Le terre di confine

In memoria delle vittime delle Foibe intendo analizzare il discorso di Giorgio Almirante del 21 aprile 1950, intitolato “Le terre di confine”. Nell’interpellanza parlamentare il segretario del Msi intese esprimere le speranze delle terre giuliane e dalmate, elencando nel preambolo i motivi dell’orazione: il conforto morale dovuto «ai nostri fratelli della Venezia Giulia»; smascherare le speculazioni che riguardavano «questa nostra nazionale sventura»; dar voce a chi rivendicava una politica indipendente dell’Italia, denunciando i torti di chi non intendesse opporsi a Tito; infine invitando il Governo ad avviare una politica nazionale veramente “responsabile”. «Ma come esprimere, ancora una volta, la nostra solidarietà per i triestini e per i giuliani?» Si domandò Almirante.

La risposta fu generosa: denunciare all’opinione pubblica il dramma giuliano come «il simbolo di un colossale fallimento» e mobilitare gli italiani per difendere il confine orientale. Per entrare nel vivo della polemica si rivolse in primis a P. Nenni, ministro degli esteri nel 1946, meno responsabile a suo dire di «alcuni suoi amici» (i comunisti); Almirante lesse il contenuto del comunicato del Pci che l’8 novembre esprimeva «riconoscenza al maresciallo Tito» e alla “comprensione” per le questioni italiane; risaliva infatti ad allora la “famosa” Missione di P. Togliatti a Belgrado. Almirante denunciava inoltre la falsità della dichiarazione del segretario del Pci apparsa sull’Unità: «Il maresciallo Tito mi ha dichiarato di essere disposto a consentire che Trieste appartenga all’Italia, qualora essa consenta a lasciare alla Jugoslavia Gorizia, città in prevalenza slava». Tito poneva come unica condizione un’autonomia “effettivamente democratica” («da che pulpito!» Ironizzò Almirante). Continuava il “Migliore”: «Ritengo assurda la campagna “per fare fuggire gli italiani” dai territori che rimarranno alla Jugoslavia.

Questa è da porre al novero delle calunnie e delle menzogne». Almirante notò che questo avvenne alla vigilia delle amministrative del 1947, per far credere agli italiani che Tito non avesse mire su Trieste. Togliatti si opponeva alla legazione guidata da Nenni a New York che davanti ai “4 Grandi” aveva rivendicato le zone del Territorio libero fino a Pola.  Quindi a Belgrado il capo di un partito italiano, quello comunista, era andato da una potenza straniera, non a nome dell’Italia, ma riportando nel nostro paese la sorda volontà di Tito. Almirante denunciò la Missione Togliatti come «il tentativo, non riuscito, di rendere un servizio» ai comunisti slavi, non ancora “scomunicati” da Stalin. Nenni, in risposta al Pci, scrisse che l’Italia non avrebbe mai rinunciato ad una città che i 4 reputavano italiana. Ma nel 1950 “l’eretico” Tito non era più “il grande amico” degli italiani. Dopo queste accuse avvenne un aspro scambio di battute con il segretario socialista: Nenni ribatté che l’atteggiamento dell’Italia non era cambiato, ma Almirante rispose che era la prima volta che l’ex ministro si dissociava pubblicamente dal Pci.

