Mezzi uomini o Eroi?

Contro la meschinità dei piccoli uomini è ora di riscoprire la politica degli Eroi.
L’anno scorso, in concomitanza con l’anniversario della Vittoria italiana nella prima guerra mondiale, uscì un libro dal titolo “Eroi – 22 storie dalla Grande Guerra” edito da Idrovolante.
3 edizioni. Decine di presentazioni e una grande soddisfazione: aver unito le penne di scrittori diversi fra loro per cultura, estrazione, dialetto, idea politica ma uniti dall’unica cosa che conta: l’amore per l’Italia.
Oggi che nei palazzi del potere vince la vigliaccheria e la miserabilità è ora di riscoprire i nostri eroi. E’ ora di ricordare che gli italiani sanno vivere e, se necessario, morire con orgoglio e onore.
E che gli italiani sanno fare un passo indietro rispetto ai propri piccoli e grandi eroismi per unirsi con altri italiani e provare a costruire un’Italia più giusta e più grande.
Torna l’ora di alzare la testa, di arrotolarsi le maniche della camicia e far risorgere la nostra Italia.
Oggi, come un anno fa, questo è il nostro manifesto. Il nostro modo di vivere e di essere italiani.

PREFAZIONE
Questo libro è un omaggio all’Italia.
22 storie di eroi della Prima guerra mondiale. Un eroe per ognuna delle venti regioni d’Italia, uno per le terre irredente – irredente allora e oggi perdute – uno infine per gli italiani dell’emigrazione.
Già, perché nell’Italia del 2018 può sembrare assurdo sapere che migliaia d’italiani tornarono da tutto il mondo per combattere e morire. Nati all’estero e che dell’Italia avevano sentito solo i racconti dei genitori. Ma nel cui sangue c’era qualcosa. Che chiamava al ritorno. Perché la storia d’Italia è storia d’esilio. Dante naturalmente ma prima di tutti Enea. Principe, guerriero. Sconfitto.
Dover scappare dalla propria città, dalla propria storia, dal proprio onore. Senza rimedio. Eppure con il padre sulle spalle – il passato da cui non si scappa – e il figlio al fianco – il futuro – trovare la forza di gettare il seme di una nuova civiltà.
Memoria di gesta. Gesta da ricordare.
Eppure se pensiamo ai martiri di allora e alla pubblicistica che ha accompagnato il racconto delle loro vicende scopriamo che certamente erano considerati eroi – come meritavano – ma il loro sacrificio non sembrava così assurdo a un popolo che non si era ancora abbrutito nell’individualismo.
Ancora sopravviveva questa idea latina che Dulce et decorum est pro patria mori, «è dolce e decoroso morire per la Patria».
Cosa è successo nel frattempo?
Perché si è deciso di cancellare il ricordo della Vittoria nella Prima guerra mondiale?
Forse è tutto nelle parole di Gioacchino Volpe – storico, filosofo, medaglia d’argento al valor militare nella Prima guerra mondiale – che ne parlava già negli anni ’20:
«[la sinistra borghese] della Grande
Guerra, da cui il popolo italiano era uscito vittorioso ma spossato, vedeva soltanto le immediate conseguenze materiali e lasciava disperdere se non lo negava apertamente il valore morale rappresentandola agli italiani da un punto di vista grettamente individualistico e utilitaristico come somma
di sacrifici di cui ognuno per parte sua doveva essere compensato in proporzione del danno sofferto».
E oggi qualcuno, che potremmo definire «complottista», potrebbe dire che tutta la rimozione di ciò che fece grande l’Italia, cioè saper scrivere poesie con il sangue, serve ad abituarci al ruolo che è stato deciso per noi.
Questo disinteresse per la nostra storia è evidentemente frutto di una visione del mondo che ci vuole proni agli interessi altrui, che pensa che l’Italia sia esclusivamente una bella, bellissima località turistica dove
tutto possa essere comprato da altri e dove il futuro dei nostri figli debba essere quello di essere sudditi di imperi non più dinastici ma finanziari. Basti vedere la sbornia di pubblicistica che nel 2017 ci ha ricordato
il centenario di Caporetto.
All’Italia è concesso di ricordare solo le sconfitte.
Metternich – il cancelliere dell’Impero asburgico e nemico principale dell’unità d’Italia – sarebbe oggi felice di vedere come viene trattato il nostro paese. Non soltanto dagli stranieri ma anche, evidentemente e tristemente, dai traditori di casa nostra.
Quasi come se qualcuno oggi rimpiangesse, e così purtroppo è, un’Italia ancora e soltanto misera “espressione geografica”.
Abbiamo così tanto dimenticato da dove veniamo, e quello che abbiamo conquistato con sacrificio e genio, che oggi qualcuno pensa ancora – e pure con il coraggio di dirlo! – che parti d’Italia dovrebbero
tornare all’Austria dei nipotini di Francesco Giuseppe. Imperatore d’Austria Ungheria.
Impiccatore di italiani.
E invece i nostri alpini, i fanti nelle trincee, gli aviatori, i marinai, gli arditi, i ragazzi del ‘99 e tutti quelli che lottarono a costo della vita per la Vittoria hanno costruito una nazione indipendente. Libera. Sovrana.
E che dev’essere orgogliosa di se stessa.
Ma per esserlo deve partire dalla sua grandezza. Dalla sua storia.
Uno di noi ha chiamato la figlia Vittoria. Non come la nonna. Non come la Regina inglese.
Ma come omaggio alla nostra storia. Come augurio di Vittoria.


