L’aggressione russa all’Ucraina non sia una scusa per la Cancel Culture

L’invasione russa in Ucraina sta procurando diverse vittime tra cui bambini, i quali risultano essere la fascia più debole e indifesa della società civile. Nel 2022 è inconcepibile un’azione militare del genere in quanto essa è legata a schemi di manovra bellica di inizio secolo scorso, dove la forza del milite era ritenuta in larga maggioranza da parte dell’opinione pubblica superiore a quella della diplomazia. La società nel corso del tempo si è evoluta -non sempre in maniera positiva aggiungo, ma questo è un discorso dissonante che non sarà qui esaminato- con i suoi paradigmi regolari e irregolari, fino ad inaugurare una nuova caccia alle streghe che vede l’intero popolo russo come il nemico da accerchiare e discriminare.

Questa russofobia è il prodotto finale del politically correct e della cancel culture che da anni si sono insidiati nel nostro tessuto sociale, con la compiacenza e la complicità di una determinata area politica-culturale europea e non che si identifica con la comune dicitura (pseudo)progressista; gli adepti di questa area hanno la saccenza e la supponenza di possedere la verità rivelata in tasca e che il loro pensiero è pressoché un vangelo laico da osservare minuziosamente per non incombere in un vero e proprio Anathema sit alla Paolo di Tarso in stile “apostolo dei gentili”.

Addossare ora tutti i mali possibili e inimmaginabili alla popolazione russa per la scelta scorretta del loro Zar Putin di occupare e invadere uno stato sovrano è come accostare a tutti i giudei la crocifissione di Gesù, in quanto la Russia ha per sua natura e storia una forte connotazione e predisposizione all’uomo forte al comando e alla sua piccola ma influente e temutissima cerchia di oligarchi, motivo per cui non è possibile paragonare la Federazione Russa con le cosiddette potenze democratiche e liberali presenti nel mondo in cui è possibile sventolare ai quattro venti le proprie opinioni senza la preoccupazione di plausibili sanzioni amministrative e penali.

I social network più diffusi a cui noi tutti siamo legati e spesso volentieri addirittura prigionieri in un perenne stato di assuefazione che genera un moderno “sonno della ragione”, nelle ultime ore stanno cavalcando la becera onda mainstream della russofobia con pesanti incentivi in cui i post violenti e a contenuto sensibile -in via eccezionale- contro la Russia non verranno censurati ed oscurati ma bensì lasciati al libero uso e consumo della community digitale, dove ogni utente per appagare la propria fame caratterizzata da like, condividi e commenta parteciperà ad una sorta di competizione cybernauta, con l’obiettivo di pubblicare e ripubblicare i post più toccanti e aggressivi. Non meravigliamoci troppo di questa discutibile scelta dei social, perché la guerra di propaganda non è certo nata ieri o l’altro ieri.

1 commento

  1. Giusto, non possiamo accettare di discriminare uno solo perchè è russo e in Russia c’è Putin che ha invaso un ex-territorio russo per liberare i suoi concittadini che parlano russo in Donbass. Gli Italiani non vorrebbero essere discriminati all’estero solo perchè indipendentemente dalla nostra volontà ci ritroviamo Draghi, che ha fatto la guerra agli Italiani introducendo vaccinazioni sperimentali obbligatorie che hanno causato decessi (Camilla Canepa ad esempio, 18 anni) e gravi effetti collaterali, introducendo la tessera che comprende anche la tortura nasofaringea del tampone ogni 48h. No alle discriminazioni dei popoli in base ai loro governanti, i quali spesso sono non eletti come nel nostro caso (ma quale elettore dei cinque stelle avrebbe mai pensato di votare per un governo Draghi, quale?????).

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