Piano Mattei e difesa del diritto a non emigrare: la grande sfida italiana ed europea del 2024

Tema caldissimo della conferenza stampa di fine anno tenuta, come di consueto, dal presidente del Consiglio , è stato sicuramente l'. A fronte dei numeri non incoraggianti – gli sbarchi sono arrivati a 155 mila nel 2023, numeri mai così alti dal 2016, con un aumento del 50% rispetto all'anno precedente – nonostante si sia registrato un buon trend di calo negli ultimi mesi dell'anno, Giorgia ha parlato sul tema di risultati “non soddisfacenti, soprattutto in rapporto alla mole di lavoro” dedicato dall'esecutivo alla questione. “Sono chiaramente pronta – ha detto – ad assumermene le responsabilità. Perché la materia con la quale ci confrontiamo è una sfida epocale e chiaramente si possono fare diverse iniziative che ti danno un consenso immediato ma che non risolvono il problema sulla media distanza”: si comprende dunque che, al di là di politiche di facile consenso che possono alleviare la faccenda sul breve periodo, il governo sta cercando delle risposte che possano mirare a risultati più importanti e duraturi. “Risolvere il problema strutturalmente”: è questo dunque l'obiettivo. Un obiettivo che, però, richiede un grande coinvolgimento internazionale e soluzioni strutturali di lungo periodo.

Sul , tanto è già stato fatto. Meloni, proprio in conferenza, ha ricordato il risultato dell'accordo in Europa sulla nuova legislazione in tema di accoglienza, rimpatri e diritti di asilo. Sicuramente un cambio di passo di un'Europa che, dopo circa dieci anni, è riuscita a smobilitarsi sul tema aggiornando una normativa che, nei fatti, ha fallito. Se quindi sono previsti miglioramenti soprattutto con riguardo ai Paesi di primo approdo come l'Italia, secondo Meloni, che pure ha ammesso che “le regole sono migliori”, non si tratta della soluzione. “Noi non risolveremo mai questo problema se pensiamo di affrontarlo solamente su come gestire i una volta che arrivano in Europa”: questo ha spiegato Giorgia Meloni, asserendo che l'unico modo per risolvere il problema è lavorare “a monte”. Bisogna lavorare in primis con i Paesi di transito: gli accordi con Tunisia, Libia e Albania in questo senso provvedono ad allargare la questione anche oltre i confini europei, laddove i migranti effettivamente iniziano la loro traversata in mare. Secondo Wanda Ferro, sottosegretario all'Interno intervistata ieri da Libero, “i soli accordi con Tunisia e Libia, i due principali Paesi di transito, hanno consentito di fermare le partenze di quasi 122 mila migranti e di arrestare centinaia di trafficanti”. Numeri sicuramente importanti, non solo rispetto agli sbarchi che effettivamente sono avvenuti sulle coste italiane, ma anche con riguardo alle difficili contingenze internazionali che hanno complicato un quadro già di per sé complesso: l'instabilità tunisina, unita ai conflitti in Medio Oriente e in Ucraina e all'ombra di superpotenze che mirano all'indebolimento dell'Europa tramite l'incremento dei flussi migratori, ha avuto come risultato un aumento degli sbarchi, con un calo che si è iniziato a vedere solo alla fine dell'anno. Bisogna fare di più e in questo senso lavora il Piano Mattei in merito ai Paesi di origine dei transiti: “Per arrivare a una soluzione strutturale – continua Wanda Ferro – serve una strategia, come quella messa in campo dall'Italia con il cosiddetto Piano Mattei”. L'obiettivo è investire in Africa e nelle sue risorse naturali: la collaborazione deve avvenire, diversamente dalle fallimentari azioni predatorie del passato, con un approccio paritario, così da invogliare anche quei Paesi che, dopo anni di colonialismo sfrenato, sono scettici a trattare con i Paesi europei. Combattere i trafficanti di essere umani e difendere, prima ancora del diritto a emigrare, il diritto dei popoli africani a non emigrare e a restare nella propria terra: sarà questa la grande sfida italiana e comunitaria del 2024.

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