Livelli Essenziali di Trasporto. La rivoluzione nel TPL passa dalla libera concorrenza.

Il ha ripreso in mano un settore che in questi anni è stato completamente abbandonato, ad eccezione del trasferimento di finanziamenti a pioggia e contributi per sovvenzioni per la copertura di mancate fonti di ricavo. Direte, c’è stata la pandemia che ha devastato un sistema “trasporti-territorio” consolidato in ambito nazionale ma che tuttavia ha portato con sé storture e criticità sistemiche più che ventennali.
L’apertura al libero mercato la trovo una posizione giusta, corretta e coerente soprattutto con quel famoso Regolamento Europeo (1370/2007), spesso citato, acclamato, osannato, mai applicato nei suoi veri obiettivi di impostazione normativa e regolatoria.
La Pubblica Amministrazione, sia centrale che locale (regionale), ha una responsabilità importante su questi aspetti. Il TPL, che a livello locale si pone al secondo posto in termini di impegni finanziari nel bilancio regionale, subito dopo la sanità, vive quasi sempre solo con le sovvenzioni e crea di conseguenza rapporti discutibili tra pubblico e privato.
I dati del settore sono molto chiari: soltanto il 30% del mercato del TPL italiano
è affidato con gara, ma per aumentare efficienza e qualità occorre garantire maggiore concorrenza tra gli operatori economici. Questo perché negli ultimi quindici anni dall’entrata in vigore del Regolamento europeo l’assetto del mercato italiano del trasporto pubblico regionale e locale è rimasto sostanzialmente invariato, con spazi ridotti aperti ad una reale concorrenza tra gli operatori ed estese aree sottratte al confronto competitivo con il ricorso ad affidamenti diretti ed in house.
Ma il punto sul quale vorrei soffermarmi non è questo. Il settore del TPL ritengo che al momento non sia pronto per affrontare un passaggio epocale di trasformismo reale, per un semplice motivo. Mancano le norme, ovvero occorre intervenire sulla regolazione attuale modificandola in modo significativo, se non totalitaria.
Basti pensare come la ripartizione del Fondo del TPL ancora oggi sia fissata sulla base dei criteri definiti da un vecchio DPCM (11 marzo 2013), modificato più volte, in ultimo il 26 maggio 2017. Lo stesso definisce la ripartizione del Fondo su criteri di “spesa storica” sui quali poi si sono stratificati molteplici interventi normativi di modifica delle modalità di finanziamento e di attribuzione delle risorse. In sintesi il DPCM 2017 prevede che il 90% del Fondo sia assegnato alle Regioni sulla base delle percentuali fissate nella Tabella* allegata al decreto stesso e per il residuo 10%, sempre in base alle medesime percentuali, alla verifica del raggiungimento di specifici obiettivi di efficientamento che, ad oggi, lungi essere raggiunti o comunque regolati da apposita norma.
Ormai lo scriviamo da tempo: la riforma del TPL deve prendere le mosse dalla definizione della Commissione Europea dei “servizi minimi” ovvero “obblighi di servizio pubblico intesi a garantire frequenza, qualità, regolarità per il trasporto sicuro a costi ragionevoli”. Approccio retrogrado, ormai superato, inefficace e che produce perdite per la spesa pubblica, ancorché poggiato su “pilastri” oggi discutibili (la spesa storica, appunto).
Oggi occorre introdurre un nuovo concetto, il «Livello Essenziale di Trasporto», ovvero prestazioni e servizi che l’Amministrazione pubblica è tenuta a fornire a tutti i cittadini in ragione del rispetto di quel diritto alla mobilità richiamato più volte nella Costituzione italiana. Livelli Essenziali di Trasporto focalizzati attraverso un concetto di trasporto pubblico concepito a condizioni accessibili per tutti, integrativo alla mobilità privata utilizzata per recarsi sul luogo di o per raggiungere l’istituzione scolastica o universitaria o sanitaria oppure anche di svago, con forme anche diverse dalle soluzioni tradizionali (basti pensare al paradigma della sharing mobility).
Il rischio, altrimenti, è davvero elevato perché molte volte si è confusa la liberalizzazione di un settore, quello del TPL, in monopolio nei singoli territori con la sua privatizzazione, cioè con la vendita dal pubblico al privato.
Liberalizzare significa aprire un settore alla concorrenza tra privati ed il concetto è diverso dal privatizzare, che significa passare il monopolio, che resta tale, dal pubblico al privato.
Occorre evitare proprio questo, privatizzare. Non voglio scomodare casi eclatanti nel settore ma le esperienze insegnano che le privatizzazioni, con il passaggio da pubblico a privato, non hanno comportato la liberalizzazione del settore e l’obiettivo che si deve raggiungere è la libera concorrenza, non definire se una proprietà sia pubblica o privata.

*Tabella: Abruzzo: 2,69%; Basilicata: 1,55%; Calabria: 4,28%; Campania: 11,07%; Emilia-Romagna: 7,38%; Lazio: 11,67%; Liguria: 4,08%; Lombardia: 17,36%; Marche: 2,17%; Molise: 0,71%; Piemonte: 9,83%; Puglia: 8,09%; Toscana: 8,83%; Umbria: 2,03%; Veneto: 8,27%.


Marco Foti
Marco Foti
Marco Carmine Foti Dirigente Nazionale Dipartimento Trasporti Fratelli d’Italia

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Discussioni

12,059FollowersFollow

Leggi anche

Tra i più letti

Articoli correlati