E allora da questo abbiamo deciso di affrontare questo 4 novembre sotto tono con l’arma del racconto e dell’emozione.
Abbiamo voluto gettare un granello di sabbia negli ingranaggi della macchina della distruzione del popolo italiano. Rettificare la narrazione e restituirle profondità.
I ventidue racconti che abbiamo raccolto sono frutto del di professionisti della narrativa (come Roberto Roseano, vincitore al premio Acqui Storia proprio con un romanzo-diario sugli Arditi e Carlomanno Adinolfi), storici e ricercatori (Marco Cimmino, Lorenzo Salimbeni, Pierluigi Romeo di Colloredo-Mels, Michele Pigliucci), artisti (Federico Goglio, Andrea Moi, Emanuele Merlino), divulgatori e giornalisti (Emanuele Mastrangelo, Daniele dell’Orco, Alessandro Voglino, Andrea Benzi, Enrico Petrucci), professori (Fabio Massimo Frattale Mascioli, Davide Rossi), amministratori locali (Alberto Antonio Capraro), indagatori dell’anima (Irene Tommasi), piloti (Raoul Padroni), maestri (Chiara Stellati).
Alcuni autori si prestano alla narrativa per la prima volta.
Alcuni dei racconti narrano le vicende che hanno coinvolto il protagonista, semplicemente. Altri indulgono su vicende più ampie, fantastiche in certi casi.
Uno in particolare non racconta fatti d’arme ma semplicemente che in Italia l’arte senza azione non può essere considerata arte così come l’azione senza arte non sarà mai figlia della nostra nazione.
Tutti però si caratterizzano per un filo conduttore: la volontà di raccontare personaggi veri. Nessun dettaglio sostanziale è stato inventato al di fuori degli espedienti narrativi per introdurre le vicende dei personaggi raccontati. In alcuni casi – per esempio nel racconto sui fratelli Pellas, eroi umbri – si è dovuto addirittura tagliare alcune parti il cui particolare storiografico era eccessivamente preciso e risultava poco verosimile in un dialogo affettuoso fra una madre e il figlio bambino. In altri casi sono venuti in aiuto alle
penne degli autori le memorie e i documenti raccolti dai discendenti degli eroi, come nel caso dei personaggi della Basilicata e della Calabria. Ad ogni buon conto, proprio perché viviamo nell’epoca della cinica disillusione, in appendice a ciascun racconto è stata aggiunta una breve biografia dei protagonisti e la motivazione della decorazione che ha suggellato il loro rango di «eroe», affinché nessuno possa dire che le vicende narrate non siano aderenti alla realtà storica.
Una realtà storica che una volta scrostata dalla retorica deprimente degli ultimi cinquant’anni, risulterà essere perfino pop. Il lettore così si divertirà a cercare le citazioni da canzoni, da blogger e da anime giapponesi di cui qui e là le vicende raccontate sono punteggiate. Oppure a cercare quali parti del
racconto sui fratelli Stuparich siano veramente farina del sacco degli Stuparich reali e quanto riscrittura originale dell’autore. Ed è pop perché gli eroi sono pop. Non sono solo il bronzo e il marmo di monumenti dimenticati. Tant’è che il nostro popolo, che è stato costretto a seguire il comandamento brechtiano del diventare «beato» fingendo di non aver bisogno d’eroi, poi invece affolla le sale cinematografiche dove i nuovi eroi di celluloide compiono imprese fantastiche, oppure indossa magliette con la faccia di eroi di un altro continente (non a tutti è dato esserlo di Due Mondi…) o più mestamente s’accoda all’«eroe» della giornata cui i media hanno regalato un quarto d’ora di gloria per un’impresa alla «uomo morde cane» o peggio per una qualche patetica storia destinata in pochi giorni a scomparire
nell’oblio.
Il lettore, invece, nelle pagine che seguiranno vedrà quante di queste storie non sarebbero soggetti perfetti per una sceneggiatura hollywoodiana. La storia del piccolo sardo che cattura da solo austriaci a decine, non è da film? O quella del monitore alla deriva che viene salvato da un gruppo di
ragazzine che lo riforniscono su una barchetta, nell’acqua gelida e in tempesta? E queste non sono che ventidue storie, delle migliaia e migliaia che hanno illuminato la storia d’Italia durante la Grande Guerra,
e che se gli italiani ricordassero di nuovo cesserebbero d’essere meschini, rancorosi, autolesionisti e
disfattisti.
Raccontare quindi di eroi ardimentosi ed eroi riluttanti, di eroi per caso e di eroi desiderosi di misurare il proprio coraggio nelle estreme conseguenze e farlo non attraverso la semplice memorialistica e saggistica
(fortunatamente a livello locale storici e case editrici non mancano) ma con l’ambizione della narrazione, reinterpretando quei pochi cenni biografici e quelle scarne motivazioni di Medaglie al Valore per ricordare degli eroi e farli diventare a distanza di un secolo, esempio e mito.
Esempio e mito come i protagonisti di Emilio Salgari. Eroi popolari. Allo stesso tempo controcorrenti e tutti di un pezzo come mai ce ne saranno in futuro (forse solo l’Harlock di Matsumoto). Eroi salgariani in grado di suggestionare nomi del calibro di Gabriel Garcia Marquez, Isabel Allende, Carlos Fuentes, Jorge Luis Borges, Pablo Neruda, e soprattutto, Che Guevara (fonte: Wikipedia in lingua inglese, a scanso di equivoci).
Eroi in cui popolare ed elevato convivono e si sorreggono l’un l’altro per offrire il meglio di sé.
Eroi, come nella migliore tradizione d’Italia, che sanno raccontare se stessi attraverso la giusta frase figlia della giusta azione.
Eroi immortali eppure semplicemente umani.
Gabriele D’Annunzio nella sua dichiarazione di guerra all’Austria – in quale altra nazione del mondo una guerra può essere dichiarata da un poeta? – parla di eroi e patria:
«Uomini siamo, piccoli uomini siamo; e tu [Italia] sei troppo grande».

