L’emergenza economica che sta letteralmente mettendo in ginocchio l’Italia? Può aspettare altri tre mesi. Incredibile ma…Conte.

Nel senso che il premier – a proposito del «Recovery plan» (sforzarsi di chiamarlo in italiano, per il presidente del Consiglio di questa Repubblica, è chiedere troppo) – ha deciso semplicemente di non decidere: di prendere tempo, di continuare a galleggiare con tutti i rischi calcolati, ovviamente pro domo sua. Il primo? Il Mes: la grande trappola con la quale costringere i suoi (ex?) 5 Stelle alla fine a votare sì, nel momento in cui il fantomatico “rinascimento” europeo partirà – se partirà – non prima del 2021 inoltrato. Non accettare il fondo capestro? Significherebbe per Conte, Di Maio e Zingaretti il “tutti a casa”: l’unico “piano”, guarda caso, che la maggioranza non intende nemmeno tenere in considerazione.

In questo gioco di incastri, di ricatti Ue, di debolezze troppo “forti” per permettere a uno dei contraenti giallo-fucsia (più Conte) di prendere davvero il sopravvento, l’opposizione di destra-centro ha detto «no». Un “gran rifiuto” questo di Meloni, Salvini e Tajani che – nonostante le veline interessate che giungono da un palazzo Chigi nervosissimo per questo scacco – ha centrato il problema politico: a villa Pamphilj sta andando in scena una passerella ad usum premier.

Una sfilata attrezzata dal suo fido Casalino per investire l’ex avvocato del popolo almeno di una parvenza di autorità interna agli occhi dei “decisori” europei, nel momento in cui nei tavoli che contano – calato il polverone del “giornale unico” – il suo governo non è riuscito a portare a casa altro se non debito non mutualizzato.

Non è un caso che Conte sullo stato dell’arte delle trattative per le misure europee oggetto della seduta del Consiglio europeo, si è presentato in Aula solo per un’informativa, non consentendo al Parlamento di votare gli atti di indirizzo. Un segnale di forza? Al contrario: un altro escamotage per prendere tempo, ovviamente, evitando un voto sul Mes che avrebbe dilaniato la stessa maggioranza. Meglio “attendere”: dato che gli effetti devastanti del lockdown si vedranno proprio a settembre quando – a quel punto – sarà più facile far cedere i grillini.

Davanti a tutto questo, Fratelli d’Italia in primis ancora una volta ha risposto con un «no» all’ennesima scansata del premier. «Una deriva autoritaria e liberticida che non possiamo avallare», ha attaccato Giorgia Meloni che da settimane ormai – è opinione di tutti gli analisti – rappresenta la punta più ascoltata della contro-narrazione al “Conte-lino”. Con tutte le ragioni del caso, se è vero come è vero che Conte ieri è stato ricevuto dal capo dello Stato proprio in vista del Consiglio europeo. «Ma come? – sbotta la leader di FdI – La riunione del Consiglio europeo non era “solo un incontro informale” e per questo è stato impedito al Parlamento di votare gli atti di indirizzo al governo, come invece prevede la legge? Credo che ci sia un limite alla decenza, e che questo limite sia stato largamente superato. Quale sarà il prossimo passo del governo, lo scioglimento dei partiti di opposizione con il solito Dpcm?».

Un j’accuse che contempla pure le misure con cui il premier ha condito la sua settimana di Stati Generali. A partire dalla pseudo-riforma della cassa integrazione, con un decreto che si limita a prolungarla di quattro settimane (in realtà anticipando quella di settembre), nascondendo però il fatto che nelle realtà esistono ancora migliaia e migliaia di lavoratori che ancora non hanno ricevuto nemmeno l’assegno di marzo. Stesso discorso sulla presunta “semplificazione” della Cig. Al di là degli annunci, come ha spiegato ancora la leader di FdI, il decreto Rilancio la complica ulteriormente «reinserendo l’obbligo di contrattazione sindacale che il Parlamento ha tolto dal decreto Cura Italia anche grazie alle nostre battaglie».

Si comprende perfettamente, dunque, il motivo di quel «non siamo interessati a partecipare allo show “La Villa dei famosi”» di villa Pamphilj su cui Meloni ha tenuto il punto senza farsi condizionare dalle sirene di palazzo Chigi. Perché in realtà è solo un canto un cigno di un premier asserragliato e politicamente sconfessato dai suoi stessi contraenti. Un canto fuori tema sui contenuti e fuori “dal tempo” che l’Italia non ha. A meno che non la voglia consegnare davvero alle “amorevoli” cure del Mes…