Pietro Anastasi: bomber di cuore ucciso dalla SLA

Pietro Anastasi nasce a Catania nel 1948 in una modesta di operai. Come ricorderà lui stesso, ‘con me, eravamo in nove e vivevamo in una piccola casa ’.  Ma se il destino non gli ha concesso benessere e nascita nobile, gli ha dato un gran bel dono: il talento del . Fin da bambino, Pietro è affascinato da questo sport, e cresce con la fotografia di John Charles nella tasca dei pantaloni. Come sempre per questi ragazzini figli del popolo e avvezzi solo ai campetti di periferia, gli inizi non sono facili, ma Pietro è bravo e alla fine qualcuno lo nota. Il ragazzo ha stoffa anche se è ancora grezzo, ma pur avendo un fisico roccioso, è dotato di scatto e velocità, ‘mobilissimo e imprevedibile’, forse un filo meno bravo di un’altra stella dell’epoca, Gigi Meroni, ma sicuramente più altruista. Lo disse anche Candido Cannavò, che riassunse così il suo giudizio su Anastasi: ‘un grande giocatore, per abilità, per destrezza, per generosità’.

Lui stesso, decenni dopo il ritiro, si definì una sorta di falso nueve ante litteram, a ben vedere un attaccante che soleva spaziare per il campo uscendo spesso dall’area di rigore a prendere la sfera e, giostrando quasi da trequartista, poi ‘inventare  palle gol’ effettuando cross dal fondo e servendo assist. Di se ha detto anche: ‘giocavo come numero nove, però poi il numero nove lo facevo poche volte. Giocavo soprattutto sulle fasce laterali, a cercarmi gli spazi e mettere delle palle in mezzo’.

Nel 1968 venne acquistato dalla Juve per la cifra di 650milioni di lire,  e nel 1974 venne nominato capitano della squadra.  Anastasi conclude la sua lunga esperienza alla Vecchia Signora dopo otto stagioni, 205 partite e 78 reti in Serie A, e complessivamente 303 presenze e 130 gol tra campionati e coppe; della squadra juventina detiene i record di reti (12) e marcature multiple (2) in Coppa delle Fiere, e tuttora il primato di gol in Coppa Italia (30). Rimasto a distanza di decenni tra i calciatori più popolari tra la tifoseria juventina, e riconosciuto dal club piemontese come uno dei più importanti della sua storia, dal 2011 è tra i cinquanta bianconeri omaggiati nella Walk of Fame allo Juventus Stadium .  Conclude invece la sua carriera con due stagioni all’Inter, 3 all’Ascoli e una a Lugano.  Il suo palmarès recita:

            Club: Campionato italiano Serie D: 1

Massiminiana: 1965-1966 (girone F)

  • Campionato italiano: 3

Juventus: 1971-1972, 1972-1973, 1974-1975

  •  Coppa Italia: 1

Inter: 1977-1978

Adesso, questo amato campione, se ne è andato per sempre. Ha raccontato suo figlio che i guai per Pietro  erano cominciati 3 anni fa, con dolori a un braccio e a una gamba. Sottoposto ad accertamenti, gli era stato riscontrato un tumore all’intestino.  Anastasi aveva affrontato tutte le cure del caso, compreso un intervento chirurgico, e il tumore era stato debellato. Restavano però i dolori a gamba e braccio, che sembra non avessero nessun collegamento col tumore. Perciò si era tornati agli accertamenti, e alla fine alla drammatica diagnosi: Pietro era affetto da SLA.

“A papà abbiamo preferito tacerlo anche se lui aveva capito tutto. Abbiamo deciso di dirgli la  tre mesi fa – ha raccontato il figlio maggiore del calciatore – ma lui lo aveva già immaginato perché i problemi nei movimenti erano evidenti. Da allora la cosa è precipitata e gli ultimi mesi sono stati davvero devastanti. Così giovedì sera quando era ricoverato all’ di Circolo di Varese, ha chiesto la sedazione assistita per poter morire serenamente”.

La Sclerosi Laterale Amiotrofica più conosciuta con la sigla SLA, o anche come malattia di Lou Gehrig, è una malattia neurodegenerativa progressiva dell’età adulta, determinata dalla dei motoneuroni spinali, bulbari e corticali, che conduce alla paralisi dei muscoli volontari fino a coinvolgere anche quelli respiratori. Esistono due diversi tipi di SLA, sporadica e familiare. La forma sporadica (SALS), che è la forma più comune della malattia, rappresenta circa il 90% di tutti i casi. In circa il 10% dei casi la SLA sembra avere una chiara connotazione genetica. Ultimamente, secondo uno studio italiano che ha preso in esame tutti i calciatori delle serie A B e C,  è stato scoperto che chi gioca al si ammala due volte di più di SLA rispetto al resto della popolazione.  Addirittura sei volte di più  se si è giocato in serie A. Ma perché il sembra essere un acceleratore di questa patologia che attacca i neuroni motori?  In realtà, non bisogna criminalizzare il .

«La Sla ha cause molteplici ed è evidente l’interazione tra geni e fattori ambientali. Tra questi ci sono l’attività fisica intensa e i traumi ripetuti, da quelli più lievi a quelli che rendono necessario un ricovero ospedaliero. I ricercatori puntano l’attenzione anche sulle possibili interazioni con molecole presenti in determinati antinfiammatori, se i soggetti ne avessero abusato. Non a caso certe molecole contenute in questi farmaci sono simili a quelle di alcuni pesticidi». Non solo. «Anche gli aminoacidi ramificati» aggiunge Beghi «potrebbero avere una responsabilità. Sono molecole che il nostro organismo sintetizza naturalmente, ma resta da chiarire il loro ruolo in caso di assunzioni esagerate, come talvolta capita agli atleti che vogliano aumentare le prestazioni».

RK Montanarihttps://www.lavocedelpatriota.it
Viaggiatrice instancabile, appassionata di fantasy, innamorata della sua Italia.
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