La pubblicità e la sua deriva comunicativa

Il caso “dietorelle” ha suscitato grande scalpore, ma non serviva la dietorelle nello specifico per renderci conto della deriva comunicativa della pubblicità. Le pubblicità hanno per loro definizione lo scopo di commerciare un prodotto, e difatti cos’è quello che ci stanno facendo bere se non un “prodotto”, ed è così che la pasta si mangia con il vicino amante tunisino, che le felpe diventano unisex senza la distinzione di mercato, grazie all’utilizzo di modelli androgeni, che le caramelle si gustano meglio in un threesome multirazziale. Lo spiega bene cosa sta succedendo il cartello di una ragazzina dai capelli rosa alla giornata mondiale LGBT dove stava scritto “ero etero ma poi sono guarita”…l ‘eterosessuale è un “malato”, la famiglia tradizionale un nemico da abbattere perché tutta la scala dei valori si modula solo ed esclusivamente sulla nostra attività ginnica da letto, alla più primitiva delle pulsioni: il sesso. Tutti i valori si perdono nella libido, tutte le cose nobili nella promiscuità sessuale. E non fraintendetemi sono tutto il contrario dell’essere bigotta, e stessa cosa disse Vittorio Sgarbi, ma davvero non capisco in che modo si possa nobilitare la causa LGBT ponendo sempre lo spunto della conversazione su quello che si fa togliendosi le mutande. Mi sembra davvero che questa psicosi gender si stia in qualche modo insultando da sola, possibile che il focus di tutto sia basato su quanto ci piace la gnagna o il pero. Possibile che tutta questa grande rivoluzione sia in realtà la più banale delle attività umane, quella che davvero sanno fare anche i Bonobo, e stavolta nel giusto senso del paragone, quello svilente.

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