Occidente e Cina provano ad andare d’accordo, ma resta il nodo Taiwan

Il G20 tenutosi a Bali, Indonesia, ha dovuto tenere conto di un quadro internazionale complicato, incerto e per molti aspetti inedito, almeno per il mondo contemporaneo. La guerra in Ucraina continua ad essere in cima alle preoccupazioni dei Grandi della Terra.

La situazione sul campo vede gli ucraini avanzare in modo costante e i russi indietreggiare, ma il Cremlino, indipendentemente dagli insuccessi di terra, prosegue la propria aggressione con i bombardamenti aerei, e si è sempre ad un passo dall’incidente tipico da cui potrebbe deflagrare un conflitto mondiale, (un inconveniente, diciamo così, simile a quello capitato in Polonia).

Questo G20 è stato particolare, anche se non fallimentare, come ha tenuto a sottolineare il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sia per l’assenza di uno dei Grandi, ovvero Vladimir Putin, che ha inviato a Bali il proprio ministro degli Esteri Sergej Lavrov, che per le aspettative circa i colloqui del presidente cinese Xi Jinping con il suo omologo americano Joe Biden e gli altri leader occidentali.

C’era interesse su come la Cina si sarebbe posta in questo summit indonesiano dopo le tensioni riguardanti Taiwan, (la Casa Bianca e Pechino di recente si sono scambiati alcuni messaggi a tal proposito per nulla morbidi), e il conflitto in Ucraina. La Cina ha numerosi obiettivi in comune con la Russia di Putin, oltre a ideologie e mentalità alternative a quelle occidentali, che portano Mosca e Pechino ad essere spesso complici. Infatti, la Repubblica Popolare cinese si è ben guardata finora dal condannare le azioni russe in Ucraina o anche solo dal muovere qualche distinguo circa le politiche aggressive di Vladimir Putin. Anche se, con una certa scaltrezza, il Dragone cerca di posizionarsi in un modo che gli permetta di non rimetterci nulla a causa  del legame con la Russia, soprattutto se la guerra dovesse andare ancora più male per il regime putiniano.

Il G20 di Bali ha proprio certificato il sostanziale isolamento della Federazione russa, sebbene il Cremlino e la Casa Bianca abbiano riaperto un canale di dialogo, e allo stesso tempo, l’intenzione cinese di non erigere muri, almeno per il momento, con l’Occidente.

E quest’ultimo, tramite il presidente Usa Joe Biden e i leader europei, ha fatto capire di volere il dialogo e non lo scontro frontale con la Cina, magari confidando, fra le altre cose, che Xi Jinping utilizzi i propri rapporti speciali con la Russia per convincere Putin a fermarsi. La parola “negoziato” è tornata di moda e ben venga, per carità, ma fino a quando i russi continueranno a bombardare le città ucraine, ogni trattativa avrà il fiato assai corto. Durante il G20 è stata fatta circolare una nota, di non meglio precisate fonti cinesi, ma spinta evidentemente dal Governo di Pechino, secondo cui i vertici della Repubblica Popolare sarebbero delusi dal comportamento tenuto da Putin ancor prima del 24 febbraio scorso, data di inizio della invasione russa in Ucraina. Lo zar di Mosca avrebbe avvisato in anticipo la Cina, ma senza dire tutta la verità sulle sue reali intenzioni. Lasciando girare queste parole, il regime del Pcc, (Partito comunista cinese), vuole forse dire di essere sì con Mosca, ma di non esserlo ciecamente, quindi la porta del dialogo con l’Occidente è ancora aperta.

A Bali i leader occidentali, fra i quali la nostra Giorgia Meloni, che ha posto l’accento sull’export italiano in Cina, non hanno fatto male a cogliere al balzo la palla di una rilanciata distensione, ma bisogna ricordarsi, quando si tratta della Repubblica Popolare cinese, di mantenere sempre una soglia sufficiente di diffidenza e circospezione.

