Orbàn In: alla democrazia ungherese non servono miracoli.

Enrico Letta sperava, parole sue, nel «miracolo». La vittoria del Pd? Per carità: visto l'andazzo – e i compagni di viaggio alla Conte – nemmeno quello forse basterebbe. No. Più pragmaticamente il leader del Pd sperava che nelle urne ungheresi potesse avverarsi quello che da questi parti lui e i suoi dem ottengono senza passare proprio da alcuna vittoria democratica: una minoranza, estrema minoranza, che ottiene stabilmente il pass per il governo della Nazione. Come se fosse un diritto naturale.

Le cose nel mondo, per fortuna, continuano ad andare in maniera diversa dall'anomalia italiana. Per la gioia degli elettori di sinistra, come in Portogallo, e di destra, come in Serbia: tanto per citare due elezioni recenti. E ieri è avvenuto in Ungheria – vigilata per l'occasione dagli osservatori dell'Osce – dove anche lì la democrazia si è rivelata ancora una volta “funzionante”: nel senso che la legittimità e la sovranità deriva direttamente e solo dal popolo. E a questo viene restituita puntualmente, senza larghe intese, senza “unti del Signore”, senza occlusioni “intra sistema” (via legge elettorale) per impedire sistematicamente alla volontà del corpo elettorale di esprimere chiaramente il proprio mandato.

Per questo motivo, a differenza del motto del leader del Pd («Orban out») Viktor Orban è nuovamente e democraticamente «in». Per la quinta volta. Senza infigimenti, alchimie e strane alleanze. A quelle, al contrario, ha provveduto il suo sfidante – Péter Márki-Zay –, capace di perdere nel proprio collegio, espressione di una coalizione monstre dove camminavano a braccetto sinistra, centro ed estrema destra (sic!): tutti appassionatamente contro il presidente uscente che – al contrario di ciò che l'intero apparato mediatico e la quasi totalità delle cancellerie Ue (inclusa la commissione Ue) agognavano – è stato riconfermato a furor di popolo per il quinto mandato.

E così, nonostante una campagna internazionale (e internazionalista) anti-Orbàn che va in scena ininterrottamente dall'inizio del suo secondo mandato e nonostante la “grande coalizione” multicolore contro, gli ungheresi hanno espresso con chiarezza come e da chi intendono essere governati. Rielezione che lascia interdetto chi, come Letta e soci, dal 2011 governa l'Italia – salvo brevissima parentesi giallo-verde – senza aver vinto uno straccio di elezione. Ma l'anomalia, per costoro, è sempre quella degli altri…

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