Kabul. Il doppio fallimento di progressisti e neocon.

Biden, un Carter che non ce l’ha fatta. Peccato che abbia davanti a sè quasi un intero mandato (se riuscirà a terminarlo) e che non si intraveda un Reagan all’orizzonte. Bisogna infatti risalire alla penosa vicenda degli ostaggi all’ambasciata di Teheran per ricordare una tale disfatta, intreccio di tragico e di ridicolo assieme come tutte le ignominiose sconfitte. Il paragone con Saigon è infatti visivo ma fuorviante: in qualche misura essa fu prevista, mentre che i talebani si riprendessero il potere in un fine settimana certifica una debacle militare, politica e culturale, come quella di Carter di fronte ai rivoluzionari iraniani. E come Saigon fece rialzare la testa al comunismo, cosi la vicenda di Tehran ha dischiuso la storia dell’internazionale islamista, che con la giornata ieri, grazie di nuovo a un presidente democratico, ottiene una vittoria schiacciante. “Disonesto”, “patetico”, “umiliante”, sono gli aggettivi che l’editoriale del “Wall Street Journal” di oggi dedica alla “resa” di Biden ai Talebani, mentre uno dei (pochissimi) columnist conservatori del “New York Times”, Bret Stephens, evoca un “disastro”, un “fiasco di dimensioni secolari”, di cui è responsabile unicamente il presidente, visto che la decisione di affrettare il disimpegno è stata intrapresa contro l’avviso dei consulenti militari. La “posizione geopolitica” degli Usa è ora “gravemente danneggiata” e il colpevole è solo l’anziano presidente, che vorrebbe essere un novello Roosevelt ma che è solo Sleepy Joe, come lo chiamava Trump.

Già, Trump. La stampa, non solo conservatrice, americana critica duramente Biden anche per avere scaricato la responsabilità su Trump: di avere insomma “ereditato” questa decisione dal suo predecessore. Una fake news che, ovviamente, la stampa e la sinistra italiana si sono bevute appieno e che stanno rilanciando a piene mani. Ora, a parte che Biden ha annullato in poche ore diverse misure introdotte dall’odiato Donald, e non si capisce perché non abbia avuto qui la stessa determinazione. O meglio si capisce: era una decisione popolare, anche presso lo stesso elettorato trumpiano. Ma anche a seguire la tesi della via obbligata, come hanno scritto subito l’ex segretario di Stato Mike Pompeo e l’ex ambasciatrice Usa all’Onu Nikki Haley, Biden non ha seguito i piani predisposti da Trump, dimostrando una totale incapacità e assenza di leadership.

Ora è vero che Trump a sua volta aveva proseguito il disimpegno cominciato da Obama, accentuandolo e anzi definendo l’intento di lascare l’Afghanistan. Una decisione giusta. Il fallimento afghano non è solo quello del progressismo dei democratici alla Casa bianca che, da Woodrow Wilson a Biden, passando per Kennedy (il pessimo presidente della Baia dei porci e del Vietnam), Carter, Clinton e Obama, con la sua ideologia della “esportazione della democrazia e dei diritti umani” ha sempre provocato danni irreparabili. E’ anche il fallimento del neo conservatorismo di Bush jr., che ha semplicemente trasportato in campo repubblicano l’ideologia mortifera del wilsonismo democratico, Come scrive Adam Mill sulla rivista trumpiana “American Greatness” di ieri, “i neo conservatori si distinsero dalla tradizione repubblicana sostenendo una politica estera interventista con una enfasi sulla protezione dei petro-alleati in Medio oriente”. Queste guerre, in Afghanistan e in Iraq, “rappresentarono l’età dell’oro dello statalismo e svilupparono una relazione neo coloniale”. Non v’è nulla di più terribilmente invecchiato del “neo conservatorismo”, da cui ogni conservatore dovrebbe stare lontano, anche perché altri non era che un progressismo mascherato.

E tuttavia, come ha scritto Haley, pure considerata una neo-con, “conta come sono fatte le cose”. E Biden le ha fatte secondo tradizione democratica, lasciando soli i propri alleati e gettando nel caos il mondo

C’è infine un dato culturale evidente nella Caporetto dell’Occidente di fronte all’islamismo. Per vincere o almeno combattere le guerre, soprattutto se sono Clash of civilization, una civiltà, una identità, occorre possederla. Difficile ritrovarla nei paesi occidentali, o almeno in quella élite politica, mediatica, imprenditoriale, finanziaria, intellettuale, tecnocratica, che vi comanda. Mentre nei paesi europei si promuovono le leggi contro il cat calling o quelle per incarcerare chi si oppone all’adozione delle coppie omosessuali, gli stessi promotori di quei “valori” abbandonano un paese nelle mani di chi le donne le lapida, altro che fischiarle, e che i gay li impicca. Quanto agli Usa, uno degli sforzi principali della presidenza Biden è stato di assicurare i “diritti” ai trans dell’esercito, oltre ad introdurre politiche di quote di “genere” : il tal ufficiale è un disastro e porta alla morte migliaia di suoi soldati, ma serve una quota nera, o donna o queer. Vuoi mettere il “diritto umano” di un ufficiale trans di essere generale rispetto a vincere una guerra? Anche se ai democratici vincere le guerre non interessa molto: l’ultimo che vi riuscì fu Roosevelt, da quel momento solo disfatte. Come tutte quelle precedenti, anche questa ricadrà su di noi.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.
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