L’Inno di Mameli su tutte le radio

Chi di noi non ha negli occhi le immagini dei camion che portano via le centinaia di bare da Bergamo? Chi di noi non ascolta con dolore e preoccupazione i dati dei contagiati e dei morti?

“Noi fummo da sempre calpesti e derisi”

Un virus maledetto uccide i nostri familiari, un male invisibile ma reale distrugge le nostre aziende, i nostri lavori, il futuro e, per combatterlo, dobbiamo rinunciare alla libertà e alla possibilità di vedere i nostri cari, bere un bicchiere di vino con un amico, sfiorare il volto di chi amiamo.
E poi non mancano anche a voi i monumenti delle nostre città? Siamo sempre abituati a darli per scontati ma ora, adesso, darei di tutto per poter passeggiare sotto al Colosseo, entrare in una vecchia chiesa, guardare e finalmente godere la straordinaria bellezza della nostra Italia

“Perché non siam popolo, perché siam divisi” ma è davvero così?

Divisi su tutto, capaci di odiarci allo stadio, sui social, nelle urne elettorali. Fra città e a volte anche fra quartieri. Eppure.
Eppure li sentite gli applausi? Le canzoni cantate male a volte inventando le parole?
Qui da me non c’è nessuno che sappia cantare bene, io peggio di tutti, eppure i bambini, le famiglie, gli anziani sono tutti alle finestre e ci guardiamo come fossimo amici.
Gente con cui nemmeno ci si diceva buongiorno ora è un volto amico.
Forse è solo la novità necessaria a non impazzire in un periodo di reclusione forzata.

Ma non è così.
Lo sentite l’Inno? E le grida “Italia, Italia”?
Lo cantano persone che mai si definirebbero “patriote” ma che nel momento del pericolo riscoprono la nostra Nazione e quella Patria che è il “plurale di padre” e che quindi è la sola che può, come quando eravamo bambini, difenderci.

Quella che D’Annunzio chiamava “la patria profonda” e poi aggiungeva, riferito agli italiani che vedevano l’Italia in difficoltà: “Si struggevano di pietà filiale divinando il suo sforzo spasimoso, conoscendo quanto ella dovesse patire, quanto dovesse essa affaticarsi per generare il suo futuro. E pensavano in sé: “Come soffri! Come t’affanni! In quale ambascia tu smanii. T’abbiamo amata nei giorni foschi, t’abbiamo portata nel cuore quando tu pesavi come una sciagura. Chi di noi dirà quanto più, ora, ti amiamo?”
Oggi più di ieri stiamo riscoprendo la nostra Italia. Anche noi che l’abbiamo sempre amata ora l’amiamo di più.
E ci stringiamo intorno al nostro inno.
Oggi, venerdì 20 alle ore 11, tutte le radio d’Italia metteranno in contemporanea “Fratelli d’Italia”. Non è mai successo prima.
E allora alziamo il volume, alziamoci in piedi e cantiamo.
Perché cantare fa bene al cuore e il nostro canto arriverà a chi è chiuso negli ospedali malato o perché sta lavorando e loro, come noi, senza smettere di lottare per se stessi e per noi finalmente sapranno che: “Uniti per Dio chi vincer ci può?”

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