Lo scontro coinvolse anche Pajetta (Pci): Almirante faceva notare che la dichiarazione del governo sovietico era l’opposto di quella del Pci, che si era dovuto riallineare agli ordini di Mosca. Ma il paradosso fu l’avvicinamento alleato al regime titino dopo il 1948. Alla speculazione orientale seguiva quella occidentale. «Quegli stessi stranieri che vennero a patto col comunismo» approfittavano ora delle sue divisioni per dire che l’irredentismo italiano faceva il giuoco della Russia. No, signori; il giuoco della Russia lo state facendo voi!» ribatté il deputato missino, denunciando a gran voce i crimini e la barbara opera del regime titino: le sinistre voltarono lo sguardo  quando la natura del territorio istriano veniva infine “violentata”; migliaia d’italiani erano stati costretti alla fuga, molti altri erano morti o «infoibati» (in Dalmazia “affogati vivi”), altri ancora inviati ai «campi di lavoro»; negli uffici anagrafici dei comuni e per le strade veniva cancellata la toponomastica ed ogni traccia di italianità. La responsabilità, affermò Almirante, era stata di tutti: della «parte social-comunista» che sperava nell’alleanza col Blocco sovietico; degli Alleati che cercavano di dividere Tito da Stalin; ma il governo italiano era responsabile, con la sua passività non aveva fatto gli interessi nazionali. Almirante ribadì come si dovesse agire con più fermezza, citando la lettera di De Gasperi al governo americano: «Noi ammettiamo che la Jugoslavia ha diritto ad alcune rettifiche dell’attuale frontiera. Questa linea (Wilson) significherebbe per l’Italia la dolorosa perdita di due città italiane, Fiume e Zara, e di circa 80.000 abitanti».

De Gasperi in buona fede nutriva fiducia negli Usa, dichiarando quali sacrifici avrebbero colpito gli italiani. Da questa politica, proseguì Almirante, erano nati tutti gli errori che porteranno alla tragedia: «Si rimane immersi nel clima della disfatta e non si ha il coraggio di uscirne». Secondo Almirante al popolo si doveva parlare in altro modo, con ricostituita coscienza e moralità. Parlando di nazione in forma moderna e di spirito nazionale. «Noi domandiamo: è vero o non è vero che, per giungere a quella famosa Europa, è necessaria una politica italiana autonoma ed indipendente?». Il governo italiano parlava di un’Europa autonoma, ad un’Italia che non lo era più. «D’altra parte, una tale politica si può fare solamente con gli italiani, perché non è la politica dell’Urss, né degli Usa». Ma ribadì: «la politica italiana è nel popolo italiano».  Non si poteva fare una politica estera, parlando con gli stranieri in un modo e con gli italiani in un altro. Quindi propose iniziative concrete: «I nostri fratelli di Trieste hanno chiesto un passo presso l’ONU».

Ma il Msi chiedeva qualcosa di più: «A nome di un numero d’italiani molto maggiore, noi chiediamo formalmente che il Governo denunci il trattato di pace». “Alcune” potenze (Usa e Inghilterra) infatti non ottemperarono all’impegno preso a Parigi, per la responsabilità di altre (Urss e Francia). Egli sospettava, infine, che la questione di Trieste non fosse in realtà sentita dai politici italiani, venendo usata per soli scopi elettorali. Concluse così Almirante: «Quando il 10 giugno 1918 Trieste entrò nell’epopea nazionale, si compì l’atto storico, la città celebrò la sua vittoria e riconsacrò l’Italia a sé stessa. La luce di Trieste chiarì a molti italiani cosa fosse la nazione, la patria e amare l’Italia». Aggiungendo un fausto augurio: «Trieste vinse allora, e noi siamo sicuri che Trieste vincerà ancora». Questo discorso può esserci molto utile, non per riaprire antiche ferite e sentimenti di vendetta, ma per una seria ricerca della verità storica. Come ha raccontato lo storico Giuseppe Parlato, per gli italiani della Venezia Giulia valse il sistema di epurazione preventiva: eliminare fisicamente i più vicini all’Italia, spaventare gli altri e costringerli all’esilio. Il regime di Tito colpì, con violenza militare e non popolare, primi fra tutti i rappresentanti dello Stato: dai sindaci ai segretari e messi comunali alle forze dell’ordine, gli insegnanti, i medici, chiunque avesse un titolo di studio e perfino i postini; di seguito cercò di eliminare quasi tutti civili. Il nuovo potere intendeva cancellare tutto ciò che ricordava l’Italia, prima di qualsiasi decisione o intervento internazionale. Non solo chi ebbe rapporti col regime fascista, ma chi fosse o si sentisse italiano. La repressione si rivolse soprattutto contro i piccoli proprietari, anche non italiani, anche non fascisti, persino sloveni; ciò rispondeva al disegno di preparare l’arrivo del potere comunista, in una zona dove il vecchio potere fascista era stato capillare ed aveva avuto consenso.

