Non ho mica capito, Andrea Zhok ha forse cambiato idea su Agamben?

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… e come reagirà, ora, la pletora di semicoltùme neosocialdemocratico revisionìsta, travesto, fino a ieri, da neorivoluzionario neomarxismo sovranista di sinistra, che aveva forse involontariamente galvanizzato e arruolato tacciando la “nuova sinistra” di metamorfosi libertario individualista, anarcocapitalista antistatalista filoatlantista?

Temevo avesse visionato qualche video di Tarro, De Donno o anche solo Montesano ma no, pare invece che, alla stregua di un antivax negazionista terrapiattista qualunque, non voglia più fare il vaccìno nonostante l’avessero finora quasi convinto, e non voglia più farlo dopo aver letto sul giornale di una strillonata obbligatorietà vaccinale ai dipendenti pubblici, di un “burioneggiante” Burioni che tuòna sull’irresponsabilità di chi non crede od ha anche solo dubbi nella sciènza e nell’Autorità e suo ministèro chiedendo l’intervento della fòrza pùbblica sui refrattari, e leggendo di Ichino il liberìsta, che ciancia di libertà di non vaccinarsi mentre minaccia il licenziamento di chi rifiuterà il TSO (https://www.facebook.com/andrea.zhok.5/posts/1739389476242444).

Si tratta di quel neomarxismo miticoscientìsta nostalgico di un ancestrale socialismo ideologico (epperò scientifico) statalista neobolscevico fatto di gregari incaricati, oggi, di propalare alla manovalanza intellettualoide degli a loro volta gregari volantinaggiatori, l’ordine perentorio di fare terra bruciata attorno a chiunque non sia documentalmente assoggettato al verbo di partito, dandogli del negazionista terrapiattista libertariàno eterodirètto e del ciarlatano, nel caso di medici e scienziàti non totalmente allineati e prostrati al burionèsimo di partito.

Miticoscientismo neomarxistòide che già Preve mise alla berlina facendo nomi e cognomi – e dicasi scientismo proprio quello del primato della scienza e della tecnica, quello che già Hegel denunciò come “cattivo infinito” e dove per “strumento” della tecnica che realizza il “capovolgimento della relazione mezzo-fine” qui si intenda l’aristotelico strumento animato, a proposito di rapporto servo-padrone -, che è lo stesso miticoscientismo modaiolo che accusava fino a ieri Giorgio Agamben di rincoglionimento, protagonismo e “negazionismo terrapiattista del cazzo” (cit. Blàsco, cantante icòna pop/rock di Zocca, secondo i millenial poeta dal fegato spappolato et erede del Petrarca), dopo aver per anni consigliato la lettura dei suoi libri.

Classe intellettualoide, questa, la cui credibilità è pari a zero, quando sostiene non sia vero che il male di questo nuovo secolo, come di quello passato e pure quello precedente, sia l’ideologia. Quella stessa ideologia di cui esso stesso – codesto scientìsmo neotrascendentale reificazione di una precisa-pretesa classe antropologica fatta di intellettualume privo di pensiero critico autonomo e pieno di ideologia fino agli occhi – è fatto dalla testa ai piedi e che chiama “Spectre”, appropriandosi di termine e simbologia usati dal filosofo triestino, nella speranza di convincere qualcuno che si tratti di una fictional organisation, di una ridicola stupidaggine da fumetto o da film d’azione con spie e intrighi internazionali di cui beffarsi e da associare ai nemìci di partìto tramite la solita tecnica della riduzione ad hitlerum et ridiculum, quel trucco jedi di quella fiction a cui tanto gli piace assistere.

E dunque, siamo nelle mani della Spèctre, cioè delle masse, ovvero della coscienza collettiva che per definizione è strumento animato: il pòpolo. Che così come romanticamente inteso è una totale finzione, un’althusseriana astrazione concreta. Un umanismo dove l’hegeliano rapporto servo/padrone è null’altro che l’appropriarsi, in perfetto stile galimbertiàno, del suddetto concetto aristotelico.

Oggi non più ma qualche tempo fa rimasi stupefatto di come tanti intellettuali possano averlo sbeffeggiato e tacciato di protagonismo – nonostante molto meno di loro abbia bisogno di notorietà – narcisismo e complottismo, negazionismo e terrapiattismo, nel porsi l’interrogativo, del tutto esistenziale e filosofico, di come sia potuta darsi l’accettazione di limitazioni della libertà personale che finora erano state inaccettabili e inaccettate perfino sotto le peggiori dittature, imponendo l’accettazione di una separazione tra vita biologica e vita sociale, ponendo la preminenza sostanziale della prima sulla seconda sulla base di un rischio e una gestione del quale che più passa il tempo e più si rivela essere vergognosamente utilizzata e manipolata a vantaggio di uno o multipli schieramenti politico-economico-finanziario-ideologici. Non era mai avvenuto prima nella storia ed è un dato a cui dobbiamo dare una spiegazione, avrebbe detto Costanzo Preve. È questo l’interrogativo che pone il filosofo Giorgio Agamben e mi chiedo davvero cosa ci sia di farneticante o anche solo criticabile, nel porselo.

In effetti tutto questo ricorda proprio la coscienza scissa e infelice del servo e la furia del dileguare della religione della ragione, che come in Rousseau porta al vuoto sociale, all’infinito cattivo o perlomeno non concluso e inconcludente del rimanere intrappolato nella paura della morte senza poter mai determinarsi, negando cioè la possibilità di capovolgere il rapporto dialettico nella figura hegeliana del servo/padrone, e quanto la posizione di Agamben la ricordi nel primo dei tre momenti dialettici: «È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa.»

Dedicato agli avvelenatori di pozzi che obbediscono alle veline di partito e cambiano idea con la stessa ostentazione con cui scaccolano impudentemente tutte e tre le loro subalterne narici e a cui ora toccherà di ciclostilare nuove ed opposite veline, oppure, di inserire anche Andrea Zhok nella lista di personaggi pubblici attorno a cui fare terra bruciata.

Giovanni Moretti
Giovanni Moretti
Giovanni Moretti è nato a Torino nel 1963. Specialista in architetture informatiche e servizi ICT, ha studiato e lavorato per più di trent'anni per grandi multinazionali del settore per trovarsi ora in un percorso a ritroso che era iniziato in giovinezza con l'algebra di George Boole, poi proseguito in direzione di Gottlob Frege raccogliendo, strada facendo, una profonda passione per la filosofia
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