La Danimarca vieta i finanziamenti stranieri alle moschee. Stop a influenze paesi musulmani.

La socialdemocrazia di Mette Frederiksen ha appena approvato una nuova legge che vieta ai governi stranieri di finanziare le moschee in Danimarca. La misura mira a impedire l’influenza sempre più ingerente dei paesi musulmani. Come in Danimarca, nel resto d’Europa, Qatar, Arabia Saudita e Turchia promuovono l’islamismo in primis nelle moschee e nei vari centri culturali più o meno abusivi. Uno dei principali errori della lotta all’islam consiste nel sottovalutare, spesso ignorare radicalmente, il ruolo della moschea nella vita e nella formazione di un musulmano.

Il jihâd, cioè “la guerra sul cammino di Dio” (fî sabîl Allâh), che obbliga ogni musulmano a difendere la comunità, è proclamato sempre nella moschea, alla khutbah del venerdì. In alcuni Paesi musulmani, il testo della khutbah dev’essere presentato prima alle autorità civili visto che gli imam (che presiedono le riunioni della comunità) sono funzionari statali.

La Danimarca, che ha già alcune delle politiche d’immigrazione più restrittive in Europa, è adesso prima in Europa per gli sforzi nel preservare tradizioni e valori locali di fronte all’immigrazione di massa, al multiculturalismo imperante e all’ingerenza dell’islam politico. Anche perché nel frattempo è implementato il giro di vite alle società parallele che era iniziato nel 2018.

Negli ultimi anni Algeria, Kuwait, Libia, , Arabia Saudita, Turchia, Qatar ed Emirati Uniti, tra gli altri, hanno distribuito centinaia di milioni di euro per finanziare la diffusione dell’islam in Europa.

Il testo di legge, fortemente voluto dal ministro degli Affari , e con l’aiuto del ministero per l’immigrazione, è già entrato in vigore la scorsa settimana. “Oggi ci sono forze estremiste all’estero che stanno cercando di rivoltare i nostri cittadini musulmani contro la Danimarca e quindi dividere la nostra società. Diverse volte negli ultimi anni, i media hanno riferito di moschee danesi che ricevono milioni dal Medio Oriente, tra gli altri. Il governo si opporrà”, ha riferito il ministro. Poi aggiungendo, ”questa legge è un passo importante verso la lotta contro i tentativi degli estremisti islamici di guadagnare terreno in Danimarca”.

Il governo è ben consapevole del fatto che il testo non risolverà i problemi del Paese scandinavo, né dissuaderà l’islam. Ma rappresenta certamente un passo importante.

Il ministro per l’immigrazione e l’integrazione, Mattias Tesfaye, ha deciso di intervenire con una proposta di legge quando, lo scorso gennaio,  il quotidiano danese Berlingske riferì della donazione di quasi 5 milioni di corone danesi – 660.000 euro –  dall’Arabia Saudita. Il finanziamento era tutto destinato alla famosa Moschea di Taiba, nel distretto multiculturale di Nørrebro, meglio noto come piccola Arabia. Una donazione effettuata, peraltro, tramite l’Ambasciata dell’Arabia Saudita in Danimarca.

La Moschea di Taiba, una delle più conservatrici della Danimarca, è stata la base per la formazione di numerosi islamisti condannati per reati di terrorismo.

La donazione, inclusa nel rapporto annuale della Moschea di Taiba, è stata la prima prova documentata, ma soprattutto pubblica, che l’Arabia Saudita stava inviando denaro alle moschee danesi. È bastato poco perché venisse fuori come l’Arabia Saudita stesse finanziando anche altre moschee sempre in Danimarca.

La prima moschea costruita appositamente in Danimarca – la Grande Moschea di Copenaghen, meglio nota agli islamici come Hamad Bin Khalifa Civilization Center –  venne inaugurata nel giugno 2014. Il Qatar donò ben 30 milioni di euro per erigerla. Una moschea che, come tante altre in giro per l’Occidente, hanno la capacità di ospitare 3000 fedeli negli spazi interni e 1500 nel cortile.

