, non lasciavano presagire nulla di buono. Quel testo è stato richiamato nell'ultimo messaggio “Urbi et Orbi” dal pontefice Francesco, nell'ennesima Pasqua di sangue, in un contesto storico diverso, ma non troppo: ieri il “condominio di Yalta”, oggi un ordine mondiale multipolare, con un Occidente aggredito da ogni parte e “in guerra con se stesso”. La guerra di Putin è in Europa e il mondo continua a essere abitato da tensioni in ogni dove, dal Medio Oriente al Golfo Persico, dall'Afghanistan, al Myanmar e all'Indonesia, senza contare conflitti e massacri che giornalmente insanguinano le regioni del Sahel, il Centro-Africa e tutto il “continente nero”.

Al netto del pacifismo ideologico, ancora persistente nelle retoriche politiche e istituzionali internazionali, il tema della pace (e della guerra) ha attraversato l'intera storia del pensiero occidentale, dalla tarda antichità all'età moderna. Immanuel Kant, nel suo celebre saggio “Per la pace perpetua”, ne recupera, più di due secoli fa, le varie matrici filosofiche, morali, giuridiche e politiche per offrirne uno sviluppo originale, destinato a essere interpretato nei modi più disparati.

Se ne è parlato questa settimana in occasione di una conferenza internazionale, “Per la pace perpetua oggi”, che ha coinvolto la Cattedra Unesco di Filosofia della Pace, l'Università degli Studi di Cagliari, la Universitat Jaume I di Castellón e l'ASUS – Accademia di Scienze Umane e Sociali.

“Lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni a fianco degli altri, non è uno stato naturale (status naturalis), il quale è piuttosto uno stato di guerra, ossia anche se non sempre si ha uno scoppio delle ostilità, c'è però la loro costante minaccia. Esso deve dunque venire istituito; poiché l'assenza di ostilità non rappresenta alcuna garanzia di pace, e se questa garanzia non viene fornita a un vicino dall'altro (la qual cosa può avvenire solo in uno stato di legalità), il primo può trattare il secondo, a cui abbia richiesto questa garanzia, come un nemico.”

Bene, bene. La guerra è la condizione naturale del rapporto tra gli uomini e tra le collettività. E la pace va conquistata, a caro prezzo, per via “legale”, cioè giuridica e . Questo ci dice Kant all'inizio della seconda parte del suo saggio. Non rose e fiori. Né, tanto meno, arcobaleni. Nel testo kantiano riecheggiano tutto il pensiero cristiano e la teologia della “pax imperfecta quae habetur in hoc mundo”, ma anche il realismo di Machiavelli e Hobbes.

Altro aspetto interessante della teoria politica kantiana – poco noto o deliberatamente ignorato dalle vulgate ideologiche pacifiste e internazionaliste – è il ruolo fondamentale che il filosofo tedesco attribuisce agli Stati sovrani.

Lo Stato è in Kant un “soggetto morale” indispensabile per la vita di ogni individuo e, nel campo delle relazioni internazionali, per la soluzione dei conflitti. Il progetto kantiano della “pace perpetua” si snoda intorno a sei articoli “preliminari” e a tre articoli “definitivi”, e in ognuno di essi protagonista è lo Stato, la sua sovranità e la sua indipendenza. E se nel “diritto interno” ogni Stato deve dotarsi di una costituzione “repubblicana” che al di là della forma di governo garantisca la libertà degli individui, l'eguaglianza formale di tutti i cittadini di fronte alla legge e il principio della separazione dei poteri, nel “diritto internazionale” la libertà di uno Stato non deve mai subire interferenze esterne e la pace è possibile solo in una “federazione di popoli” che non pregiudichi mai il rapporto fondamentale tra i cittadini, il popolo, e il proprio “legislatore”, lo Stato. E ancora, uno Stato “è una società di uomini sulla quale nessun altro al di fuori dello Stato stesso ha da comandare e disporre”; “nessuno Stato può intromettersi con la violenza nella costituzione e nel governo di un altro Stato”.

Molti altri passaggi del testo kantiano meriterebbero una riflessione. Su tutti il “diritto cosmopolitico” che per il filosofo nato a Königsberg “deve essere limitato alle condizioni dell'ospitalità universale”. Anche qui, Kant è lontano anni luce dalle utopie umanitarie o magari “immigrazioniste”: “non è in discussione la filantropia, ma il diritto, e allora ospitalità significa il diritto che uno straniero ha di non essere trattato come un nemico a causa del suo arrivo sulla terra di un altro. Questi può mandarlo via, se ciò mette a repentaglio la sua vita, ma fino a quando sta pacificamente al suo posto non si deve agire verso di lui in senso ostile.” Insomma, non “diritto di accoglienza” ma “diritto di visita”, rigorosamente subordinato al suo comportamento verso lo Stato ospitante. Però.

Non è certo un sovranista Immanuel Kant. Ma la sua filosofia dello Stato, caratterizzata da un profondo realismo, giuridico e antropologico, è ancora tutta da esplorare. “Per la pace perpetua” o quanto meno per una pace possibile e duratura tra i popoli che abitano il nostro mondo globalizzato.

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