L’alleanza turco-libica, una sfida alla sicurezza dell’Italia e dell’Europa

L’evoluzione del quadro politico libico rischia di rendere l’Italia (e l’Unione Europea) ostaggio dei giochi di potere di Tripoli. Il paese nordafricano è preda di una nuova crisi politica, il cui esito potrebbe rafforzare ulteriormente l’influenza turca e Ankara ha già dimostrato di saper tenere sotto scacco l’Europa con la minaccia dei migranti. A questa potrebbe presto aggiungersi quella energetica.

La Libia di nuovo in preda al caos (politico): sfiduciato il Governo di Unità Nazionale

Attualmente in Libia, nonostante i recenti estenuanti negoziati, non è stato ancora raggiunto un vero accordo tra le fazioni in lotta e le istituzioni che le rappresentano. All’inizio del 2021, le autorità di Tripoli (il Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj) e il Parlamento di Tobruk (presieduto da Abdullah al-Thani e sostenuto dal generale Khalifa Haftar) avevano formalmente consegnato il potere ad un’istituzione ad interim, il Governo di Unità Nazionale (GUN), costituita allo scopo di organizzare, finalmente, le tanto attese elezioni. Primo ministro del GUN era stato eletto Abdul Hamid Dbeibeh, mentre a Mohammed al-Manfi era stata affidata la guida del Consiglio Presidenziale.

Purtroppo, nonostante quanto stabilito a Ginevra, il Forum per il dialogo politico libico promosso dalle Nazioni Unite, non è riuscito a conseguire risultati significativi e a stabilizzare il paese. D’altronde le premesse non erano state delle migliori: la scelta di una città svizzera, e non libica, per condurre i negoziati e il pesante intervento nel corso delle trattive di potenze straniere, aveva sin dall’inizio posto una seria ipoteca sulla legittimità del nuovo governo.

In teoria, le elezioni parlamentari e presidenziali avrebbero dovuto tenersi a dicembre, ma lo scontro politico tra le varie fazioni è andato intensificandosi nel corso dei mesi, mentre un clima di generale sfiducia circonda il governo provvisorio. Di conseguenza le consultazioni elettorali, previste per il 24 dicembre, sono già state rinviate a gennaio.

Lo scorso 21 settembre la Camera dei Rappresentanti, il più alto organo legislativo libico, presieduta da Aguila Saleh, ha sfiduciato il governo di Dbeibeh. Abdullah Bliheg, portavoce della Camera dei rappresentanti, ha comunicato che 89 dei 113 deputati presenti hanno votato a favore della mozione di sfiducia al Governo di Unità Nazionale nel corso di una sessione tenutasi a porte chiuse, alla presenza di Saleh e dei suoi due vice.

In particolare, il parlamento ha motivato il voto di sfiducia accusando il GUN di aver effettuato alcune operazioni finanziarie discutibili e di aver stipulato contratti che comportano un aumento enorme del debito pubblico tale da mettere in pericolo la stessa sovranità del paese. I deputati hanno accusato i membri del governo di appropriazione indebita e danno erariale e di aver travalicato i limiti del loro mandato.

Il presidente della Camera Aguila Saleh ha sottolineato come l’esecutivo stia spendendo grosse somme di denaro, nonostante il bilancio non sia stato ancora approvato. Secondo i suoi calcoli, il primo ministro Dbeibeh avrebbe già speso tra i 40 e i 50 miliardi di dinari.

Inoltre, la legge elettorale presidenziale approvata dal parlamento di Tobruk è stata respinta dell’Alto Consiglio di Stato, che ha sede a Tripoli. Di fatto, Il paese continua ad essere diviso tra la parte orientale e quella occidentale, cosicché mentre la Cirenaica, ancora sotto il controllo dell’Esercito Nazionale Libico di Khalifa Hftar, si appresta a tenere le elezioni secondo le proprie regole, la Tripolitania, tuttora in mano a vari gruppi militari, alcuni dei quali di chiara matrice islamista, si prepara a fare lo stesso. Anche le candidature ufficiali proposte al corpo elettorale sono differenti ed infatti la parte occidentale ha dichiarato Haftar incandidabile

Il contrasto tra le varie istituzioni libiche e le dubbie spese finanziarie del GUN alimentano la confusione, ostacolando i preparativi per le elezioni e complicando non poco le relazioni economiche e politiche con l’Italia. La tensione è ormai altissima, al punto che si fa sempre più concreta la possibilità di un ritorno allo scontro militare e di una conseguente nuova ondata migratoria verso l’Europa.

