Covid, mentre mezzo mondo è in affanno, la Cina cresce e “alza la voce” contro l’Occidente.

Nelle ultime settimane, gli sviluppi nei rapporti tra Cina e Occidente registrano una significativa accelerazione, complice forse la congiuntura internazionale che vede tutti i Paesi dell’Europa e l’ ancora affannati dalle misure messe in campo per contrastare la diffusione della pandemia Covid 19 e, di contro, la rapida ripresa del Gigante asiatico.

È bene, in primis, porre l’attenzione sulle mosse compiute dal Dragone Rosso che, fin dai primi giorni successivi all’insediamento dell’Amministrazione Biden, chiede a gran voce agli Stati Uniti d’ di concentrarsi sulla ripresa di un percorso di cooperazione. Yang Jiechi, alto diplomatico cinese, membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese (PCC), ha invitato Washington a gestire le differenze nei rapporti bilaterali tra i due Paesi e a ricomporre le fratture, al fine di riportare le relazioni al precedente corso, di sviluppo sano e costante.

La Cina chiede, insomma, di porre fine all’ostilità palese espressa dall’ex Presidente Trump nei quattro anni del suo mandato, appena giunto al termine.

Tuttavia, come riportato dall’agenzia di stampa internazionale Reuters, questo rinnovato interesse cinese nella ripresa dei rapporti con gli USA cela una richiesta “scomoda”: quella di cessare le intromissioni negli affari interni della Cina, come gli attacchi sulle vicende relative alla repressione delle proteste di Hong Kong, al genocidio degli uiguri nello Xinjiang, all’annosa questione del Tibet. Senza dimenticare la storica crisi relativa all’indipendenza di Taiwan.

Le principali agenzie di stampa internazionali riportano la notizia in prima pagina: una svolta importante, quella proposta dalla Cina, che mirerebbe appunto a cancellare le misure adottate in interna e le posizioni assunte a livello internazionale dagli Stati Uniti d’. Vale la pena ricordare, a tal proposito, l’intervento dell’ex Presidente Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso settembre, nel quale accusò pubblicamente la Cina di essere responsabile per la diffusione del Coronavirus, chiamato appunto “China virus”.

L’ex segretario di Stato americano Mike Pompeo aveva dichiarato, in uno “statement” ufficiale della Bianca, che la Cina sta commettendo un genocidio contro i musulmani uiguri nella provincia dello Xinjiang, meno di 24 ore prima di lasciare l’incarico. “Questi crimini comprendono: la prigionia arbitraria o altre gravi privazioni della libertà fisica di oltre un milione di civili, la sterilizzazione forzata, la tortura di un gran numero di persone arbitrariamente detenute, il lavoro forzato e l’imposizione di restrizioni draconiane alla libertà di religione o di credo, alla libertà di espressione e alla libertà di movimento”, ha detto Pompeo nel suo discorso ed ha paragonato questi atti a quelli commessi dal regime nazista. Il Segretario di Stato USA ha chiesto in quella occasione a “tutti gli organi giuridici multilaterali appropriati e pertinenti, ad unirsi agli Stati Uniti nel nostro sforzo per promuovere la responsabilità dei responsabili di queste atrocità”.

Bisogna ricordare che l’amministrazione Trump ha già adottato misure sempre più severe contro la Cina nei suoi ultimi mesi, imponendo sanzioni a funzionari e società per le loro attività a Taiwan, in Tibet, Hong Kong e nel Mar Cinese Meridionale.

“Le relazioni Cina-Stati Uniti sono ora ad un punto chiave e devono affrontare nuove opportunità e nuove sfide”, ha detto Yang, che ricopre anche il ruolo di direttore dell’Ufficio della Commissione Affari Esteri del Comitato Centrale CCP. Yang ha poi palesemente attaccato le politiche messe in campo da Trump, definendo un errore strategico quello di vedere nella Cina un concorrente o addirittura un avversario e richiama alla Responsabilità di Washington e di Pechino nel costruire un modello di interazione tra i due Paesi, che si concentri sulla coesistenza pacifica e sulla cooperazione vantaggiosa per tutti.
Yang ha proposto, a tal proposito, quello che sembra già un vero e proprio programma di lavoro: sul piano governativo, secondo l’alto diplomatico, le ambasciate dei due Paesi e altri canali simili potrebbero fungere da ponti, così come altri attori privati, a partire dai think tank, dalle università, dai media e dalle imprese, che potrebbero contribuire a modo loro nel rafforzare le relazioni generali. Yang ha sottolineato, infine, la necessità di lanciare un messaggio positivo di cooperazione pacifica tra i die Giganti, partendo con la rimozione dei vincoli e dei blocchi alla mobilità degli studenti cinesi, alla limitazione dei media cinesi e la chiusura degli istituti di lingua e cultura cinese.

