La destra moderna è conservatrice e la incarna Giorgia .

Posto che la categoria di “destra moderna” è per noi un non sense, riteniamo che quella incarnata da Giorgia sia una compiuta destra conservatrice, non diversa da quelli di molti partiti dell’ECR, il gruppo dei conservatorii europei di cui è presidente. Che questo non possa piacere a Sofia Ventura, liberale progressista e di sinistra, è legittimo, ma questo non può portare a falsificare i dati di realtà.

Il dibattito sulla “destra moderna” interessa gli italiani meno di un documentario sulla vita sessuale dei lombrichi ma fa emozionare un ceto intellettuale umanistico-socio-politologico, tendenzialmente romanocentrico, nato tra la fine della guerra e i primissimi anni Settanta – tanto che i giovani, giustamente disinteressati alla questione, potrebbero replicare loro: “Ok boomer!”.

Di questo ceto fa parte in tutto anche il sottoscritto e per questo è qui a parlarne. Ma solo perché attraverso questo dibattito accademico e inconcludente c’è ciccia, per dirla alla romanesca, cioè vi sono scopi politici, e in particolare quello della legittimazione e della delegittimazione di Fratelli d’Italia e di Giorgia . Anche se la legittimazione in democrazia la forniscono sempre gli elettori e non gli intellettuali, il fallimento dei populisti dimostra che non bastano i voti per governare e che chi vuole cambiare veramente deve essere in grado di costruire una élite: cosa che non si fa nei mercati rionali e nelle piazze. Questo Giorgia lo sa bene, diversamente da altri leader “sovranisti”, ed è per questo che gli attacchi provenienti da élite anche ristrette vanno a nostro avviso rintuzzati.

Ma prima spieghiamo perché il dibattito sulla “destra moderna” sia lunare. Primo, il concetto di modernità non ha più alcun senso, e da almeno quarant’anni (se non già da Nietzsche e da Heidegger): semmai da qualche anno negli Usa si parla di “conservatorismo post moderno”. In nessun altro paese viene utilizzato questo concetto, caricato di valenze positive, per legittimare o delegittimare una proposta politica. Secondo, esso è assai vecchio, per dirla con chi pensa che nuovo (e moderno) siano un valore in se. Poteva avere senso quando all’estero vi erano esempi vincenti e reali, tipo Reagan e Thatcher ma oggi non esiste più un modello di destra, e non si vede perché, ad esempio, il fallimentare Mitt Romney dovrebbe essere più “moderno” di Trump, che almeno una volta l’elezione l’ha vinta, o dei bushisti che hanno combinato solo disastri. Semmai negli Usa si parla di “New convervatism” (il trumpismo) contro l’old conservatism dei vecchi bushisti. Quindi, negli Usa ciò che è moderno viene considerato dagli intellettuali italiani “arcaico”. In terzo luogo, il dibattito stesso sulla “destra moderna” è stato creato da intellettuali di sinistra, essenzialmente negli anni Novanta, per colpire Berlusconi. La questione assurda e un po’ ridicola era che, per quegli intellettuali legati a un Pds che era solo il Pci mal riverniciato, Berlusconi, fautore dell’esperimento politico più “moderno” dell’ultimo mezzo secolo, era considerato portatore di una destra arcaica. In altre parole la destra moderna è quella che deve essere vidimata dalla sinistra e, ovviamente, essere perdente.

Su questa linea si pone Sofia Ventura su “Linkiesta”. E si capisce già in che terreno siamo, visto che il nome del sito on line non allude all’inchiostro ma al tedesco “linke” appunto sinistra. E da sinistra, sia pure di una sinistra liberale come si autodefinisce Ventura, si dice che no, Galli della Loggia sul “Corriere” ha torto, Giorgia non incarna la destra moderna: è solo una “abile demagoga”, “reazionaria e illiberale” a capo di un partito “che oscilla tra estremismo tradizionale e nuovo populismo radicale”. Non è Michela Murgia o Selvaggia Lucarelli che scrivono, è una bravissima politologa, che per altro il mondo della destra lo aveva comunque sfiorato anni fa.

Posto che la categoria di “destra moderna” è per noi un non sense, riteniamo che quella incarnata da Giorgia Meloni sia una compiuta destra conservatrice, non diversa da quelli di molti partiti dell’ECR, il gruppo dei conservatorii europei di cui è presidente. Che questo non possa piacere a Sofia Ventura, liberale progressista e di sinistra, è legittimo, ma questo non può portare a falsificare i dati di realtà.

Perché Meloni non sarebbe “moderna”? In soldoni, perché ostile all’Europa, agli immigrati, a Soros, e simpatizzante per i governi di Ungheria e di Polonia. Il tutto dimostrato con citazioni in alcuni casi dubbie o non circostanziate, più frutto di un sentito dire che di uno studio. Insomma roba buona per il pubblico di Propaganda Live.

Basterebbe replicare che i conservatori sono contro l’ selvaggia perché distrugge il tessuto comunitario, sono critici della Ue perché credono nella nazione come forma di comunità democratica, simpatizzano per i governi di Budapest e di Varsavia che hanno vinto le elezioni (diversamente da Draghi, per dire). Quanto ai nostalgici, Sofia Ventura che insegna a Bologna, sa che in molte sezioni del Pd esiste il ritratto di Berlinguer, il segretario del Partito comunista ai tempi degli ospedali psichiatrici di Breznev, e in alcune addirittura di Togliatti e di Lenin. Quindi? I nostalgici delle dittature rosse vanno bene? Ciò detto, i fenomeni di folclore vanno condannati: ma più come gesti di stupidità politica. Quanto al fascismo, come scrive Emilio Gentile in Chi è fascista, esso è finito nel 1945 e né in Italia né nel mondo oggi esiste più una minaccia fascista.

Su un punto Ventura ha ragione: i conservatori non vogliono cedere a un mondo (quello moderno) in cui l’individualismo trionfa e in cui, come scrive la collega, “religione” e “tradizioni “ sono valori “reazionari”. Capisco che a una liberale progressista e di sinistra tutto ciò non piaccia, ma Ventura non può pretendere che la pensino come lei i conservatori. Anche perché tutte le volte che questi sono stati tentati dalle sirene del progressismo (cioè hanno cercato di diventare “moderni” ) sono finiti male, anzi molto male. Una fine che certo non intende seguire.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.
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