Lotta alla mafia: le debolezze di oggi e gli esempi di ieri. In memoria di Peppino Impastato

La mafia sembra in questi giorni aver segnato un punto a suo favore, anche mediaticamente. Passa come un’organizzazione in grado di incidere, sia dentro che fuori le mura delle carceri. E si badi non è una questione di quanti mafiosi siano stati scarcerati a causa dell’incapacità del ministro, chi ne fa una questione numerica fa il gioco delle cosche. È una questione di forza e capacità dello Stato di imporsi sull’antistato. È una questione di dare la parola alla giustizia ed alla Legge e non alle baruffe politiche e alle vendette personali. E invece il potere costituito, debole e impreparato, va in tv come fosse un quivis de populo e con palpabile imbarazzo affastella giustificazioni e farfuglia di cavilli e tecnicismi. Allora senza aggiungere altro, oggi rivolgiamo il nostro pensiero a chi è stato un esempio ed un martire della mafia. Un giornalista vero, un uomo autentico, come lo erano le parole di fuoco che lanciava contro i boss del suo paese. Ruggiva come un leone Peppino dalla sua radio, senza rifugiarsi oltreoceano, circondato da inspiegabili scorte di protezione. Non copiava frasi ad effetto da altro giornali, ma tra la sua gente difendeva il diritto ad una vita libera da ogni giogo.

Peppino Impastato nasce a Cinisi nel 48, in una famiglia mafiosa. Il padre Luigi vive di quello, tra le spire venefiche dei rapporti di servizio con Tano Badalamenti, boss della cosca di Cinisi. La madre Felicia, anche lei figlia della mafia, sposa Luigi per amore, rifiutando un matrimonio combinato dal padre, rivelando sin da giovane una padronanza di sè fuori dal comune per la Sicilia di quel tempo. Ma il matrimonio regala poche gioie e molti dolori alla donna, che inconsapevole delle reali dinamiche mafiose, non sopporta le frequentazioni del marito e anche per questo ne subisce le ire continue.

Le gioie sono i suoi figli: Giuseppe, che chiamava Peppino e Giovanni.  Quando Peppino era solo un quindicenne, la morte di Cesare Manzella, suo zio, ucciso in una guerra tra cosche, squarcia il velo di omertà che il padre gli aveva tenuto sino ad allora sugli occhi. Il giovane Impastato inizia ad interrogarsi sui mille discorsi intrasentiti in casa, sui silenzi e sulle occhiate complici, sulla deferenza mostrata dai familiari nei confronti del Boss che abitava a cento passi da casa sua, chiede alla madre, parla col fratello, si scontra col papà. Inizia così il percorso di rinascita e con la forza di chi sta per affogare e cerca di riemergere dall’acqua per riempire d’aria i polmoni, Peppino si emancipa. Scrive, fa politica, crea una radio libera e dall’etere denuncia e mette in ridicolo l’intoccabile Tano, che dai microfoni di radio Aut chiama con derisione “Tano seduto”. Grida Peppino, con tutto il fiato che ha in gola, che la mafia è una montagna di merda e le sue parole tagliano la cappa di omertà che sino ad allora si respirava a Cinisi e in tutta la Sicilia. Peppino fa più rumore degli spari dei picciotti, la terra trema di più quando accende lui il microfono che quando le macchine esplodono sotto chili di tritolo. E questo la mafia non se lo può permettere, così Tano seduto si prepara per spegnere quel microfono per sempre.

Peppino si candida con democrazia proletaria alle amministrative del 1978, ma non riesce a vedere l’esito della votazione, nella notte tra l’8 e il 9 maggio viene ucciso e per depistare le indagini il suo corpo viene fatto esplodere sui binari della ferrovia, come a simulare un fallito attentato dinamitardo. E così viene inizialmente fatto passare l’omicidio, un fallito attentato di un estremista di sinistra. Solo grazie alla perseveranza di mamma Felicia, del fratello Giovanni, dell’associazione che ne coltiva la memoria, alla perseveranza dei giudici antimafia, primo fra tutti e sin dall’inizio di Rocco Chinnici, poi ucciso nell’83, a Peppino è stata restituita dignità. Non solo il delitto è riconosciuto come un delitto mafioso, ma le indagini vengono riaperte e tra il 2001 ed il 2002 vengono condannati rispettivamente a 30 anni ed all’ergastolo l’esecutore materiale Palazzolo ed il mandante Badalamenti.

Mamma Felicia lascia questa terra nel 2004, madre coraggio vola in cielo a riabbracciare il suo bambino, al quale è riuscita a restituire la voce che tanto gli stava a cuore e che la mafia gli voleva strappare per sempre, anche nel ricordo.

Dunque ora come allora rammentiamo l’insegnamento che Peppino ci ha lasciato, riaccendiamo i microfoni delle nostre radio libere, deridiamo quei piccoli uomini che si credono tanto potenti perché non si fanno scrupoli a minacciare ed uccidere. In ricordo di Impastato, ora come allora, ricordiamo che la mafia è una montagna di merda.

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