La settimana d’oro di Giorgia Meloni

Una settimana “politicamente” perfetta. Quella che si sta per concludere è stata una sorta di prova generale per Giorgia Meloni: sette giorni dove ha incrociato, unito, rappresentato e promosso una certa idea della destra ma soprattutto dell’Italia nel mondo.

Non più periferia o gioiello da museo, l’Italia che ha in mente la madrina dei sovranisti è cerniera e soggetto attivo nella promozione di una nuova alleanza nel nome delle nazioni. Un’intesa fondata su presupposti concreti – sangue, suolo, lingua – e su un equilibrio che è possibile comporre non da una sovrastruttura livellatrice, come agognano i supporter del super-stato Ue, ma partendo da quel vincolo democratico che si sostanzia nello Stato nazionale e che si può sviluppare in armonia esclusivamente nella sussidiarietà.

Tra Roma e Washington, tra l’assemblea dei nazional-conservatori e l’importante invito al National prayer breakfast, tra Viktor Orbán e i Repubblicani più vicini a Donald Trump, la leader di Fratelli d’Italia ha confermato lo stato d’avanzamento della propria proposta di governo, del livello delle relazioni internazionali e soprattutto dell’approccio a queste.

Sepolto per sempre (si spera) un certo provincialismo che ha contagiato negli anni anche settori del centrodestra, la leader di Fratelli d’Italia ha tenuto sempre in mano la “bussola”, ossia l’interesse nazionale, consapevole che senza una composizione concreta di sovranisti internazionali non è possibile governare con le leve – shock fiscale e investimenti pubblici – grazie alle quali intende far ripartire la locomotiva dell’Italia.

Per scansare equivoci e banalizzazioni lo ha chiarito proprio dalla capitale Usa: «FdI, nel rispetto delle differenze, lavora per costruire un’Italia che possa essere ugualmente orgogliosa come lo è l’America di Trump». La cartina di tornasole è l’approccio allo scacchiere geopolitico: «Con gli Stati Uniti facciamo parte della Nato ma non sempre i nostri interessi coincidono perfettamente. L’importante è avere una politica estera dell’Italia che sappia comportarsi non da cheerleader delle potenze straniere ma che sappia focalizzare i propri interessi pur essendo leale».

Chiarezza, indipendenza e lealtà. Esattamente come è accaduto dentro i confini nazionali, dove da anni ormai è proprio a rappresentare il baricentro dell’alleanza di centrodestra, la colonna ferma rispetto ai due alleati non sempre coerenti con la richiesta dell’elettorato, adesso quello stesso compito l’ex ministro si candida a svolgerlo anche a livello internazionale.

Non è un mistero, infatti, che con l’uscita del Regno Unito dall’Ue tocchi all’Italia adesso incarnare non tanto un contraltare quanto un correttivo all’asse franco-tedesco. Lo sperano le nazioni mediterranee sui temi del bilancio e degli investimenti, e quelle dell’Est sulla libertà di autodeterminarsi per ciò che riguarda i dossier antropologici e sociali. Ma anche oltreoceano hanno compreso che l’interlocuzione con “Giuseppi” non possa rappresentare un canale qualificato: non fosse altro perché il governo giallorosso sembra sprovvisto di qualsiasi forma di politica estera.

Alla luce di tutto questo si comprende bene, insomma, come la proposta in fase di elaborazione che in molti nel mondo stanno aspettando sia proprio quella del destra-centro italiano. E chi ci sta lavorando senza sosta e senza “sbandate” – è opinione su cui tutti gli osservatori sono concordi – è con il suo partito: non a caso premiati col boom nelle rilevazioni di gradimento e nei sondaggi elettorali.

Se si compone il mosaico di questo inizio 2020 insomma, anno sul quale il Times ha già “scommesso” su tra le venti persone più influenti del globo mentre Le Monde la giudica il “fenomeno” emergente nel panorama europeo, non è un azzardo immaginare che di settimane come questa ce ne saranno molte altre.

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