Una Libia filo-turca

Un ulteriore fattore di destabilizzazione della Libia è rappresentato dalla crescente influenza turca tanto in ambito politico, quanto in quello militare.

Uno degli obiettivi dichiarati del Forum interlibico era il ritiro delle truppe straniere dal paese prima delle elezioni. E in questi giorni (6-8 ottobre) a Ginevra si è riunito il “Comitato militare congiunto 5+5”, in cui sono presenti i delegati delle due parti belligeranti, proprio per discutere su questo tema: una clausola dell’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020 prevedeva il ritiro entro 90 giorni dei combattenti stranieri, ma nel paese continuerebbero a esserne presenti circa 20.000.

D’altronde, nonostante gli impegni ufficiali assunti da tutti i principali attori stranieri presenti in Libia, il Ministero della Difesa turco ha ufficialmente annunciato che continuerà a cooperare militarmente con il governo. In questo modo, Ankara compromette il processo di pace e mette concretamente in pericolo la consultazione elettorale.

Nel novembre 2019, l’allora Governo di Accordo Nazionale (GNA) di al-Sarraj aveva sottoscritto due protocolli d’intesa sulla sicurezza e la cooperazione militare con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in virtù dei quali Ankara ha potuto giustificare l’aumento della sua presenza nello Stato nordafricano.

E’ interessante notare come la collaborazione con la Turchia sia stata favorita in passato, e venga perseguita attualmente, da quelle istituzioni più fortemente influenzate dalla Fratellanza Musulmana in virtù della loro composizione: allora il GNA, oggi il GUN e l’Alto Consiglio di Stato della Libia, chiaramente favorevoli all’osmanizzazione del paese.

Non è un caso che il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu abbia recentemente rivendicato il fatto che l’accordo con la Libia è stato concluso su esplicita richiesta del precedente Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj, ragione per cui la Turchia intende rimanere nel paese.

Due giorni prima di rilasciare questa dichiarazione Çavuşoğlu aveva ospitato ad Ankara Khalid Almishri, Presidente dell’Alto Consiglio di Stato libico, un organismo che svolge un ruolo consultivo.

Almishri, per sua stessa ammissione, rappresenta i Fratelli Musulmani nell’Alto Consiglio. Nel maggio 2018, nel corso di un’intervista al canale francese in lingua araba France-24, dichiarò esplicitamente di essere un membro della Fratellanza Musulmana, che da diversi paesi è classificata come organizzazione terroristica.

 

Il punto è delicato. In pratica una delle massime autorità libiche sarebbe ufficialmente un vero e proprio jihadista. In ogni caso, Almishri è tra coloro che hanno maggiormente incoraggiato l’intervento turco in Libia .

Allo stato, la presenza di forze turche viola le disposizioni e la tabella di marcia delle Nazioni Unite finalizzate a una soluzione pacifica del conflitto libico ed è, in linea di principio, incompatibile con le disposizioni generali in materia di sicurezza.

La questione, però, è ancora più grave. La presenza turca rappresenta un serio pericolo. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, sono ancora diverse migliaia i mercenari siriani che stazionano nelle basi turche in Libia. E’ di qualche giorno fa la notizia che uno scaglione di 90 combattenti appartenenti a gruppi legati alla Turchia operanti ad Afrin, nell’area controllata da Ankara, è stato inviato in Tripolitania, per avvicendarsi con uno delle stesse dimensioni di ritorno in Siria.

