La differenza femminile e la libertà di essere madri, oltre l’“ideologia dei diritti”. In margine agli “Stati Generali della Natalità”

Il Primo Mondo sta combattendo due guerre: una contro le autocrazie asiatiche, l'altra contro se stesso. Con questa premessa, la seconda edizione degli “Stati Generali della ”, evento organizzato per discutere del profondo ”inverno demografico” italiano, suggerisce una riflessione più ampia che, statistiche a parte, investe non soltanto il “Sistema Paese” ma, in senso schmittiano, l'intero grossraum occidentale. “Immaginare una nuova narrazione della natalità” è possibile. Ma bisogna ripartire da un modello antropologico fondamentale: la struttura naturale della famiglia.

La famiglia umana è sin dalla nascita informata a relazioni prime, spontanee, date oltre qualsiasi arbitrio, desiderio soggettivo e costruzione ideologica. La vita di ogni uomo è segnata ab origine da un rapporto elementare dal quale discendono tutte le altre forme di vita sociale, semplici e complesse: la relazione madre-figlio e la sottesa presenza fisica e giuridica di un padre. Il rapporto tra la madre e il figlio è una storia che ha inizio nel ventre materno, frutto di un amore “che move il sole e l'altre stelle”, tra una donna e un uomo, tra una donna che accoglie e un uomo che offre, liberamente, responsabilmente.

In un Occidente stanco e con la pancia piena, il rapido invecchiamento della popolazione trova nella crisi della famiglia una tra le sue cause principali.

Ma la crisi della famiglia è preceduta dalla crisi di un altro modello antropologico fondamentale: quello della maternità, inteso come libertà e differenza della donna, oltre l'”ideologia dei diritti”. C'entrano anche le mitologie prometeiche che da un lato hanno scardinato la polarità sessuale maschile-femminile e dall'altro, per via tecno-scientifica, hanno generato il turismo della procreazione in provetta. Ed è in questo contesto post-umano che il modello materno possiede oggi un capitale enorme, culturale e sociale. Le Madonne con Bambino non sono più di moda dalle nostre parti ma continueranno a esserci finché la specie umana esisterà. L'immagine di donna che allatta o tiene in braccio il figlio è infinitamente più grande di una qualsiasi ostentazione sui profili social. Un seno che allatta ha una bellezza intrinseca datagli dall'evidenza carnale di una relazione che conferisce alla donna la dignità naturale più alta e alla comunità degli uomini la garanzia della sua sopravvivenza. Un seno che allatta è la conferma dell'autentica libertà della donna, non più modellata sul corpo degli uomini e sulla libertà maschile dalla capacità di generare, ma sulla vera differenza femminile, sul corpo e sulla sua libertà di generare.

Intelligenza, sensibilità, intuito, raziocinio, affettività, immaginazione rendono la donna poeta della vita civile e attore pubblico non meno dell'uomo. Ma è il suo corpo a determinarne la forza naturale, l'“elezione”, il potere e il prestigio sociale. È nel misterioso potere di concepire la vita e governarne il destino che la donna occidentale deve ritrovare il senso e il vessillo della propria differenza sociale, il segno di distinzione da tutelare oltre le “pari opportunità” da difendere e incrementare nel mondo del , nelle istituzioni e nella società civile.

A fronte delle indispensabili conquiste femminili dell'ultimo secolo, dal diritto di voto all'abolizione del delitto d'onore, il vetero-femminismo e le rivendicazioni libertarie degli anni Sessanta non hanno fatto altro che partorire l'utopia gender e l'utero in affitto, dietro i quali si nasconde una nuova forma d'ingiustizia. “La nuova ingiustizia – è stato autorevolmente affermato – si annida nel tentativo di annacquare la differenza femminile, radicata nel corpo materno, per farne un elemento puramente decorativo, utile solo ai fini di seduzione. La femminilità oggi va mantenuta entro confini rigorosamente estetici, perché il suo cuore, la maternità, porta con sé qualcosa di scandaloso, l'oscuro potere di innescare il contatto tra la vita e la morte.”

L'ideologia di genere e la vulgata tecno-scientifica dominanti puntano a neutralizzare questo potere, a esautorare la specificità femminile per farne una macchina medicalizzata da laboratorio, un utero in affitto da controllare, una sessualità pianificata e monitorabile. Il corpo femminile è allora abbandonato a se stesso, a un delirio di onnipotenza logorante, alla ricerca ossessiva di un potere maschile, un istinto di dominio e possesso in realtà effimero e incapace di vita.

Dinanzi alla salute demografica degli altri popoli, il discorso pubblico del Primo Mondo, soprattutto in Italia e nella vecchia Europa, deve allora restituire alla donna il riconoscimento che le spetta, tutelarne ed esaltarne la differenza che la caratterizza. Il potere in capo alla donna di contribuire al servizio per il bene comune, di accedere ai luoghi della decisione o della organizzazione produttiva, la possibilità di avere un lavoro e un trattamento giuridico equivalente a quello dell'uomo sono precondizioni irrinunciabili per lo sviluppo integrale di una civiltà.

 

 

 

 

 

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