Bisogna anzitutto aspettarsi una sorta di furbo doppiogiochismo, praticato sia con la Russia che con gli Usa e l’Europa. Il regime comunista cinese è più astuto dell’autocrazia russa creata da un ex agente del Kgb, quindi, potenzialmente anche più pericoloso e insidioso. Il Dragone ha usato il capitalismo occidentale per trasformarsi nella potenza che oggi conosciamo, ma a livello ideologico e politico intende rimanere un’alternativa alle società libere.

Si infila in tante aree del pianeta, non tanto con il rombo dei carri armati, bensì con la subdola influenza della liquidità economica, provando anche ad esportare il proprio modello politico illiberale, come è accaduto durante la pandemia. Vi sono ancora tanti nodi da sciogliere circa una globalizzazione economica che non è da buttare in toto, ma necessita senz’altro di un riequilibrio. Bisognerebbe giungere a quella globalizzazione basata su una concorrenza leale, a cui ha sempre puntato, per esempio, Donald Trump.

La sicurezza di Taiwan è tuttora un argomento caldo, infatti, nonostante il clima distensivo, sia Xi Jinping che Joe Biden non hanno potuto fare a meno di parlarne durante il loro colloquio in Indonesia. E’ possibile che ci sia l’intesa sul mantenimento dello status-quo, al di là di alcuni toni recenti abbastanza preoccupanti, che dura da decenni e che consiste nell’impegno della Cina continentale a lasciare sostanzialmente in pace Taiwan, e nella promessa taiwanese e americana di non perseguire una indipendenza vera e propria dell’isola, che è indipendente soltanto de facto. Ma qualcosa è cambiato negli ultimi anni e non si tratta di un mutamento rassicurante.

Se fino a non molto tempo fa la Cina sembrava dedita perlopiù al business, oggi il gigante asiatico è mosso anche da alcuni istinti imperialistici che lo spingono a voler recuperare, con le buone o con le cattive, ciò che ha radici e identità cinesi, ma che è stato condotto dalla Storia fuori dal controllo di Pechino. La speciale autonomia di Hong Kong, punto cardine del passaggio, nel 1997, dalla dipendenza dal Regno Unito alla Repubblica Popolare, è ormai un ricordo, e Taiwan rischia seriamente di essere la prossima vittima del Pcc. Dinanzi ad una eventuale aggressione ai danni di Taipei, l’Occidente non potrebbe starsene con le mani in mano.

Roberto Penna
Roberto Penna
Roberto Penna nasce a Bra, Cn, il 13 gennaio 1975. Vive e lavora tuttora in Piemonte. Per passione ama analizzare i fatti di politica nazionale e internazionale da un punto di vista conservatore.

3 Commenti

  1. Molto bene il bilaterale con la Cina, brava la nostra Giorgia. Però io voglio far notare a tutti che la dichiarazione finale di questo G20 all’articolo 23 riporta l’esortazione a sviluppare un sistema di green pass per viaggiare gestito dall’OMS, ovvero oltre a voler dare un potere stratosferico all’OMS, organizzazione ormai privata finanziata dalla GatesFoundation, ci porta a stabilire un sistema di QR code per viaggiare nel mondo ! LA NOSTRA LIBERTA’ DI MOVIMENTO è minacciata da questo articolo 23 della dichiarazione conclusiva del G20, spero che il Governo italiano non darà seguito alle iniziative europee, che sicuramente interverranno in questo senso, e si opporrà totalmente a questa presa di potere mondiale dell’OMS attraverso il sistema green pass che loro chiamano passaporti vaccinali digitali in tale articolo della dichiarazione G20.
    https://twitter.com/f_philippot/status/1592834204798423041?cxt=HHwWgsDQsaSR8ZosAAAA

  2. Il dialogo è necessario con chiunque sia disposto a intrattenerlo senza assumere toni intimidatori, ma occorre la massima prudenza nei rapporti con la Cina, massima espressione del totalitarismo nel mondo attuale, guidata da una mano ben più abile di quella dello zar russo.

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