Good Bye, Kyrill! Il Patriarca ortodosso di Mosca vede l’invasione dell’Ucraina (e il mondo) su un altro canale. Non quello della storia

Erano i primi del nostro millennio quando al cinema uscì Good Bye, Lenin!, spassosa tragicommedia di Wolfgang Becker, ambientata nella Berlino Est della post-riunificazione. Una tranquilla madre di famiglia, caduta in depressione per la fuga del marito nella Germania dell’Ovest, diventa una fervente sostenitrice della DDR. Ma quando scopre che il figlio viene arrestato dalla polizia durante le manifestazioni contro il morente regime socialista è colta da infarto ed entra in coma. Al risveglio, il mondo è profondamente cambiato, il Muro è crollato e il “socialismo reale” non c’è più. Per risparmiarle il trauma, ritenuto fatale dai medici, il figlio organizza una pantomima in cui, con la complicità di familiari e amici, tra cimeli, vecchi quotidiani e improbabili telegiornali, le fa credere che non è successo niente.

A Vladimir Michajlovič Gundjaev, più noto come Kyrill, sedicesimo “Patriarca di Mosca e di tutte le Russie”, capo della Chiesa ortodossa russa, deve essere successo qualcosa di simile. Spaventose le parole pronunciate dall’arcivescovo, nato come Putin nella ex Leningrado, durante l’omelia di domenica scorsa, la “Domenica del Perdono”, l’inizio della “Grande Quaresima” ortodossa: “Per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass. E nel Donbass c’è il rifiuto, un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale. Oggi c’è un tale test per la lealtà di questo governo, una sorta di passaggio a quel mondo “felice”, il mondo del consumo eccessivo, il mondo della “libertà” visibile. […] Il test è molto semplice e allo stesso tempo terribile: questa è una parata gay. Le richieste di organizzare una parata gay sono una prova di lealtà a quel mondo molto potente […]. Chi sta attaccando l’Ucraina oggi, dove la repressione e lo sterminio delle persone nel Donbass va avanti da otto anni; otto anni di sofferenza e il mondo intero tace: cosa significa? […] che siamo entrati in una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico. […]. Oggi i nostri fratelli nel Donbass, gli ortodossi, stanno indubbiamente soffrendo, e noi non possiamo che stare con loro […]. È necessario pregare affinché il Signore li aiuti a preservare la fede ortodossa, a non soccombere alle tentazioni.”

Nessun cenno alle vittime civili ucraine, alle donne e ai bambini uccisi. Solo il riferimento al Donbass russofono. Solo l’evocazione di una “guerra santa”, il conflitto ontologico tra bene e male, dove il male è ovviamente l’Occidente, corrotto dal peccato, e il bene è la Madre Russia, santa e immacolata. Non una parola di dolore. Non una parola di sdegno per i crimini di guerra delle truppe di Putin, viste da tutti, raccontate da tutti i media, da tutti gli osservatori internazionali. Media e osservatori liberi, come noi, capaci di intendere e di volere, di giudicare e distinguere il bene dal male, consapevoli del loro intreccio profondo. Ma la superficie delle cose conta. E contano anche i fatti e la crudeltà delle cronache ucraine.

Sapevamo che l’ortodossia russa crede ancora nell’alleanza secolare fra trono e altare, secondo il vecchio modello “costantiniano”, ignaro della laicità del “libera Chiesa in libero Stato”, figlia della tradizione romana e del suo difficile cammino nella modernità occidentale. Sapevamo anche che il nazionalismo russo, figlio del panslavismo, è una vecchia ideologia politica molto diffusa nell’Oriente cristiano, un Oriente che guarda all’Asia e volge le spalle all’Europa. Sapevamo anche che questa ideologia, come la lotta di classe, si ispira a principi rivoluzionari atei e secolaristi che poco hanno a che vedere con l’umanesimo, la legge morale naturale e l’evangelico “dare a Cesare quel che è di Cesare”.

Come Putin, Kyrill vede il mondo e l’invasione dell’Ucraina su altre frequenze. Ma questa guerra voluta dall’ex capo del KGB e benedetta dal “Cappellano di Mosca” non è un film, e “tutte le Russie”, quella atea e secolarizzata come quella religiosa e praticante, si auto-condannano a un isolamento senza precedenti, causa di future divisioni, soprattutto nel mondo ortodosso.

Il Patriarcato di Mosca rappresenta il 70 per cento dell’ortodossia mondale, circa 150 milioni di fedeli su oltre 200 milioni, e al suo interno lo smarrimento è enorme. L’ortodossia ucraina, che da sola ne rappresenta il 35 per cento, potrebbe andarsene. Ma dolore e confusione dominano anche tra non pochi ortodossi russi, così come tra i fedeli della Chiesa autocefala di Kiev, riconosciuta dal Patriarcato greco di Costantinopoli, retto da Bartolomeo, il grande avversario di Kyrill, e non riconosciuta da Mosca. E poi, tra i cristiani di Ucraina, ci sarebbero anche i cattolici, perseguitati dai sovietici nelle forme più atroci e, caduto il comunismo, spossessati di luoghi di culto e proprietà a favore del clero ortodosso russo.

Diceva (San) Giovanni Paolo II: “non si può respirare come cristiani, direi di più come cattolici, con un solo polmone; bisogna avere due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale.” Dopo decenni di silenzio, timorosa di pregiudicare il dialogo ecumenico, Roma ha finalmente reagito a Mosca. Proprio ieri il Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinal Parolin, “ha preso le distanze” dalla scandalosa omelia di Kyrill. Ma Oltretevere si deve fare di più. È l’ora che intervenga Papa Francesco, da tanti acclamato come il mediatore decisivo in una guerra dagli sviluppi incerti e sempre più pericolosi. Tanto più se a Mosca anche Kyrill è sintonizzato su un altro canale. Non quello della storia.

 

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