Nel settembre 2013, quando la moschea era ancora in costruzione, e si annunciavano i progetti, il Copenhagen Post riferì che la struttura aveva in programma di trasmettere Al-Aqsa , l’emittente televisiva controllata dal gruppo terroristico palestinese Hamas.  Con Qatar e Arabia Saudita, anche la Turchia tiene vivi i suoi progetti di colonizzazione islamica dell’Occidente: sono già 27 le moschee costruite in Danimarca volute da Erdoğan.

Il del primo ministro Mette Frederiksen, oltre all’ingerenza degli stati che non donano mai senza interessi, è il proliferare di corti della shari’a (diffusissime nel Regno Unito) nei vari centri culturali e moschee.

Un tempo era multiculturalismo, oggi è sottomissione. E non è più un romanzo ambientato nel futuro, semplicemente la quotidianità delle periferie europee dove l’islam impone la legge del Corano.

Fece scalpore anche in Italia il caso del settembre scorso, del noto imam di Odense che guidò un divorzio secondo la shari’a.

Ma la lotta all’islam della danese non si ferma alle moschee. Il primo ministro Frederiksen ha appena annunciato l’obiettivo del governo insediatosi nell’estate del 2019: zero richieste d’asilo. Perché, “la coesione sociale”, ha detto, viene prima di tutto. La data di scadenza è il 2030.

La Danimarca, che ha una popolazione di 5,8 milioni di abitanti, ha ricevuto circa 40.000 domande di asilo negli ultimi cinque anni, la maggior parte da paesi musulmani in Africa, Asia e Medio Oriente. Nel 1980 in Danimarca c’erano circa 5,1 milioni di persone, oggi sono oltre 5,8 milioni. Ma la crescita della popolazione è ascrivibile principalmente all’immigrazione extraeuropea. E la Danimarca ospita ora importanti comunità di immigrati siriani (35.536), turchi (33.111); iracheni (21.840); iraniani (17.195); pachistani (14.471); afghani (13.864); libanesi (12.990) e somali (11.282).

Come in altri paesi europei – l’esempio più eclatante è la Francia – la politica delle porte aperte ha provocato un aumento della e della tensione sociale. Sono tante le città danesi afflitte da sparatorie, incendi di automobili e violenza di gruppo.

E così il governo danese ha annunciato un pacchetto di nuove proposte, dopo quelle già dure del 2018, volte ad eliminare le “società religiose e culturali parallele” (a predominio islamico) in Danimarca. Pietra angolare del piano è la  limitazione della percentuale di “non occidentali”.

Le nuove proposte annunciate  sono contenute  nel rapporto , “Aree residenziali miste: Il prossimo passo nella lotta contro società parallele”. Un elemento principale del piano prevede la ricollocazione dei residenti di origine non occidentale per garantire che, entro i prossimi dieci anni, non costituiscano più del 30% della popolazione totale di qualsiasi quartiere o area residenziale in Danimarca. Oltre alla riqualificazione dei quartieri e all’obbligo per i più piccoli di frequentare le scuole del Paese, fin dall’asilo. Caratteristica di tutti i quartieri di , in Danimarca come altrove, è infatti il rifiuto categorico di rispettare l’obbligo scolastico e di imparare la lingua.

Come era abbastanza prevedibile, le guerre culturali sono arrivate da tempo anche in Europa, e in Italia sono il futuro prossimo. Oggi le contrapposizioni passano attraverso lo scontro di identità. Non è retorica, ma buon senso, come certifica persino una socialdemocrazia come quella danese. Sono questioni che come tali richiedono alle forze politiche di schierarsi, pro o contro. Cioè di partecipare e di contribuire alle guerre culturali, che nascono all’interno del Paese.

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