Se per ipotesi, che attualmente appare francamente inverosimile, le opposte fazioni e le istituzioni dell’est e dell’ovest del paese si accordassero in qualche modo, ufficializzando un’unica lista di candidati alle presidenziali e celebrando insieme le elezioni, con un esito accettato da tutti, chiunque vincesse avrebbe mani e piedi legati alla Turchia, le cui truppe rimarrebbero nel paese. Persino Haftar dovrebbe venire a patti con i turchi per governare l’intero territorio e non solo la parte orientale.

In un quadro simile, il prossimo governo libico sarà necessariamente filo-turco. E lo sarà anche se non si dovessero tenere le elezioni e proseguisse l’esperienza del GUN, riconosciuto dalla comunità internazionale.

La crisi migratoria

Da tempo la Turchia persevera nei suoi atteggiamenti provocatori, ricattando l’Unione Europea attraverso la gestione dei flussi migratori. Un comportamento evidente sulla rotta balcanica, che Ankara sta reiterando anche nel Mediterraneo centrale da quando ha intensificato la propria presenza in Libia.

Secondo il Viminale nei soli primi quattro giorni di ottobre sono giunti in Italia 1.430 migranti. Nel 2021 gli arrivi sono stati 47.750, circa il doppio dei 24.333 del 2020. Rispetto al 2019 gli sbarchi si sono addirittura sestuplicati.

Si tratta di numeri destinati ad aumentare a causa della crisi politica, economica e sociale che sta colpendo non solo la Libia, ma anche la Tunisia, e che spinge le persone ad emigrare, favorendo il traffico di esseri umani.

Così come sono destinati ad aumentare i naufragi e le vittime.

Oramai la situazione sta precipitando: pochi giorni fa a Lampedusa erano più di mille i illegali in un hotspot che ne può ospitare appena 250, dopo uno sbarco record di 686 persone salpate dalla Libia a bordo di un peschereccio di 15 metri .

Maxi sbarco a Lampedusa: “Organizzazione criminale”, Meloni: sfiduciamo Lamorgese.

 

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), più di 25.200 persone sono state intercettate nel Mediterraneo centrale durante quest’anno, più del doppio rispetto all’anno scorso.

In un contesto che rischia di andare completamente fuori controllo, risulta ancora più grave l’insufficienza dell’azione del ministro degli Interni Luciana Lamorgese, che da quando ha assunto la carica ha visto aumentare gli sbarchi in misura abnorme.

Il nodo energetico

Come è noto, la Libia è il principale fornitore di energia (gas e petrolio) dell’Italia. ENI opera in tutto il paese nordafricano ed è il più importante player dell’industria energetica libica. Se Tripoli aumentasse il proprio grado di dipendenza politica da Ankara, il flusso di idrocarburi tra le due sponde del Mediterraneo potrebbe divenire un’ulteriore arma di ricatto in mano alla Turchia.

La stessa alternativa rappresentata dal Gasdotto Trans Adriatico (TAP), il cui terminal pugliese è entrato in funzione da un anno ed ha già rifornito l’Italia e l’Europa meridionale con i primi 5 miliardi di metri cubi di gas naturale proveniente dall’Azerbaijan, attraversa per intero l’Anatolia. Considerando che Baku è uno stretto alleato di Ankara, possiamo tranquillamente affermare che una parte consistente delle fonti energetiche italiane sta finendo sotto il controllo turco.

Il vertiginoso aumento dei prezzi dei prodotti energetici delle ultime settimane rende ancora più preoccupante lo scenario. Cosa succederebbe se, per assurdo, questo inverno Erdogan minacciasse l’Italia e l’UE, per una qualunque ragione, di tagliare la forniture di gas?

E l’Italia?

La risoluzione della crisi libica costituisce per l’Italia un interesse strategico vitale.

Innanzitutto, le ostilità rappresentano un fattore di grave incertezza per gli interessi economici ed energetici italiani in Libia.

In secondo luogo, la pacificazione della Libia e un governo solido e legittimo sono indispensabili per la gestione dei flussi migratori.

Terzo e ultimo punto, ma non per questo meno importante, la perdita di influenza in Libia compromette il ruolo geopolitico dell’Italia nel Mediterraneo, che la direttrice neo-ottomana dell’espansionismo turco tende a soppiantare, sovvertendo il peso strategico dei due paesi.

