La prima rivincita di Trump

“Miss me yet?”, “vi manco di già?”, potrebbe, con qualche ragione, già pensare Donald Trump. A poco più di sei mesi dall’insediamento di Biden, non molti ritenevano che già Trump cominciasse a prendersi un margine di rivincita. Il che non vuol dire che sarà certamente candidato nelle prossime presidenziali o che ve ne saranno le condizioni, benché fin da subito egli si stia comportando molto diversamente dai suoi predecessori ex presidenti, di fatto tutti allontanatisi dalla vita politica. Il fallimento dell’inizio della presidenza Biden dimostra quello che molti di noi scrivevamo subito dopo le elezioni presidenziali di novembre: che Trump era stato si sconfitto nelle urne ma che il trumpismo non era affatto morto. Che poi a incarnalo sia lui o un altro leader, in questo momento interessa poco.

La politica estera di Biden

Abbiamo parlato di fallimento della prima fase della presidenza Biden soprattutto per l’Afghanistan. La politica estera di Biden rappresenta infatti una vera vendetta di Trump. Da un lato, infatti, il neo presidente è stato costretto ad ammettere di seguire la decisione del suo predecessore. Una ammissione avanzata per discolparsi ma che in realtà ha finito per trasformarsi in un boomerang perché dimostra che Biden e il suo staff non possiedono nessuna idea nuova e diversa da quella di Trump: non possono ritornare all’interventismo democratico dell’epoca da Clinton a Obama passando per Bush e non possono però neppure ammettere di essere diventati “isolazionisti”, come definivano spregiativamente la politica estera di Trump. Finiscono cosi per prendere ceffoni sia dai trumpiani che dagli “internazionalisti” (che sarebbe più corretto chiamare imperialisti) democratici e repubblicani. Sulla politica estera è infatti in corso una lotta interna ad entrambi i partiti: la sinistra democratica in politica estera è più vicina a Trump che a Clinton ed Obama, mentre i non trumpiani repubblicani sono più prossimi ai democratici d’antan che a Trump. Resta il fatto che Biden non può permettersi una vera politica estera imperiale perché ha investito tutta la spesa pubblica sul sociale e sugli investimenti: quest’ultimo, un altro lascito trumpiano, pure in politica economica.

Il fallimento in Afghanistan

Al tempo stesso, il fallimento afghano è anche una vittoria intellettuale di Trump. Accusato dai democratici di essere confusionario, caotico, incompetente, circondato da figure improbabili, arrivati al potere i competenti, Biden e la Harris, il risultato però è stato da film demenziale di Mel Brooks, nonostante (o proprio per questo?) nello staff di Biden abbondino i Phd. Ennesima conferma che, soprattutto in tempi di crisi, non servono né merito né competenza: serve la leadership e il carisma, si cui sono certo privi Biden ma anche Harris, le cui uscite in politica estera si sono rivelate disastrose.

La rivincita di Trump

Ma la rivincita di Trump passa anche altri dossier. La Corte suprema ha di fatto confermato le linee principali della sua politica di contenimento della sulla frontiera messicana. Bella forza, si dirà, è a maggioranza conservatrice. Ma in Us la corte suprema è una seria: e su altri temi non è stata cosi tenera ne confronti delle leggi varate dalla precedente amministrazione. Infine, una relazione ufficiale della FBI smonta la tesi democratica che i disordini di Capitol Hill avessero la regia di Trump: niente di tutto questo, Trump non era a capo dei rivoltosi, come era facilmente arguibile fin dalle prime ore. Di certo poi gli elettori e il “popolo trumpiano” non hanno nessuna intenzione di deflettere: e se è vero che ancora non assistiamo a una reazione conservatrice come quella di Gingrich dopo la prima presidenza Clinton o come i Tea Party con Obama, molti segnali di disaffezione e di protesta stanno crescendo, soprattutto se Biden risulterà poco convincente sulla pandemia e non riuscirà a far ripartire il paese, investito da una quantità di spesa pubblica spesso improduttiva, finanziata però con un aumento importante delle tasse.

“Trump sta tornando?” Si chiede intimorito il “New York Times”, commentando la notizia che Jason Miller ha assunto il compito di ricostruirne la macchina social A questa domanda per ora non è possibile rispondere. Ma certo, Trump sta meditando la vendetta che, come noto, va servita fredda.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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Cristina

Professore, lei non è solo magnifico ma anche maestoso. Thanks

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