L’intervista. Ucraina, Biloslavo: “Siamo circondati da guerre senza limiti. Silenzio scandaloso dei media”

Fausto Biloslavo viene intervistato da La Voce del Patriota.

Giornalista di guerra con alle spalle decine di reportage dagli scenari più caldi del pianeta. Il primo fu in Libano, nel 1982. Lo intercettiamo di ritorno da Israele, dove ha documentato il conflitto scoppiato lo scorso 7 ottobre. Un'occasione per parlare di guerre nuove e guerre dimenticate, di Europa e d'Italia, senza tirarsi indietro dal fare le pulci alla categoria di cui fa parte e dal ricordare un vecchio amico: Almerigo Grilz.

Anzitutto, dove sei Fausto?

Sono appena tornato da Israele e dai territori palestinesi. Ho trascorso quasi un mese in questa tragica guerra, riuscendo a raccontare il conflitto da tutte e due le parti. Non sono riuscito ad entrare a Gaza, cosa che al momento risulta impossibile, ma ho documentato ciò che sta avvenendo in Cisgiordania. Raccontare un conflitto su tutti e due i lati della barricata è il reportage perfetto. Ormai sempre meno si riesce…

Il prossimo febbraio saranno due anni dallo scoppio della . Qual è la situazione sul campo lì? Quali pieghe sta assumendo il conflitto?

Anzitutto, c'è ancora una guerra in Ucraina. È bene ricordarlo. Grazie ai fantastici media, italiani e non solo, che si innamorano delle guerre per dimenticarsene poco dopo, non se ne parla più. Si tratta di una guerra nel cuore dell'Europa, combattuta da eserciti convenzionali ad alta intensità, che riguarda tutti noi, ma c'è questa totale dimenticanza, come se la guerra fosse finita. Questo è scandaloso. Dovremmo porci delle domande come giornalisti. Certo, c'è un affaticamento dell'Occidente ad appoggiare gli ucraini, i quali hanno potuto contare finora sul nostro deciso supporto. C'è una situazione di stallo sul campo perché la controffensiva Ucraina non ha ottenuto i risultati che speravano a Kiev e c'è un problema legato all'enorme numero di caduti e di feriti, su entrambi i lati. Gli ucraini stanno raschiando il fondo del barile degli arruolamenti, ma scarseggiano nuove risorse da arruolare. Tutto questo però non giustifica il fatto che possiamo dimenticare questo conflitto nel cuore Europa.

A proposito di affaticamento dell'Occidente, si litiga nel Congresso americano, fra democratici e repubblicani, sull'invio di nuovi fondi all'Ucraina…

Non mi stupisce. Il problema non è certo sorto adesso, bensì da mesi. In aggiunta, è molto probabile che sarà Trump ad ottenere la candidatura repubblicana per correre alla Casa Bianca contro Biden. Il discusso ex Presidente ha più volte affermato che risolverebbe la guerra in Ucraina in ventiquattro ore. Lo riterrei senz'altro capace di provocare colpi di scena. Tuttavia, mi chiedo se l'applicazione sarebbe simile a quella già vista in Afghanistan, da cui non ha pensato due volte a ritirarsi per favorire poi il ritorno dell'emirato talebano. Questo insomma è un bel problema. Bisogna onestamente dire che se facessimo un paragone fra gli aiuti finanziari e militari degli Stati Uniti e quelli dell'Europa, non ci sarebbe paragone. Il grosso l'ha sostenuto l'America, come sempre, quindi non bisogna sorprendersi se il loro dibattito politico si incentra sulla del loro interesse nazionale e il taglio della loro spesa. Alla fine in qualche modo la situazione si sbloccherà, ma di sicuro c'è un altro campanello d'allarme sull'affaticamento degli alleati di Kiev che dovrebbe far ragionare, anzitutto, il governo ucraino sulla necessità di mettersi attorno ad un tavolo e cercare una via d'uscita che oramai difficilmente sarà militare. Difficilmente potrà essere militare.  

Nel tuo libro dedicato al lungo reportage che hai svolto in Ucraina (“Ucraina. Nell'inferno dell'ultima guerra d'Europa” SignsBooks, 2022), segnali l'assenza di una roadmap per la pace. Segnali ancora questa mancanza?

Questo fin dall'inizio e ancora adesso. Nonostante tutti i tentativi, penso a quelli del Vaticano, penso alle spinte da parte dei paesi BRICS e degli stessi paesi europei, penso ai contatti sottotraccia fra americani e russi che si sono mantenuti durante questi due anni di conflitto, la verità è che non c'è mai stata una proposta concreta, degna di questo nome, a parte aria fritta dai nomi altisonanti, come il “Piano cinese”. O come lo stesso “Piano ucraino”, che non è certamente aria fritta, ma non si può definire un gran piano di pace, piuttosto una unilaterale richiesta di resa. Quindi manca effettivamente una concreta roadmap che possa portare a una via d'uscita. Credo che qualcosa si potrà vedere dopo le elezioni negli Stati Uniti di novembre.

Il 2023 ci ha consegnato un nuovo conflitto, quello generatosi dopo l'attacco terroristico di Hamas contro i territori di Israele lo scorso 7 ottobre. Secondo te fra i due conflitti ci sono delle caratteristiche in comune?

