Sono giornate sulle montagne russe a Piazza Affari, che quasi sempre chiude in negativo, trascinata soprattutto dall’affondo dei titoli bancari. Ogni giorno i notiziari ci parlano di spread, di impoverimento e di sfiducia dei mercati. Ma cosa è veramente lo Spread? E perchè spaventa così tanto?

Lo Spread è una cifra che indica la differenza tra il rendimento di titoli decennali di un paese appartenetene all’UE (denominata anche Eurozone) e quello omologo del bund tedesco. Da noi viene presa in esame la relazione tra i bund italiani e quelli della Germania per valutare il miglioramento o la regressione della crisi nazionale. Viene fatto il paragone tra il Btp (Titoli di Stato Italiani) e i Bund (Titoli di Stato Tedeschi)  perché il Bund è visto dal mercato come un titolo senza rischio dato che l’economia della Germania è molto solida.
I titoli di Stato sono delle obbligazioni che un Paese emette in cambio di soldi da parte dell’investitore, con un relativo rendimento ad una determinata scadenza. Più la salute di uno stato è salda e forte, meno rendimento lo Stato darà all’investitore perché si tratta di un investimento molto sicuro – non esiste il rischio che lo Stato non riesca a ripagare chi ha comprato le sue obbligazioni. Più l’economia di uno stato è a rischio, più il rendimento sarà alto secondo lo stesso ragionamento ma all’inverso. Quando l’Italia per una serie di eventi inizia ad essere considerata un paese poco sicuro, i rendimenti dei titoli di Stato aumentano perché altrimenti nessuno vorrebbe investire e prestare soldi all’Italia attraverso i Btp.

Occorre dire che non è la prima volta che questo differenziale allarma. Il grande buco Italiano si forma negli anni ’80, quelli di Craxi, Andreotti e Forlani. Il debito si gonfia all’inizio degli anni ’80 e si ferma all’inizio dei ’90. Ma, da allora, non siamo più riusciti a smaltirlo. E puntualmente i governi fanno le manovre e i mercati le giudicano, com’è sempre stato e sempre sarà.

Quando un Governo non piace ai mercati ecco che parte la deligittimazione. Le famigerate agenzie di rating si scatenano provocando vere e proprie tempeste finanziarie con le loro pagelle marcate a rosso. Ma in realtà lo Spread, da solo non decreta il fallimento di una nazione: è uno dei tanti segnali di forza o debolezza economico-finanziaria di un Paese. Bisogna conoscerlo e tenerne conto ma senza caricarlo di compiti impropri. Per questo occorrerebbe fare maggiore chiarezza su alcune errate convinzioni che circolano e che contribuiscono a creare confusione. Né i risparmiatori né i detentori di mutui sono direttamente penalizzati dalle variazioni dello spread. Nell’immediato addirittura un aumento dello spread gratifica i risparmiatori con maggiori interessi, ovviamente escludendo gravi crisi del debito sovrano che possano far fallire lo Stato italiano con conseguente azzeramento del valore dei titoli di Stato; ma in quel caso non sarebbero solo i risparmiatori a essere colpiti ma l’intero popolo italiano.

Chi detiene titoli verrà danneggiato da spread elevati? Tendenzialmente No. Per chi ha già in portafoglio Titoli di stato i problemi sono inesistenti: se i titoli sono a tasso fisso basta tenerli sino a scadenza e il rendimento rimane quello atteso; se sono a tasso variabile la loro performance, sempre se non li si vende prima della scadenza, presumibilmente diventerà migliore. Molti giornalisti negli ultimi giorni hanno sostenuto che la crisi dello spread impatterebbe sulle rate dei mutui. Persino qualche esponente politico ha trovato il collegamento tra BTp e mutui.

Ma è davvero così? Davvero la crisi dello spread fa lievitare le rate del mutuo? Occorre allora fare una distinzione tra chi ha contratto già un mutuo a tasso fisso, chi ne ha contratto uno a tasso variabile. Nel primo caso, va da sé che non vi sarebbe alcun impatto, quand’anche lo spread dovesse salire a 1.000 punti. Per chi ha il mutuo variabile, va ricordato che è indicizzato all’Euribor, che attualmente si trova in negativo. L’Euribor non dipende dallo spread sui titoli ma dal costo del denaro in Europa deciso dalla BCE. Non c’è quindi un collegamento diretto tra spread e tassi di mutui variabili.

Solo se ci sarà un rialzo dei tassi sul costo del denaro deciso dalla Bce, allora aumenteranno i tassi sui mutui variabili, ma non centra nulla con lo spread. ll discorso potrebbe cambiare solo per chi contrarrà un mutuo in futuro. L’effetto più immediato dell’innalzamento dello spread invece lo abbiamo visto in borsa nel settore bancario. E questo perché le banche sono state grandi acquirenti di titoli di Stato. Secondo gli ultimi dati disponibili pubblicati dalla Banca d’Italia, nei bilanci ci sono oltre 373 miliardi di titoli di Stato: il calo del loro valore riduce il capitale degli istituti di credito e potrebbe costringere le più deboli a nuove ricapitalizzazioni. Secondo Credit Suisse, se lo spread dovesse sfondare quota 400 le banche monitorate dagli analisti sarebbero costrette ad un aumento di capitale poiché il Cet1 (l’indicatore di solidità patrimoniale, ndr), passerebbe dal 12,53% all’11,87%. Tuttavia, al momento siamo ancora lontani da questi valori.

Fatte queste premesse occorre quindi constatare che la storia si ripete. In nome dei mercati e dello spread, nonché della dittatura europea, dal 2011 in avanti in Italia, sono stati sacrificati diritto al lavoro  (da Monti fino a Renzi, per essere competitivi si è cercato di svalutare il lavoro sia attraverso la riduzione dei salari che tramite la totale libertà di licenziamento (la Riforma Fornero e il Jobs Act ) ed il principio democratico:  tutti ricorderanno, infatti, che nel 2011 fu proprio lo spread l’elemento decisivo che causò la caduta del governo Berlusconi . Via un esecutivo eletto dal popolo ed ecco un bel “governo tecnico” con Mario Monti (e le sue conseguenze) per proseguire poi con altri due Presidenti del Consiglio non eletti dal popolo: Enrico Letta e Matteo Renzi.

Per concludere quindi, a differenza di quanto potrebbe sembrare leggendo i titoli allarmistici sui media, un aumento dello spread non implica un rischio immediato per lo Stato o un brusco peggioramento dei conti pubblici. E allora forse in questa visione apparirà cosa buona e giusta non farsi dettare l’agenda dall’Europa.