mercoledì, Agosto 5, 2020

MES, Meloni mette all’angolo Conte: sia all’altezza del grande popolo che rappresenta.

Da un lato il timore di non avere il dispositivo interiore per farcela, il fatalismo di un premier che – nel suo discorso di ieri alla Camera in vista del cruciale Consiglio europeo di venerdì e sabato prossimo – non ha trovato altro da dire che affidarsi alla «resilienza»: la manzoniana «provvida sventura» versione giallo-fucsia.

Ossia alla speranza che qualche “don Rodrigo” di stanza nelle capitali europee scopra, giusto un momento prima della fine, la buona strada.

Il pentimento. Il tutto condito dalla fuffa unionista, quel «basta con le logiche negoziali tradizionali, i nazionalismi sono anacronistici, stavolta o vinciamo tutti o perdiamo tutti» che non tiene conto come tutti in realtà in Europa – eccetto il suo governo – abbiano un piano e stiano seguendo uno schema ben preciso: dai partner “latini” ai cosiddetti avversari “frugali”. Con l’attenta regia – ça va sans dire – dell’asse franco-tedesco.

Dall’altro lato, invece, la consapevolezza di avere una visione chiara, realista, proattiva. Che si pone però a servizio della “causa”, con un consiglio che più responsabile e patriottico davvero non si poteva: «Esca dall’angolo e giochi in attacco, chieda un riassetto complessivo. Sia all’altezza del grande popolo che rappresenta». Così Giorgia Meloni, nella sua replica alle comunicazioni del premier a Montecitorio, si è rivolta a Giuseppe Conte, invitandolo a giocare lo schema che ha fatto la nostra fortuna nel mondo: dopo il catenaccio, bruciare gli avversari in contropiede.

Contrattaccare. Altro che attendere – accettando lo stigma del Mes, un peccato politico, «un atto di sottomissione», ancora più che un guinzaglio economico – la rivelazione del Recovery fund: alle condizioni-capestro degli altri. «Senza Italia non c’è Europa, non c’è euro», ha spiegato la leader di Fratelli d’Italia chiedendo a Conte di non fare dell’Ue il luogo dove cercare «l’investitura che gli italiani non le hanno dato mai». Tradotto: non si costruisce il proprio partito o percorso politico seguendo l’agenda di chi ha tutto l’interesse (altro che approccio solidale) a fare dell’Italia il proprio junior partner: parliamo, ovviamente, di Angela Merkel.

«Noi ogni anno produciamo ricchezza che viene aggredita, derubata dalla Ue, questi sono i fatti». E i fatti mettono sotto processo i nostri presunti “giudici”: «Il dumping fiscale (degli olandesi, ndr), la vigilanza bancaria attenta sulle nostre banche, non su quelle tedesche, le iniziative predatorie della Francia contro le nostre aziende, e soprattuto una moneta unica che favorisce i tedeschi».

Morale? «Presidente Conte – continua l’ex ministro della Gioventù –, noi non abbiamo nulla di cui scusarci e non abbiamo nulla di cui dire: “grazie”». Al contrario: «Dobbiamo uscire dall’angolo di questo racconto, dobbiamo uscire dall’angolo e dobbiamo essere consapevoli del fatto che i nostri interlocutori puntano a metterci sulla difensiva».

Difesa sì ma nel modo giusto, tuona Meloni: non accettare la scaletta imposta da altri – i “prendete il Mes”, “fate le riforme che diciamo noi in cambio dei sussidi” – ma mettere al centro il peso specifico dell’Italia nel contesto europeo. Questo deve fare un capo di governo davanti a una trattativa nella quale conta anche l’immagine che si dà di sé: «Tutti sanno che quando l’Italia dovesse alzare la testa la ricreazione sarebbe finita, perché senza Italia non c’è Europa, non c’è euro e non ci sono i privilegi che queste Nazioni hanno costruito sulla nostra pelle».

Proprio questo è stato invece uno dei peccati commessi da Conte: la vanità. «Come le è venuto in mente di fare gli Stati Generali? Ha detto chiaramente a tutti che non aveva uno straccio di idea su come far ripartire l’Italia». La cosa da fare al Consiglio europeo, insomma, è uscire dalla logica remissiva, dalla ricerca spasmodica di una “cornice collettiva” in un campionato in cui è evidente che ognuno gioca principalmente per sé. L’esortazione, dunque, è porsi come contropotere reale, anche alla luce del sistema sociale che l’Italia rappresenta: «Presidente Conte, esca dall’angolo, giochi in attacco, chieda conto dei temi che ho posto e dei tanti altri che si potrebbero porre, chieda un riassetto complessivo».

Il punto però è proprio questo: non è l’avvocato di Voltura Appula a poter trascinare la nazione oltre il centrocampo. È una sfida che non può intraprendere perché – secondo Meloni – «le grandi imprese sono figlie di grandi visioni, non di maggioranze raccogliticce tenute insieme da sentimenti mediocri». E queste nascono dagli statisti che «si forgiano nel consenso popolare, non nei giochi di Palazzo con i quali chi l’ha messa lì già punta a sostituirla».

È lì, nel pieno mandato frutto del consenso e di un progetto organico, che si trovano le energie vitali per sfidare la testa della classifica. E allora – questa la conclusione – «se saremo noi quel governo degno di questo nome costruiremo un’Italia forte in Europa giusta».

Solo a quel punto quelli che oggi si atteggiano a giganti nei confronti dell’Italia, sorella tra le dieci potenze del mondo, si riveleranno quello che sono: «Nani politici, così presi a contare gli spiccioli, da non rendersi conto che stavano devastando il sogno europeo».

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