Tuttavia, nonostante questi tentativi da parte cinese, Antony Blinken, il Segretario di Stato appena nominato dal Presidente Joe Biden, ha dichiarato di sostenere la designazione della Cina da parte del suo predecessore repubblicano come responsabile del genocidio contro i musulmani uiguri.

Nella prima telefonata diretta intercorsa tra Xi e Biden, il leader cinese ha sostenuto che lo scontro tra Cina e Usa si risolverebbe in “un disastro per entrambi i Paesi” e che Cina e Stati Uniti dovrebbero rispettarsi a vicenda.

La telefonata tra i due Capi di Stato è arrivata poco dopo le dichiarazioni di Biden circa il progetto di creare una task force del Pentagono che avrà il compito di valutare una nuova strategia di nazionale sulla Cina. Il Presidente Biden ha ribadito che per gli Stati Uniti restano preoccupanti le violazioni dei diritti umani del regime comunista cinese nello Xinjiang e ad Hong Kong, oltre alle azioni perpetrate contro Taiwan.

Xi ha quindi fatto pressioni per riaprire un dialogo per riprendere in mano le questioni sospese ed evitare “Incomprensioni ed errori”. Il Presidente della Popolare Cinese ha, però, ribadito quanto già detto nelle scorse settimane dai suoi diplomatici: Taiwan, Hong Kong e Xinjiang sono “affari interni che riguardano la sovranità e l’integrità territoriale della Cina”. Xi ha poi dichiarato alla stampa cinese che gli “Stati Uniti dovrebbero rispettare gli interessi fondamentali della Cina e affrontare tali questioni con prudenza”.

Un Indo-Pacifico libero resta, nelle dichiarazioni di Biden, una priorità americana.

Si attende, invece, una presa di posizione chiara da parte dell’Unione europea. Mentre, infatti, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden sta cercando di identificare gli alleati dell’America nell’affrontare la Cina, riallacciando i rapporti con il Messico e con la Francia, l’UE si sta sempre più affermando come il principale blocco economico vicino a Pechino. Anche il Regno Unito e il Canada si stanno muovendo rapidamente per allinearsi alla dura posizione degli Stati Uniti sul commercio con lo Xinjiang, mentre la Commissione europea e la maggior parte dei 27 paesi dell’UE hanno privilegiato un accordo di investimento con la Cina.

Per l’Unione europea i rapporti tra Cina e Stati Uniti non sono certamente di poca importanza e si inseriscono in un quadro già complesso di accordi. Il trattato Ue-Cina, ufficialmente BIT – Bilateral Investment Treaty, in piedi già da sette anni e voluto fortemente per avere un unico interlocutore commerciale per tutta l’Unione nei rapporti con il Dragone Rosso, dopo un lungo stallo, alla fine del 2020 è stato accolto favorevolmente dai 27 Stati membri in occasione dell’incontro del COREPER ed ora è sotto l’occhio attento degli attori internazionali.

Preme ricordare che la violazione dei diritti umani da parte della Cina è solo una delle accuse mosse contro la potenza asiatica. Attivisti e personale delle Nazioni Unite hanno, ad esempio, accusato il Governo di Pechino di essere fautore di molestie e intimidazioni. Annotiamo con preoccupazione il progressivo aumento del numero dei Paesi che, forse sotto pressione cinese, stanno ammorbidendo le proprie posizioni in merito alla dei diritti umani del Dragone Rosso. E ancora, proprio nell’ambito delle Nazioni Unite, è bene sottolineare che nel Consiglio per i diritti umani la Cina ha trovato il sostegno di 54 Paesi, che hanno definito “notevoli” i risultati cinesi nel campo dei diritti umani. Con 139 voti favorevoli, inoltre, la Cina si è assicurata la rielezione nel Consiglio per i diritti umani stesso. Anche sull’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la Cina ha fatto importanti pressioni per ritardare la dichiarazione del COVID-19 come emergenza pandemica ed ha raccolto anche l’elogio dell’organizzazione per la sua gestione della pandemia, proprio mentre veniva bloccata qualsiasi indipendente sulle origini del virus fino ad oggi.

La Cina, che secondo quanto stimato sorpasserà gli Stati Uniti con cinque anni di anticipo rispetto a quanto previsto, è già diventato il primo interlocutore economico dell’Unione europea. Come riportato ne Il Sole 24 Ore, “l’accordo di investimento mira a creare parità di condizioni per le imprese europee in Cina che da tempo si lamentano delle condizioni preferenziali di cui godono le imprese nazionali. Il trattato rafforzerà anche la protezione della proprietà intellettuale per le aziende europee e vieterà il traffico tecnologico forzato”. Sembrerebbe, dunque, l’inizio di un nuovo corso che, per molti aspetti, dovrebbe destare preoccupazione.