Perché nessuno dei protagonisti delle storie qui narrate è nulla più che un uomo. Nulla di più ma nemmeno, e questo fa tutta la differenza del mondo, nulla di meno di quel che è.
Italiano.
Persone «che vivere senza gloria non sanno ma ben sanno morire».
Questo è il nostro omaggio.
Questo è il nostro modo di celebrare il centenario della Vittoria italiana nella Prima guerra mondiale.
Ma a ben vedere noi, e tanti fra voi lettori, non abbiamo di certo bisogno di una data per ricordare da dove veniamo anche se, augurandovi buon viaggio fra le vicende dei nostri eroi, non possiamo nasconderci di avere sempre bisogno di esempi a cui ispirare la nostra vita.

Così finiva la prefazione del nostro libro.
Non il suo messaggio.
E oggi che gli Eroi sembrano morti e sostituiti da un algoritmo o da chi sa essere più vile noi continuiamo a pensarla come Gabriele D’Annunzio:

Quando tutto sarà profanato,
quando tutti gli altari del Pensiero e della Bellezza saranno abbattuti, quando tutte le urne delle essenze ideali saranno infrante,
quando la vita comune sarà discesa a un tal limite di degradazione che sembri impossibile sorpassarlo,
quando nella grande oscurità si sarà spenta pur l’ultima fiaccola fumosa, allora la Folla si arresterà presa da un pànico ben più tremendo di quanti mai squassarono la sua anima miserabile;
e, mancata a un tratto la frenesia che l’accecava, ella si sentirà perduta nel suo deserto ingombro di rovine, non vedendo innanzi a sé alcuna via e alcuna luce.
Allora scenderà su lei la necessità degli Eroi.
Ebbene, caro padre, io penso che questi Eroi, che questi nuovi Re della terra debbano sorgere dalla nostra razza e che fin da oggi tutte le nostre energie debbano concorrere a prepararne l’avvento prossimo o lontano. Ecco la mia fede.

E’ anche la nostra.

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