Pandemics politics: il lockdown non è roba per la destra.

Pubblichiamo un estratto del saggio di Marco Gervasoni apparso nel volume in uscita "La vita ristretta dal virus", a cura di Antonio Pi-lati, edito da Fondazione MagnaCarta, con saggi tra gli altri di Gio-vanni Guzzetta, Gian Carlo Jean, Giulio Sapelli, Alberto Mingardi , Eugenio Capozzi.

Come dimostra il caso di Boris Johnson e come a contrario quello del governo socialdemocratico svedese, non si può certo istituire un nesso tra politiche del e . Il problema è che la destra dovrebbe offrire una proposta di contenimento del virus diversa da quella della . Perché se il virus non è né di destra né di , il modo di affrontarlo invece lo è, eccome, perché implica una serie di programmi e di parole d’ordine: in cui è la sinistra che sembra farla da padrona sul piano della egemonia anche sull’altro campo. Se esiste una pandemic politics, essa è ben visibile a sinistra, molto meno a destra.

In ragione della pandemia le tesi, prima condivise solo nella della , ora sono diventate mainstream, non solo in ciò che resta della vecchia socialdemocrazia ma anche in una certa liberal o riformista: tutte si trovano ora ad adottare quelle politiche di interventi statali e di espansione della spesa pubblica che prima avevano rifiutato. Se la pandemia un effetto ha avuto è stato quello di cancellare definitivamente la terza via blairiana e clintoniana (e anche obamiana ) peraltro  già uscite di scena.

La ha sposato poi poi il come ideologia di miglioramento tecnico della società, secondo il costruttivismo sociale e il razionalismo, per von Hayek tipici della sinistra, e  come arricchimento etico (“un più sano stile di vita” come ebbe a dire Giuseppe Conte), Essa ha però cosi cancellato quegli elementi libertari presenti al proprio interno fin dal sessantotto. La pandemia non ha quindi sotterrato la terza via ma anche il pensée 68. Almeno sul piano delle libertà individuali, ché invece sul quello dell’identitarismo, del comunitarismo multiculturalista  e persino del razzialismo, la pandemia ha accentuato le tendenze già presenti da tempo nell’universo di sinistra, come si è visto durante la folle estate dell’abbattimento dei stature, di Black lives Matter  e dell’assalto ai negozi.

La sinistra con la pandemia ritorna ad essere violenta, intollerante, abbandonando gli elementi liberali e presentandosi come portatrice di una sorta di neo maoismo, dove però al posto del popolo, degli operai e dei contadini (del tutto immaginari a dire il vero) del maoismo dei loro nonni del ’68, oggi c’è l’esaltazione delle minoranze nere (degli arabi in Francia)  delle donne, dei , dei trans. Niente di  particolarmente. nuovo: era dalla caduta del muro dei Berlino che la sinistra aveva abbandonato la difesa della classe operaia a vantaggio delle minoranze, etniche e no. Solo che ora la sinistra si fa sostenitrice di una tirannia delle minoranze, che vogliono imporre i loro valori e i loro standard di riferimento a tutta la società, alla colpevolizzata in quanto sfruttatrice.

Se la pandemia ha accelerato le tendenze da un lato tecnocratiche (dove accanto ai tecnocrati classici ora c’è tutto il settore medico, in nome della parola d’ordine “la prima di tutto”) e dall’altro egualitaristiche e collettivistiche della sinistra, è sul versante della destra che invece essa pare aver colpito di più. Nonostante il abbia costretto i governi ad attuare politiche fino a qualche mese prima sostenute solo dai partiti , sono questi i maggiormente colpiti dagli effetti della pandemia.

Su un piano comunicativo, la peculiarità della offerta era caratterizzata dall’incontro tra e piazza: venuta forzatamente meno la seconda, tutta la proposta e l’impatto del messaggio ne ha risentito. Secondo fattore: la spinta verso l’offerta era determinata dalla paura, non tanto nei confronti dell’immigrazione, quanto più in generale di una società che stava perdendo il controllo di sé (take back control lo slogan dei Brexiteers) Ma con la pandemia il governo ha ripreso il controllo sulla società, anche fin troppo e quel senso di disordine e di aleatorietà, denunciato dai , ora è stato sostituito da uno di ordine. Ai , quasi sempre all’opposizione, non è restato che scoprirsi libertari; una riconversione rapida che non deve aver convinto molti elettori da loro in precedenza affascinati soprattuto dagli slogan “law and order”: se sei per legge e ordine perché ti scontri con i poliziotti in piazza che vogliono far rispettare le norme anti ?

Una delle tante ragioni per smettere di dirsi e di ribadire di essere consevatori. Si è insomma a una crocevia o per meglio dire in una situazione di stasi che potrebbe dare origine a molti scenari: dal rimescolamento delle alleanze tra vari partiti alla emersione di nuovo forze sul piano della contestazione populista del sistema fino all’ipotesi di un congelamento della prospettiva attuale anche oltre la fine della , ammesso essa sia tale; una specie di pandemics politics anche dopo la pandemia, e senza di essa.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’ degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.
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