Per una nuova Destra, contro il virus collettivista.

E’ un libro eccezionale, questo di Daniele Capezzone: Per una nuova destra (Piemme, 17,50 euro). Non solo perché è un ottimo lavoro. Eccezionale nel senso etimologico, di appartenere a una specie rara, si spera non in via di estinzione.

In primo luogo perché è un libro di idee. Potrebbe sembrare pleonastico notare questa caratteristica in un volume, ma la verità è che oggi larga parte dei testi che si pubblicano, idee non ne hanno. Si scrivono (troppi) libri per i motivi più svariati, ma assai raramente per trasmettere idee. Anche perché, per parafrasare il Gran Lombardo, uno se le idee non le ha non se le può dare. E badate che non parliamo di idee originali in senso assoluto: in fondo, come recita un noto adagio, dopo Platone ed Aristotele non si è sentito molto di nuovo…

La seconda ragione per cui il volume è eccezionale sta nella posizione dell’autore, che dalla politica nelle istituzioni è passato negli ultimi anni al giornalismo: categorie, entrambi, politici e giornalisti, specialiste nel contribuire alla deforestazione causa bulimia di scrittura, quasi mai accompagnata da proposte o idee interessanti – salvo pochissime eccezioni. Ebbene questo libro non sembra scritto né da un politico né da un giornalista, ma da quello che negli Usa è chiamato intellettuale pubblico. Che non è quasi mai un accademico (per fortuna, tendenzialmente noi universitari siamo pallosi e inconcludenti) ma non è neppure un giornalista. E’ qualcuno che  legge  molto la stampa ma legge soprattutto i libri. E infatti Per una nuova destra è un libro che discute molti altri libri, in un dialogo continuo e proficuo.

La terza ragione per cui il volume è eccezionale sta nelle proposte: un inno alla libertà, economica soprattutto (ma senza libertà economica non c’è nessun‘altra libertà), e infatti nel libro, tra i numerosi soggetti citati, svettano Thatcher e Reagan, sul versante politico, Hayek su quello filosofico politico, Milton Friedman su quello economico, Clint Eastwood su quello estetico ma soprattutto etico. Eccezionale, perché, il liberismo è sempre stata cosa per pochi, anzi direi pochissimi in Italia, pure negli anni in cui sembrava (sembrava solo però) possedere il vento nelle vele, figuriamoci ora che si sta sviluppando quello che potremmo chiamare “socialismo pandemico” (e che l’ “Economist” di questa settimana chiama “il ritorno del big government”)

Ma è liberismo! Ci pare già di sentire alzarsi il lamento, da sinistra e da destra. Della sinistra, non ci importa. Basti dire che essere contro il liberismo, cioè la libertà economica, sta nei loro geni. Non sarebbero di sinistra se non fossero statalisti e collettivisti e insomma socialisti. So benissimo che per molti anni dopo il crollo del Muro di Berlino, essi sono stati costretti a camuffarsi: appunto, a mascherarsi, per restare al potere, a scimmiottare Reagan e Thatcher spesso andando in direzione più radicale. Di fatto, i danni più disastrosi  alla nazione e alla comunità non li hanno compiuti Ronnie e Maggie, ma Bill e Tony, si intende Clinton e Blair. Ripreso il ciclo tax and spending, per di più con la pandemia, i socialisti sono oggi tornati ad essere collettivisti, che è nella loro natura, e anzi il virus socialista ha infettato anche i democratici Usa.

Come nella nota fiaba di Esopo, lo scorpione non può che pungere la rana, cioè tassare e ammazzare (non tosare) la pecora, secondo la battuta di Olaf Palme (che in realtà però massacro di tasse i poveri svedesi)

E se la sinistra torna ad essere socialista, i conservatori non possono che tornare a fare i conservatori. Per questo non ha alcun senso, a destra, dirsi anti-liberisti, come a volte si sente. Nel libro di Capezzone c’è quasi tutto in tal senso, ed è quasi tutto condivisibile.

Su un paio di punti rifletto una mia posizione differente, anche se credo complementare. Il primo è quello del peso riservato al tema della scontro culturale. Il clash tra destra e sinistra riguarda i modelli economici ma anche quelli culturali, perché la sinistra di oggi tende ancora di più di quella di ieri a voler antropologicamente trasformare l’uomo, a distruggere la natura umana, e il “piccolo platano” senza il quale, secondo il celebre passaggio di Edmud Birke, non c’è libertà. Ha ragione Capezzone a scrivere che sui temi biopolitici e societali la destra non può presentare una visione confessionale o macchiettista. Peggio ancora può pensare di affrontare tali questioni con colpi di mano legislativi, tipo referendum abrogativi. Occorre lavorare con intelligenza e pazienza, e tolleranza, sulle mentalità.

Il secondo punto riguarda il ruolo della religione. Capezzone individua bene la sfida islamista, ma abbiamo qualche dubbio che, rispetto al pieno di senso del messaggio maomettano, l’Occidente possa rispondere con il vuoto di senso attuale. O con religioni secolarizzate, e nichiliste, come quelle del politicamente corretto, del woke e cosi via. Sulla linea dell’insegnamento dei due pontefici precedenti all’attuale, oltre che delle riflessioni di numerosi intellettuali cristiani (e non), dobbiamo tenere ben viva l’idea che la religione cristiana sia il fondamento del nostro sistema di libertà e di democrazia. Il che ovviamente non significa trasformare la destra in partito confessionale o peggio ancora clericale.

Ma sono dubbi che non inficiano la mia convinzione che, sul piano politico, sia necessaria una “tenda”, come scrive l’autore, in cui tutte le sensibilità della destra trovino luogo. Se partito unico, federazione o altre forme, lo si deciderà.

Il libro di Capezzone è infine un invito, a chi a destra possiede una visione riduttiva e parziale di Thatcher e di Reagan, e a chi usa il termine liberismo con lo stesso disprezzo di un spettatore di programmi de La7, a ricredersi. Del resto, il liberismo fa parte a pieno titolo della storia della destra italiana fin dal tardo Ottocento. Vilfredo Pareto si definiva, ed era, un liberista e ancor più, il grande economista Maffeo Pantaleoni, “liberista selvaggio” diremmo oggi (anzi direbbero quelli di sinistra), che però fu uno degli esponenti più di rilievo del nazionalismo italiano. Non sto ovviamente sostenendo che occorra riprendere proposte di personaggi morti da quasi un secolo (Pareto è tuttavia sempre da rileggere) ma ecco, ritenere che la battaglia per la libertà economica non appartenga al mondo di destra è storicamente errato.

Siamo però sicuri che la lettura del libro di Capezzone farà cambiare idea a chi, a destra, ritiene che Ronnie e Mag non siano “nostri”.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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