La lezione della Germania: le elezioni non servono

Non è accaduto nulla. Sì certo, si è votato ma, come era ampiamente prevedibile, “i tedeschi vogliono lo status quo”, come commenta il “Wall Street Journal” di stamane. Spiegheremo tra un momento il senso delle elezioni in quanto “non evento”. Però consentiamoci una glossa sull’altra non sorpresa di ieri: l’incapacità della stampa mainstream nostrana di comprendere la politica degli altri paesi (e anche di quella italiana, a dire il vero). Presi nel loro mondo di profezie che si auto-avverano nella loro testa, i giornali hanno previsto, ma sarebbe dire meglio sognato, una “svolta a sinistra”, un bel governo rosso-verde, anche con gli ex comunisti della Ddr, e la Cdu della Merkel, ritornata per un secondo invisa a sinistra, cacciata finalmente l’opposizione. Ebbene, i Verdi sono andati meno bene del previsto e al momento la Linke non supera lo sbarramento del 5% (quindi niente deputati) IL segretario Pd Letta, forse intervistato ancor prima degli exit poll, dichiara stamane che questa svolta c’è stata, ma ha ragione sullo stesso giornale Stefano Folli a scrivere che i tedeschi, a essere generosi, hanno fornito un “pallido viatico” al leader Spd, forte di una manciata di seggi di differenza dalla Cdu. Il risultato sarà, tra diverse settimane, la Grande Coalizione, allargata ai Verdi o a i Liberali, insomma il pieno lascito della tradizione Merkel.

Dal bipolarismo al monopolarismo.

Il bilancio della Cancelleria (disastroso per più versi, come vedremo tra un attimo) lascia un sistema politico tedesco che, da un bipolarismo tutto sommato funzionante, benché proporzionalista e parlamentarista, è passato al monopolarismo. La Grande Coalizione, da eccezione temporanea (solo una volta alla fine degli anni Sessanta) con Merkel è diventata la norma: basti dire che dei 16 anni di Cancelleria, solo i primi quattro sono stati alla guida di un governo di centro-destra. In un sistema del genere, già blindato e “corporato” a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, le elezioni diventano virtualmente inutili o al massimo, come nell’Italia della prima repubblica, servono per regolare i rapporti di forza tra i partiti che compongono l’esecutivo. Un sistema del genere viene giustamente considerato instabile dal punto di vista inglese e americano, soprattutto perché ci vorranno mesi prima di costituire il governo: ma in realtà è stabilissimo, perché per decenni al potere restano sempre gli stessi, limitandosi a cambiare ministero. Se nella Prima Repubblica italiana la stabilità era imposta dall’esterno, dalla guerra fredda, quella tedesca è dettata dal suo ruolo di nazione guida (per utilizzare il linguaggio sovietico) della Ue. Ruolo di nazione guida che nessuno nel panorama tedesco, neppure gli euroscettici dell’AFD, vuole privare al proprio paese, ovviamente. Se la Germania post Merkel assomiglia un po’ all’Italia pre 1994, questo passaggio dal bipolarismo al monopolarismo piace a molti anche in Italia, e in particolare a quel “partito tedesco” che in Italia pianta solide radici (da Andreatta a Ciampi a Padoa Schioppa), che ha Draghi tra i suoi esponenti, e che si estende anche in parti della Lega. Secondo il partito tedesco, Draghi, il Merkel italiano, dovrebbe continuare l’esperienza di “governo di tutti” anche dopo il 2023: in tal senso, le prossime elezioni politiche diventerebbero virtualmente inutili, come quelle tedesche di ieri.

Il disastroso bilancio della Merkel

Quindi se ieri non è avvenuto nulla, negli ultimi sedici anni di regno merkeliano si. La ex cancelliera lascia un bilancio disastroso per la famiglia conservatrice e moderata tedesca: prima di lei, quello di Kohl e poi di Stoiber era un fiero e orgoglioso partito conservatore, più a destra della nostra Dc. E soprattutto veleggiava, quando andava male, sul 35%. Merkel lo ha trasformato in un partito di centro-sinistra, soprattutto sui cosiddetti temi “societali” (immigrazione, questioni lgbt, diritti ecc). Un mutamento di identità non avvenuto neppure dietro a un disegno ideologico e politico preciso, ma per opportunismo: dovendo governare stabilimente con la sinistra, Merkel non gradiva impicci su temi a suo avviso secondari come quelli “culturali”, essendo ben più importanti quelli economici. Dove si vede che la Merkel era cresciuta nel marxismo della Ddr, in cui l’economia è tutto e il resto è solo “sovrastruttura”. Questa svolta a sinistra della Cdu ha coinciso però con il suo declino: ieri è andata particolarmente male (il suo minimo storico dal 1949) ma certo non solo per colpa del povero Laschet, tanto più che nelle ultime settimane aveva sempre affianco Merkel. Quel che ci vorrebbe, per il conservatorismo tedesco, con effetti importanti anche sul Ppe, sarebbe l’andata all’opposizione della Cdu-Csu, che forse cosi potrebbe ritrovare in parte l’identità conservatrice. Una ipotesi al momento improbabile: l’establishment tedesco non può permetterselo, il monopolarismo è molto più sicuro e stabile, anche se alla lunga questo uccide prima la destra che la sinistra.

 

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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