E’ giunto il momento che l’Italia riconosca nella Turchia il suo più pericoloso competitor e non un potenziale alleato da assecondare.

Nel frattempo le relazioni tra Roma e Tripoli proseguono attraverso canali paralleli, più o meno produttivi. In alcuni casi suscitano, francamente, perplessità.

Poco efficaci, considerando il recente passato e gli smacchi che Parigi sta subendo da alcuni mesi a questa parte in Africa, appaiono le iniziative in tandem con la Francia. Nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio Mario Draghi e il Presidente Francese Emmanuel Macron si sono incontrati a margine del vertice europeo a Brno, in Slovenia, e hanno discusso della situazione in Libia.

Al termine del confronto il governo italiano ha emesso un comunicato in cui è stato ribadito lo “stretto coordinamento” tra Italia, Francia e Germania per tenere una conferenza sulla crisi libica il 12 novembre a Parigi. Il summit è stato deciso da Macron che stavolta, a differenza che nel passato, si è almeno ricordato di consultare Roma prima di procedere alla convocazione.

Alcune settimane prima, il ministro Lamorgese aveva incontrato il vice presidente del Consiglio Presidenziale libico, Abdullah al-Lafi, per confrontarsi su come sviluppare la cooperazione e il coordinamento tra Italia e Libia sul dossier migranti, ma con scarsi risultati.

Lascia perplessi, invece, l’incontro avvenuto a Tripoli tra Almishri, l’ambasciatore italiano Giuseppe Buccino e l’inviato speciale della Farnesina per la Libia, Nicola Orlando, che confermano la volontà di mantenere un’interlocuzione con la Fratellanza Musulmana

Infine, a settembre si è tenuto un bilaterale tra il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti e il vice presidente del Consiglio presidenziale libico Al-Lafi, in visita a Roma, in cui i due hanno affrontato i temi legati alla cooperazione economica ed industriale, a partire da infrastrutture ed energia. Giorgetti ha sottolineato che l’Italia è impegnata a promuovere il processo di stabilizzazione e riconciliazione nazionale in Libia e la ripresa economica del Paese, in cui le imprese italiane hanno sempre avuto un ruolo di primo piano. In questo caso, il confronto su questioni concrete e pragmatiche potrebbe sortire qualche effetto positivo.

Conclusioni

Negli ultimi giorni, molti autorevoli commentatori hanno insistito con la tesi secondo cui l’Italia, grazie alla statura internazionale di Mario Draghi e alla luce delle difficoltà francesi e del vuoto di potere in atto nella Germania del dopo-Merkel, potrebbe essere la grande protagonista del rilancio dell’Alleanza Transatlantica in evidente crisi dopo il ritiro dall’Afghanistan e il pesante sgarbo diplomatico americano ai danni di Parigi in occasione della fornitura di sommergibili all’Australia. E’ sconcertante il provincialismo di certi esperti, tanto più che non sembra essere legato solo ad atteggiamenti propagandistici a favore dell’attuale esecutivo, ma frutto di un’autentica convinzione. E’ il sintomo della mancanza di cultura strategica che serpeggia all’interno delle classi dirigenti italiane e della pubblica opinione, che oscilla paurosamente tra la sottovalutazione e la sopravvalutazione delle potenzialità dell’Italia. Un grande paese, è vero, che però dovrebbe imparare a concentrare i propri sforzi – e l’(eventuale) autorevolezza dell’attuale premier -, affinché essi siano proficui, nello scenario in cui gioca effettivamente un ruolo e sull’estero vicino di sua pertinenza: il Mediterraneo e il Nord Africa. Qui è la Turchia a rappresentare ormai un evidente problema e con essa il confronto, serrato, va ingaggiato su tutti i tavoli. E’ una follia che l’UE continui a finanziare Ankara, cedendo ai suoi ricatti, affinché poi possa armare illegalmente il già difficile contesto libico.

Concentriamoci su questo, l’Atlantico è lontano…

Alessandro Sansoni
Direttore del mensile CulturaIdentità

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