La caccia alle streghe contro i docenti no Green pass.

“L’università sta con il governo. Draghi è un presidente di cui possiamo essere orgogliosi . Il mondo ce lo invidia. Il governo lavora con tenacia. E’ senza dubbio un bel momento che non va guastato”. Parole del genere avrebbero fatto alzare più di un sopracciglio nell’Italia liberale, per cominciare a Francesco De Sanctis. Non sarebbero piaciute a Giovanni Gentile e forse neppure a Giuseppe Bottai, certo non le abbiamo mai sentite pronunciare dai rettori dell’Italia della prima repubblica, in larga parte democristiani, e neppure ai ministri della pubblica istruzione, in prevalenza DC. I democratici cristiani erano democratici veri, e frasi del genere le avrebbero trovate fuori misura, dannose per la università ma anche per lo stesso governo che vorrebbero appoggiare.

Le ha pronunciate invece, in un’intervista al “Foglio” di oggi, Ferruccio Resta, rettore del Politecnico e presidente della Crui, la Conferenza dei Rettori italiani. E già abbiamo un problema di rappresentanza: Resta non è, come scrive un po’ scioccamente l’intervistatore, evidentemente digiuno del tema, il “premier” della Università, non ne è il “capo”, è il presidente eletto da tutti i rettori italiani, di una Conferenza, cioè di un’associazione. Sarebbe come dire che il presidente dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani è il capo di tutti i comuni. Ciò nonostante, Resta parla a nome di tutta l’università italiana per attaccare duramente il manifesto dei professori contro il Green pass, definiti addirittura “famigerati”, fino al discutibile paragone tra i docenti e i medici in corsia: già che c’era, perché non paragonarli ai militari e ricorrere alla frusta metafora della pandemia come guerra?

Per carità, dal presidente della Crui era normale l’appoggio al Green pass, già introdotto in tutte le università italiane. Cosi come l’appello (che chi scrive non ha firmato) presenta diversi punti di criticità, a cominciare dal fatto che è diventato noto solo perché appoggiato da un docente in pensione di sinistra molto televisivo, Massimo Cacciari, e da una sorta di Piero Angela della storiografia, Alessandro Barbero, molto di sinistra anche lui. Il quale Barbero, lo dico agli amici di destra che ora lo portano in palmo di mano, è lo stesso fan dell’Anpi e di Tommaso Montanari, non è un caso di anonimia.

E pur tuttavia il manifesto è un segnale di vita nella università italiana che, per molto tempo, è stata una sorta di cimitero. E difficilmente quel mondo, e chi lo rappresentata, può permettersi di fornire lezioni particolari. Con il governo Conte II (Resta era già presidente della Crui) l’università è stata praticamente chiusa e tutto affidato alla Dad – con pochi autorevoli colleghi cercammo già nell’aprile 2020 di smuovere le acque con appelli e fummo guardati come iksos. Ma ora le parole di Resta si aggiungono a quelle del ministro dell’Università del governo Draghi, che parla di “libertà collettiva” – un termine in voga nell’Est Europa fino al 1989.

E ci confermano che oggi le università non sono più il luogo del confronto delle idee ma della loro repressione e persino della censura. Basti vedere cosa accade negli atenei americani, inglesi, francesi, dove una minoranza di docenti e studenti di estrema sinistra tiranneggia, secondo i dogmi del politicamente corretto, riuscendo però a far cacciare professori non allineati e a impedire loro di insegnare. In Italia non siamo fortunatamente ancora a questo livello, ma se a questa spinta si aggiunge ora il conformismo e persino la caccia alle streghe contro chi contesta il dogma governativo (oggi sul covid, ma domani chissà) c’è da preoccuparsi. Mi ha per esempio colpito che il rettore della Università del Piemonte orientale, quella di Barbero, abbia voluto subito “dissociarsi”. Un gesto pleonastico visto che egli parlava in quanto Barbero, non detenendo cariche accademiche. Ma che rende l’idea del clima – e se viene esercitata pressione su una star mediatica come lui, figuriamoci sull’oscuro e sconosciuto docente.

Un’ultima nota: il rettore del Politecnico non è il solito Magnifico sinistrorso alla Montanari (a proposito, cosa penserà di tutto ciò?), è qualcuno che, ancora di recente, veniva indicato come possibile candidato del centro destra al comune di Milano, chi lo avvicinava a Forza Italia, chi alla Lega giorgettiana. E questo induge ad ancora più pessimistici pensieri.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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Cristina

Buonasera Professore, qui è stato grande. Per me sono tutti fuori di testa. E ti pareva che non volessero riprendersi la scena dopo l’epidemia di virologi o pseudo tali. Occorre prepararsi all’inverno che tanto arriva. Grazie. È sempre piacevole leggerla

Luca

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