L’età della censura

Non so se viene siete accorti ma, Houston, abbiamo un problema: quello della libertà di espressione. Che negli ultimi anni si è ridotta in modo impressionante, in Occidente. I globalisti ritengono che solo gli “autocrati”, che poi sarebbero fondamentalmente quelli che loro non gradiscono, la coarterebbero, mentre il mondo libero sarebbe il Bengodi della libertà. Mentre è proprio nelle roccaforti che hanno inventato l’idea di libertà di parola, Inghilterra, Francia e Stati Uniti, che oggi essa è particolarmente minacciata. Figuriamoci in Italia, dove la libertà di opinione, prima, durante e dopo il fascismo, non è mai stata tenuta in gran conto. Prima vediamo altrove.

Le roccaforti della libertà di parola vacillano.

In Francia ormai si finisce regolarmente perquisiti dalla polizia postale e a processo per delle opinioni, espresse sui social media ma anche in Tv (è accaduto a Eric Zemmour e ad Alain Finkielkraut). Ora si aggiunge anche il pass vaccinale, che non riguarda la libertà di parola in sé (per ora) ma che finirà per investirla perché come scrive Thibault Mercier sul “Figaro” del 15 luglio “la salute ormai schiaccia le virtù tradizionali della nostra civiltà”, tra cui appunto la libertà di espressione

Nel Regno Unito la situazione va un po’ meglio grazie al governo conservatore. Che però deve sottostare alle pressioni della marea woke, Blm, politicamente corretta, della “cultura della cancellazione”, dell’ecologismo estremista e violento. Questo domina i media (persino la BBC) e soprattutto le università. Non passa giorno senza che non si legga di docenti censurati persino per quanto insegnano a lezione e scrivono nei loro libri scientifici: censurati dagli stessi vertici della Università. Che ora vogliono introdurre un badge (che è sempre una sorta di pass, quelli di sinistra li amano, evidentemente) che premierà con punti quei docenti che organizzeranno iniziative sulla “decolonizzazione” (una degli slogan BLM) e contro il “pregiudizio” in università – praticamente saranno premiati quelli che censureranno i loro colleghi. L’idea maoista – ma approvata da sessanta università inglesi – ha visto l’insorgere di molti accademici, non solo conservatori (“The Telegraph”, 17 luglio)

Infine negli Usa, il paese dove la legge e la consuetudine tutelano meglio la libertà di espressione, il Free speech. Proprio li si addensano le minacce di censura: a cominciare dalla amministrazione Biden che preme su Facebook affinché censuri ancora di più le voci dissidenti, conservatrici e di opposizione, secondo un piano di coordinamento della censura, come scrive il “Wall Street Journal” del 17 luglio. Roger Kimball, uno dei principali intellettuali conservatori e presidente della casa editrice Encounter, scrive che siamo in  una “emergenza” censura (“American Greatness” 17 luglio) che ormai colpisce anche i libri di autori conservatori o comunque critici, non più Venduti sulle principali piattaforme on line.

La censura “democratica”

A proposito di libri, e veniamo all’Italia, l’Avvocatura generale dello Stato chiede un milione di euro di danni a Palamara e Sallusti perché avrebbero gettato discredito sulla magistratura. La richiesta danni è di fatto una censura preventiva, ed erano meno ipocriti i pretori negli anni Cinquanta  ostili  ai libri di Pasolini. Poi ad alcuni accademici capita di essere investigati anche per quanto hanno scritto nei loro libri scientifici, e accade qui, non a Istanbul o a Pechino. Infine, per la prima volta dalla metà degli anni Settanta, all’interno della governance Rai non vi sarà nessuna voce della opposizione. Ma i casi si potrebbero moltiplicarsi: cosa è, il ddl Zan, se non una legge il cui obiettivo prioritario è la censura (sempre via Pm)?

La censura odierna in quanto “democratica”, è più ipocrita e più subdola di quella codina di un tempo. Quest’ultima era a suo modo ragionevole, quella attuale invece, animata dalla religione progressista,  un culto fanatico quanto  il comunismo storico, non avrà pietà per nessuno.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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