Non c’è da sorprendersi se sia l’amministrazione Trump che quella Biden siano rimaste perplesse quando Bruxelles ha concluso “in linea di principio” un accordo di investimento con la Cina alla fine dello scorso anno. Il nuovo consigliere per la nazionale di Biden, Jake Sullivan, ha lasciato intendere che Washington avrebbe voluto che Bruxelles consultasse la nuova amministrazione prima di siglare un accordo. Sullivan infatti ha detto a fine dicembre che avrebbe accolto favorevolmente una “consultazione anticipata” con l’Europa sulle preoccupazioni sulla Cina, ma l’accordo è stato fatto comunque.
Eppure, non è tutto oro ciò che luccica. Da tempo, infatti, Pechino ha lanciato la propria sfida a quella che appare una vera e propria conquista del mondo. Senza carri armati ed eserciti ma con una potenza altrettanto devastante: quella economica. Si pensi a cosa sta avvenendo in , dove gli investimenti cinesi ammontano ogni anno a miliardi di dollari e dove la cooperazione è stata fissata dagli appuntamenti del Forum sino-africano, ufficialmente Forum on China-African cooperation, che dal 2000 ha coinvolto complessivamente 53 dei 54 Paesi africani.

La presa di posizione del Regno Unito, “schierato” – come già ricordato – con gli Stati Uniti d’America sul fronte duro verso la cinese in materia di diritti umani, è forse alla base della censura che ha colpito la BBC. La britannica, infatti, non potrà più trasmettere in Cina il suo “World News”, trasmissione accusata dal regime di Pechino di non essere imparziale sui temi legati alle rivolte di Hong Kong e sulla violazione dei diritti umani nello Xinjang e di aver “infranto i principi di affidabilità e imparzialità del giornalismo danneggiando gli interessi nazionali e la solidarietà etnica”. La settimana scorsa erano state le autorità britanniche a sospendere la licenza della CGNT, canale internazionale della tv statale cinese, perché ritenuta sotto il diretto controllo del partito comunista.

ECR ha accolto con favore la dichiarazione del Segretario di Stato americano Mike Pompeo. Il partito europeo ha sostenuto di essere arrivato alle stesse valutazioni e di condividere le medesime preoccupazioni per le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da parte del Partito Comunista Cinese. Il Partito dei Conservatori e Riformisti europei ha chiesto a più riprese all’Unione Europea di seguire l’esempio degli Stati Uniti e fare una dichiarazione simile, per riconoscere che gli eventi nello Xinjiang sono un genocidio.

Per ora, il silenzio dell’Ue pesa come un macigno sulla capacità di essere un punto di riferimento solido in materia di politica estera ed economica per i Paesi membri ed un alleato valido per il blocco dei Paesi occidentali.

Per comprendere bene quanto sia importante valutare attentamente la natura dei rapporti con la Cina, basti pensare come, incredibilmente, mentre il mondo intero è in recessione e l’Ue vive sotto i colpi della pandemia, che ne sta minando non solo il tessuto economico man anche quello sociale, la Cina sia riuscita non solo a contenere rapidamente il virus ma anche a far ripartire l’economia, prima tra tutte le nazioni al mondo. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, che cita dati del National Bureau of Statistics of China, la produzione interna totale (PIL) nel 2020 è aumentata del 2,3% e si prevede una crescita dell’8%. Questi numeri dovrebbero portarci a riflettere su quanto sia fondamentale rafforzare l’economia dell’Ue, anche al fine di avere con la Cina un rapporto di non subordinazione.

Il rispetto dei diritti umani, infine, rimarcato dagli USA della vecchia e della nuova amministrazione così chiaramente, dovrebbe essere al centro di qualunque negoziato tra Pechino e Bruxelles.

Secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti oltre 2 milioni di uiguri sono attualmente detenuti nei campi di internamento nella regione autonoma dello Xinjiang dal Partito comunista cinese. L’Amministrazione Trump ha già lanciato il proprio appello contro le intimidazioni cinesi a Taiwan e verso gli uiguri, che l’Amministrazione Biden ha confermato. Canada e Regno Unito, alleati storici degli Stati Uniti, si sono affrettati a prendere una posizione in linea con quanto sostenuto dagli americani. Mentre, dunque, parte del mondo occidentale prende una posizione netta contro la violazione dei diritti umani perpetrata sistematicamente da Pechino, l’Ue non ha ancora assunto una posizione chiara.

Appare quanto mai lampante che non si possa continuare a tacere, anche nel rispetto di quei valori di libertà e democrazia che hanno caratterizzato la nostra storia comune.

Federica Celestini Campanari
Federica Celestini Campanarihttps://www.lavocedelpatriota.it
Romana, classe '83, studiosa di politica estera e relazioni internazionali. Esperta di associazionismo e partecipazione giovanile.

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Paolo Marraffa

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