Possiamo affermare che nello stesso territorio furono avviate tre stermini mirati, ciò trasformò l’eccidio in qualcosa di disumano: il primo fu etnico contro gli italiani, il secondo politico contro i dissidenti, il terzo fu lo sterminio di classe. «La scarsissima valutazione della vita umana nel mondo balcanico e l’efferatezza delle violenze non hanno avuto riscontro in fatti recenti se non nelle guerre della ex-Jugoslavia. I resoconti di come furono trattati gli italiani in quei mesi del 1943 e del 1945/46 provocano ancora oggi forti emozioni». Come nella Rivoluzione bolscevica il concetto di “Nemico del Popolo” fu esteso fino all’estremo: vennero colpiti coloro che nulla avevano avuto a che fare con la politica, parimenti persone vittime di vendette e rancori personali. «Ciò che colpisce sono le violenze contro le donne: in genere nelle società militari venivano risparmiate perché non combattenti, ma in una società rurale come quella balcanica la violenza veniva portata indiscriminatamente all’uomo come alla donna; in particolare la donna italiana, considerata più inferiore, era oggetto di una violenza più crudele nella quale simbologie etnico/sessuali si univano al discorso politico».

Ciò che in realtà si innestò nel tribalismo slavo fu la perfetta organizzazione politica delle uccisioni e delle deportazioni, non si spiegherebbe altrimenti l’accelerazione della violenza, in prossimità della seguente ferocissima invasione tedesca; la barbarie fu sistematica per non lasciare in vita testimoni scomodi, così anche parenti e amici delle vittime subirono una fine orribile. Dal 1943 gli italiani rimasti capirono che non erano più al sicuro, nessuno si sentì più tranquillo, a quel punto iniziò l’esodo. Gli italiani erano consapevoli che le foibe del ‘43 erano solo un assaggio di ciò che gli sarebbe toccato a guerra finita. Nacque così la dolorosa scelta dell’esilio: le fughe dalle case avvenivano di nascosto e di corsa, la gente a volte fuggiva all’improvviso, non appena ne avesse avuto la possibilità; occasione che poteva non ripresentarsi più.

Da una testimonianza diretta si apprende che molti lasciarono addirittura la scodella con la minestra ancora calda fumante, abbandonando d’improvviso tutto ciò che avevano. Anche questo aspetto dell’esodo può chiarire la drammatica frattura all’interno della comunità italiana in Istria. La violenza del 1945/46 fu ancora peggiore e coinvolse primo fra tutti anche l’antifascismo italiano, comunista e non; l’accanimento fu assoluto perché i partigiani jugoslavi non potevano tollerare che ci fosse un antifascismo italiano in grado di distinguere l’Italia dal fascismo, «in quell’equazione che il potere nazionale jugoslavo faceva per giustificare la violenza contro tutti gli italiani». Infine una frattura insanabile si venne a creare nel 1954 tra italiani e italiani: la gioia legittima per il ritorno di Trieste alla Madrepatria e la nostalgia degli esuli giuliani per l’irrimediabile perdita.

 

Bibliografia:
Discorso integrale Seduta del 21 Aprile 1950, LE TERRE DI CONFINE: http://www.giorgioalmirante.it/seduta-del-21-aprile-1950/.
Il parere storico oggettivo è desunto da numerose opere, interviste, convegni e lezioni dello storico Giuseppe Parlato: presidente del Comitato Scientifico del Centro di Documentazione multimediale della cultura giuliana, fiumana, istriana e dalmata di Trieste e del Comitato 10 febbraio.

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