In entrambi i casi si tratta di guerre senza limiti. Ormai siamo circondati da guerre senza limiti, apparentemente lontane, ma quella in Ucraina è nel cuore dell'Europa, come vicina a noi è quella in Medio Oriente. La caratteristica comune è che queste sono guerre senza limiti:  in Ucraina come dicevo è in corso un conflitto ad alta intensità tra eserciti convenzionali e ben armati; nel vicino Oriente, dopo l'attacco stragista di Hamas e la risposta di Israele a Gaza, si temono scenari peggiori, come l'allagamento regionale del conflitto che per il momento solo in parte è deflagrato, penso all'influenza dell'Iran, ad Hezbollah, ai ribelli Houthi che lanciamo missili da duemila chilometri e minacciano il traffico marittimo nel Mar Rosso. Mi sembra che ormai siamo di fronte alla reale possibilità di uno scoppio di guerre senza limiti ad altissimo rischio per tutti. Ed è visibile il riflesso terroristico anche a casa nostra. Non sembra nemmeno vicina la fine di queste guerre senza limite. Anzi potrebbe essere l'inizio. Penso, ad esempio, alla grande spada di Damocle della situazione di Taiwan, in estremo Oriente.

Quindi, attorno l'Europa, c'è una specie di cortina di ferro ormai?

Assolutamente si. Per giunta, uno degli aspetti più preoccupanti, oltre la perdita di vite umane e la distruzione che la guerra genera, è che nel Donbass è stato eretto un muro dieci volte più grande del muro di Berlino. Pur confidando in una imminente tregua e conclusione del conflitto, mi chiedo quanto questo graverà nel futuro delle prossime generazioni. Anche su questo dovremmo porci delle domande: il muro del Donbass è dieci più alto di quello di Berlino.

Come si sta muovendo il in estera dopo questo primo anno alla guida della Nazione?

Dovremmo aprire un capitolo lunghissimo, però sembra che abbia, nonostante le Cassandre iniziali, soprattutto in politica estera ridato all'Italia una credibilità che non aveva o che si era sfilacciata. E questo è avvenuto in tutti i consessi, da quello europeo a quello internazionale, nei rapporti con gli alleati storici come gli Stati Uniti e nei rapporti con le nuove forze emergenti, penso alle ottime relazioni con l'India. Il piano Mattei in cantiere che segnerebbe in maniera ufficiale la ripresa di questo lavoro di comune costruzione con il vicino Oriente e l'Africa.

Penso che nonostante le difficoltà di cui abbiamo parlato prima, di un mondo circondato da guerre senza limiti, l'Italia stia riprendendo un ruolo che le spetta. Rimane il problema dell', ma sul piano internazionale qualcuno si aspettava una messa all'angolo. Credo, invece, che sia esattamente il contrario e più che in un angolo, si possa tranquillamente accomodare al tavolo dei grandi.

Si svolgono le riprese di un film sulla vita di Almerigo Grilz, tuo grande amico e pioniere del giornalismo di guerra. Cosa rappresenta questa notizia?

Rappresenta una sorta di promessa e un doveroso riconoscimento. Il film si intitolerà “Albatross” e racconterà la storia di quando con Almerigo Grilz e Gian Micalessin iniziammo questa avventura del giornalismo di guerra quaranta anni fa, proprio con la Albatross Press Agency. E' il doveroso ricordo di un amico che per me non è stato solo un compagno di avventura ma un vero e proprio fratello maggiore, in tutto, a cominciare proprio dal giornalismo. Per decenni è stato volutamente dimenticato, abbandonato nell'oblio e forse ancora oggi in parte considerato un caduto sul fronte dell'informazione di serie b, nonostante fosse il primo giornalista italiano caduto su un fronte di guerra in tempo di pace dopo il secondo conflitto mondiale. Ma Almerigo non veniva dal mondo della sinistra, veniva dalla destra ed era stato segretario del Fronte della Gioventù a Trieste. Per motivi puramente politici e ideologici hanno provato a minacciarne il ricordo. Aveva lasciato alle spalle quella sua prima vita, per iniziare nel 1983 insieme a noi questa avventura del giornalismo di guerra con lo stesso impeto, con lo stesso coraggio, con la stessa determinazione, con la stessa passione. Ma questa seconda vita per lui durò troppo poco perché Almerigo venne ucciso il 19 maggio dell'87 mentre riprendeva uno scontro a fuoco fra ribelli governativi in Mozambico. Questo film racconta la sua storia, senza infingimenti, raccontandola dall'inizio alla fine, dagli anni bui, quelli di piombo degli anni ‘70, fino appunto agli anni del giornalismo e della sua tragica fine. Inoltre, sarà un film che punta il dito contro quella damnatio memoriae a cui Almerigo è stato condannato per troppo tempo anche dalla stessa casta giornalistica.

Andrea Piepoli
Andrea Piepoli
Classe 1996. Nato tra il sole e l’acciaio, cresciuto tra le piazze di Roma. A volte mi piace travestire la realtà da sogno. Con curiosità provo a raccontare e rappresentare la mia generazione.
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