giovedì, Settembre 24, 2020

Le sorprendenti similitudini tra Di Maio e Alfano

Gigino e Angelino: travolti da un insolito destino. No, non è il remake del cult movie di Lina Wertmüller. Si tratta dell’incredibile simmetria che accomuna due personaggi sulla carta agli antipodi, in realtà che più simili – davvero – non si può.

Parliamo, ovviamente, di Luigi Di Maio ed Angelino Alfano, con il primo che per, come stanno andando le cose, rischia politicamente di fare la stessa fine dell’ex delfino di Berlusconi (con l’aggravante – a differenza dell’avvocato Alfano – di non avere nemmeno una professione alle spalle con cui intraprendere un nuovo cammino).

Stiamo esagerando? Prendiamo il “peccato originale” che contraddistingue entrambi: eletti per combattere il Pd finiscono al governo col Pd. Ciò è avvenuto con Angelino nel 2013, ai tempi segretario del Pdl e poi leader del Nuovo centrodestra in nome del quale rappresentò la stampella per ben tre governi di sinistra (Letta, Renzi e Gentiloni). Stessa cosa, ma ancora più incredibile, per Gigino. Nato politicamente come capo politico dei 5 Stelle in contrapposizione totale al Pd, il “partito di Bibbiano” e di tutti i mali che infesta(va)no l’Italia secondo i grillini, in meno di un mese nell’estate scorsa è diventato alleato dei dem nel governo più a sinistra della storia repubblicana.

Questo è solo l’inizio. Tutte e due nel loro curriculum possono inserire una stagione da vicepremier ma anche quella da ministri buoni (si fa per dire) per tutti i ribaltoni: lo ha fatto Alfano, passato da Letta a Renzi ad essere prima ministro dell’Interno e poi degli Esteri (protagonista di disastri esiziali per l’Italia: basti solo pensare all’operazione Mare Nostrum); lo ha fatto Di Maio, che nella versione gialloverde è stato ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro (con le centinaia di vertenze irrisolte, il macigno dell’Ilva ma soprattutto con il flop colossale del reddito di cittadinanza) mentre in quella giallorossa è ministro degli Esteri commissariato di fatto da Giuseppe Conte (con risultati disastrosi al quadrato: basti vedere il caos in Libia di queste ultime settimane).

Come se non bastasse parliamo di due inquilini della Farnesina che conoscono poco o nulla i dossier (nel caso di Di Maio ci sono problemi enormi a partire anche dalla geografia politica, come quando spiegò che la Russia era un «Paese del Mediteranneo»), per non parlare dell’inglese: il risultato sono figuracce epiche come quella di Angelino che tentava di spiegare il ritardo a un vertice con la commissaria Ue Malmstrom per «problemi di “waind”».
Sia per Gigino che per Angelino, poi, calza la maschera dell’ascaro della sinistra.

Autoconvinti di un ruolo messianico – impedire al Pd di fare il Pd, rappresentando l’argine a destra o nell’altrove populista -, in realtà rappresentano due cavalli di Troia perfetti per il Pd che, incapace di vincere le elezioni, riesce a sfruttare lo sherpa di turno per rientrare dalla finestra. I danni sono sotto gli occhi di tutti: dall’austerity della stagione Letta al Jobs Act di Renzi fino all’attacco al ceto medio (e il solito aiutino alle banche, sotto forma di sostegno alla moneta elettronica) lanciato dai dem di Zingaretti grazie all’ombrello del governo giallorosso.
Simul stabunt simul cadent. Entrambi stelle per una stagione, entrambi travolti dalla stessa caduta libera.

Sia Alfano che Di Maio sono stati giovani promesse della politica: il primo designato da Berlusconi, il secondo da Beppe Grillo. Eppure, nel giro di pochissimo tempo, il passaggio dalle stelle alle stalle è stato “benedetto” proprio dai rispettivi patron: la fine di Angelino è coincisa con il celebre «non ha il quid» con cui il Cavaliere distrusse la sua immagine di delfino designato; il bacio della morte di Grillo a Di Maio, dopo le innumerevoli e teatrali strigliate, è rappresentato invece dal video il cui ha dovuto spiegare: «Il capo politico è lui».

Tradotto: quando è necessario indicare una leadership significa automaticamente che tale leadership non è rinosciuta praticamente da nessuno. A partire, ovviamente, dal talent scout.

Il risultato di tutto? Compresa l’antifona e bruciato – con il sostegno al Pd – tutto il tesoretto di credibilità politica, sia Gigino che Angelino si sono incollati alla poltrona fino all’ultimo istante possibile, praticando ogni sortilegio pur di non andare al voto. E quando alla fine il voto è arrivato, Alfano ha avuto il buongusto di evitarsi la gogna, rinunciando a correre con il flop di Alternativa popolare (la meteora agganciata al centrosinistra che ha collezionato un “sorprendente” 0,5%).

E Di Maio? Per il momento ha più che dimezzato i 5 Stelle e perso in tutte le Regioni e amministrazioni possibili in meno di due anni. Ma, siamo pronti a scommettere, il ragazzo può fare molto di più…

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