Sabato scorso, a Torino, c’è stata la marcia dell’orgoglio omosessuale e per tutto il mese di giugno nelle varie città italiane si potrà assistere alle tristementi allegre sfilate degli LGBTQ (chiedo venia se dimentico qualche lettera dell’alfabeto).

Va detto che, forse, mai titolo di manifestazione fu più appropriato. L’orgoglio omosessuale, secondo coraggiosi psicologi che spesso hanno pagato con insulti, denunce e boicottaggi le loro prese di posizione politicamente scorrette sull’argomento (solo per citarne qualcuno: Joseph Nicolosi, Gerard van den Aardweg, Irving Bieber, Elizabeth Moberly), non è nient’altro che la reazione al lacerante senso di inadeguatezza che caratterizza così intensamente la tendenza omosessuale.

Una condizione di profonda sofferenza, tutt’altro che gaia.

È quanto documentato anche, ad esempio, in un lungo articolo dolorosamente sincero di Michael Hobbes, un giornalista dell’Huffington Post, che vi invito a leggere per intero.

Storie che aprono uno squarcio sulla sofferenza negata di un mondo, quello gay, sempre più onnipresente sui media e forse proprio per questo così tanto ignorato nei suoi aspetti più profondi.
Se solo, infatti, ci si azzarda a parlare dell’omosessualità come di un grave disturbo, partono subito in armi i guardiani del politicamente corretto a strepitare: “Vergogna! Omofobo! Razzista!”.

E, nel frattempo, tanti gay si suicidano. Dieci volte più del normale. http://www.academia.edu/28181008/Preventing_Suicide_Among_Gay_and_Bisexual_Men_New_Research_and_Perspectives

Tanti cadono in depressione, schiavi dell’alcol o delle droghe (hanno il doppio delle probabilità rispetto alla media). Fanno più sesso a rischio e incorrono molto più spesso in malattie sessuali come la gonorrea, la clamidia, la sifilide, l’herpes simplex, il papilloma. E, ovviamente, l’AIDS, continuamente in crescita fra la comunità gay.

Soffrono con più frequenza di malattie cardiovascolari, cancro, incontinenza, disfunzione erettile, allergie e persino asma.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK64795/

Tutti dati snocciolati al giornalista da Travis Salway, ricercatore (gay egli stesso) del Canadian Center for Disease Control, che ha trascorso gli ultimi cinque anni cercando di capire come prevenire l’altissimo tasso di suicidi.

«Un tempo il tipico carattere del maschio gay era la solitudine che veniva dal nascondersi. Ma oggi abbiamo milioni di maschi gay usciti allo scoperto, eppure sentono lo stesso isolamento».

Una tragica e invincibile solitudine, che ormai non è più imputabile ai pregiudizi e alla repressione delle nostre società finalmente liberate.

È lo stesso Hobbes, anche lui gay, ad avere l’intelligenza e la sensibilità di porre a se stesso, ed agli altri della comunità, la domanda: come mai sono ancora così infelice, nonostante sia libero e accettato?

«Per anni ho notato la divergenza tra i miei amici etero e i miei amici gay. Mentre metà dei miei amici è sparita tra relazioni, bambini e periferie, l’altra ha lottato attraverso l’isolamento e l’ansia, le droghe pesanti e il sesso a rischio. Niente di tutto ciò si adatta alla narrazione che mi è stata raccontata, quella che ho detto a me stesso».

«Non ho mai subito discriminazioni dirette e sono uscito allo scoperto in un mondo in cui il matrimonio, una staccionata e un golden retriever non erano solo fattibili, ma erano previsti.
Nella nostra vita, la comunità gay ha fatto più progressi nell’accettazione legale e sociale di qualsiasi altro gruppo demografico nella storia».

Eppure, a dispetto dei così grandi progressi effettuati, nonostante la conquista di tutti i nuovi meravigliosi diritti civili acquisiti, la vita di molti gay resta un inferno.

Un inferno dal quale, finché si è in tempo, si può uscire. Percorrendo un percorso il cui primo passo, però, è riconoscere l’omosessualità per quello che è.

Una volta, almeno, c’era il buon vecchio parroco di campagna che ci metteva in guardia. Che ci ricordava come la sodomia fosse peccato mortale e addirittura gridasse vendetta al cospetto di Dio. E di come il peccato ci separasse da Dio e ci rendesse schiavi, e di come spesso se ne iniziassero a pagare le conseguenze già in questa vita.

Erano i tempi in cui gli uomini di Chiesa non nascondevano la Verità ed esortavano alla conversione, al pentimento, alla preghiera. Salvando non solo il destino eterno, ma spesso anche quello terreno, di quanti prestavano ascolto.

Oggi, invece, è il tempo della misericordia senza limiti, del «chi sono io per giudicare?». Il tempo in cui il segretario generale della CEI può dire in pubblico che Sodoma fu salvata e non distrutta senza essere richiamato non dico all’ordine, ma almeno a non rendersi così scioccamente ridicolo. Il tempo del buonismo ad ogni costo che seppellisce il vero e ostacola, tra gli altri, gli omosessuali che soffrono e si suicidano senza ricevere aiuto.

Forse ricorderete la canea mediatica seguita al caso di quel medico di Savona, che aveva osato appendere nel suo studio il volantino di una comunità di Brescia fondata da un gruppo di ragazzi che (leggiamo dal sito), «aiutati da un percorso di fede unito ad un percorso psicologico, sono usciti dalla condizione omosessuale in cui per anni avevano vissuto».

L’opera di “normalizzazione” dell’inversione sessuale, effettuata in ogni campo, ha infatti sortito l’effetto di inibire gli studiosi, quasi diffidandoli dall’indagare «le cause psicodinamiche dell’omosessualità» e giungere, quindi, a «suggerire terapie efficaci». Con il risultato di discriminare e abbandonare a se stessi proprio quegli omosessuali che vivono con profondo disagio la loro condizione.

Le loro richieste di aiuto sono quasi sempre ignorate. Il massimo del supporto che possono sperare di ottenere è una sfilza di luoghi comuni politicamente corretti: “non c’è nulla di male”, “bisogna accettare la situazione”, “va superato il senso di colpa”. Parole sterili, che non confortano, né guariscono. Parole che risuonano vuote e allontanano queste persone così vulnerabili dal riconoscere la verità su se stesse.

Occorre, ancora una volta, ricordare come senza Verità non c’è Carità.
È proprio questo il buonismo: carità senza Verità, dunque falsa carità e profonda menzogna.
Che uccide.