Le quote rosa non servono: la lezione islandese.

Nel 2014 scrivevo su Qelsi che le donne non hanno bisogno delle quote rosa, che non hanno bisogno delle riserve protette come i panda.

Be’, se il tempo è galantuomo, ecco la prova che avevo ragione, sette anni dopo.
Poche ore fa, l’Islanda ha ufficializzato la nuova composizione del suo Parlamento: su 63 deputati, 30 sono donne. Il 48% di donne. La più alta percentuale di rappresentanza femminile in Europa.

E fin qui, mi direte, niente o quasi niente degno di nota.

Ma ecco la bomba: in Islanda non ci sono le quote rosa! E nemmeno i listini bloccati!
Cosa? E come fanno a mantenere le donne in Parlamento senza quote rosa?
Semplicissimo: mettendo in atto la parità di genere. Quella vera, non quella sbandierata dai sedicenti paladini delle donne.
Quella parità di genere che dal 2018 (ma già dal 1961), in Islanda, passa attraverso la parità salariale per legge.

Quella parità di genere che, in Islanda, passa attraverso il congedo parentale uguale per entrambi i genitori.

Nei report di UNICEF, l’Islanda è ai primi posti per le Politiche rivolte alla famiglia nel Mondo.

Ecco cosa si intende per parità di genere ed ecco cosa si intende per reali pari opportunità.
Si intende lasciare che qualsiasi essere umano, quindi anche la donna, sia libero di autodeterminarsi, senza forzature.

Quando mi vengono a dire che ci sono poche donne in politica e che quindi servono le quote rosa, le doppie preferenze, l’alternanza nei listini bloccati (poi sulla mostruosità della legge elettorale ci ritorneremo!) lo vedo che mi guardano come fossi un alieno quando rispondo che no, non servono.

Servono asili nido aperti più a lungo, in termini di orario e di periodo, ad esempio.
Serve insegnare, già dalle materne, non che ognuno è del sesso che vuole ma che ogni bambina, col sesso che ha, può fare le stesse cose di ogni bambino.
E lo Stato sarà al suo fianco a permetterglielo. A garantirglielo.

Così che, diventata donna, una bambina, che voglia fare la madre sia libera di farlo, una che voglia fare carriera sia libera di farlo ma una che voglia fare entrambe le cose sia libera di farle e farle bene.

Non ci servono quote rosa, non ci servono doppie preferenze.

Servono alle pseudo sostenitrici dei diritti delle donne che si sciacquano la bocca facendo battaglie inutili e dannose su asterischi e desinenze al femminile.

Servono a chi accusa la società di patriarcato e maschilismo ma (a pensare bene) non riesce o (a pensar male) non vuole comprendere che svilendo il ruolo della donna si macchia esattamente di questi “crimini”.

Aberrazioni che giovano solo a chi vuole continuare a tenere le donne in un angolino.

Finché ci sarà una quota, le donne in politica ci entreranno per imposizione o grazie ad una facilitazione ed allora saranno sempre quelle che “sei qui ok ma”.
Ma ci sei entrata perché ci serviva una donna.
Ma ci sei entrata appoggiandoti ai voti di un uomo.

Davvero volete essere succubi per sempre di questa impostazione?
Davvero la dignità che avete si riduce a farvi chiamare assessora o avvocata o tutt*?
Femministe, davvero credete che la desinenza sia più importante della competenza?
Non lo reggo più il pippone che “sì ma senza quote non riusciamo a dimostrare la competenza e senza A finale non riusciamo a dimostrare (boh) che siamo donne (?)”.
Fatela una battaglia seria!

Su queste necessità primarie della nostra società. Fatela una battaglia seria!
Fatela, voi che dovreste essere le eredi naturali di Nilde Iotti, una combattente!
Una battaglia di orgoglio, di dignità, di parità.

Fatela, ogni tanto, una cosa di sinistra!

Non è questo il modo. E che per la sinistra nel 2021 lo sia mi fa capire quanto siamo lontani dal resto d’Europa, quanto anche le femministe qui non abbiano assolutamente chiaro cosa sia il femminismo e quali siano le battaglie da fare, quanto anche noi meritiamo una sinistra migliore.

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